Venezia vissuta, Venezia raccontata — ottobre 24, 2010

Venezia vissuta, Venezia raccontata

La pioggia che ticchetta sul canale sotto la mia camera mi rende pigra e svogliata. Sono a Venezia, ma starei a letto, non farei nulla. Mi alzo con molta calma, con altrettanta calma faccio colazione e lentamente mi preparo per uscire. Nonostante un vento gelido e intenso, nonostante una pioggia continua e disordinata, i turisti non si lasciano scoraggiare. Basta uscire dal Campiello del Remer, infilarsi nel sottoportego, girare l’angolo e trovarsi travolti da un serpente di persone, con ombrelli scomodi nelle strade anguste, berretti di lana e stivali di gomma. Alzo il bavero della giacca e inizio a muovermi a nord della strada Nova, cammino a caso, attraverso ponti di legno, passo a fianco di case decadenti o perlomeno non addobbate per i turisti. Sono fuori dalle rotte tradizionali. Non c’è quasi nessuno lungo i canali, nei campi, alle fondamenta.

Il mio obiettivo è il ghetto. Speravo di arrivarci a naso, senza dover consultare la cartina, ma la mancanza di linearità delle calli veneziane, costantemente mi porta nella direzione opposta. Nemmeno il sole, nascosto da nuvole scure, mi può aiutare. Estraggo la cartina, cerco di capire dove sono, volto le spalle, torno indietro, un ponte, due, un sottoportego ed eccomi, dentro il Campo del Ghetto Novo.

Una grande piazza così diversa dai tradizionali campi veneziani, da quelli che mi sono familiari. Lo straniamento deriva dal fatto che le case sono molto alte e a guardarle bene, sembrano rettangoli di cartone disegnato, scrostato, affiancati approssimativamente l’uno vicino all’altro. È come se tutto fosse un po’ storto, tutte le linee, verticali e orizzontali, fossero disegnate velocemente. Ogni blocco, inoltre ha colori diversi e dentro lo stesso blocco altre asimmetrie rendono curioso e affascinante questo campo.

Se non piovesse a dirotto, mi ci metterei al centro a occhi chiusi, cercando di immaginarmi i secoli di storia dentro questo quadrato sghembo. Ma piove troppo, allora mi rifugio in un bar e dalla finestra mi godo una storia immaginaria. Gli ebrei veneziani abitavano alla Giudecca, ma poi, in pieno Rinascimento italiano, furono “accolti” in città e questo Campo divenne il centro economico di Venezia. Qui si facevano gli affari, qui si prestava denaro, qui c’erano i traffici necessari per finanziare la Venezia splendida che dai traghetti del Canal Grande ammiriamo.  A vedere oggi questo spazio, non si direbbe che questo era il cuore pulsante dell’economia veneziana. E sebbene nel mio primo post su Venezia mi raccomandavo di stare lontana dalle suggestioni letterarie, come non immaginarsi i protagonisti di “Q”, nelle pagine finali del libro, muoversi anche qui, tra queste mura? Quando gli ebrei spagnoli furono cacciati dalla Spagna, venero accolti a Venezia. Ecco perché le case sono così alte, c’era di bisogno di spazio.

Da immagini sognate di ricchi signori in mantelli di velluto, abiti di seta damascata, cappelli vaporosi, scarpe d’argento con fibbie effeminate, di tintinnare di monete d’oro, rotoli di carte, documenti e carte geografiche … guardando tuttavia il Ghetto com’è oggi, fermando lo sguardo sulla Casa di Riposo che lo domina, sui due piccoli ulivi piantati al suo centro e sul sottoportego buio e angusto non si può non pensare al dramma del secolo scorso. Quando questo ghetto divenne una prigione, quando da questo ghetto gli ebrei furono deportati nei campi di concentramento. Ne tornarono, sopravvissuti, solo quarantasei. Gli ultimi superstiti vivono oggi nella casa di riposo.

Oggi piove a dirotto quasi in empatia con il dolore di questa parte di Venezia e con la sua storia più recente.  Tutto appare più triste. Eppure immagino che nelle giornate di sole, oggi, nel 2010, questo campo sia amato dai bambini che possono giocare indisturbati a pallone, dalle famiglie che vanno a pranzo al ristorante con cucina kosher, dalla sinagoga con la sua vita interna, dal bar, dal quale osservo il ghetto, un punto di vita vissuta oggi. Una bambina strillante mi risveglia da questi pensieri. La madre la sgrida in ebraico, il padre sgrida la moglie in italiano, la sorellina strilla che vuole un gelato… ecco la vita oggi, normale, tra queste mura così ricche di storia, di suggestioni, di drammi e di traffici. Oggi qua, fortunatamente c’è vita normale.

L’obiettivo di questo mio fine settimana veneziano era la Biennale di Architettura, ma piove troppo e allora, riscaldata da un the caldo, decido di muovermi verso Rialto per poi decidere che fare. Lungo la strada sono attratta da una pubblicità di una mostra fotografica al Museo Fortuny, così decido di rifugiarmi lì. Pensavo di andare a vedere una mostra fotografica e invece, oltre a magnifiche immagini di luoghi dal mondo, ho trovato un pezzo di un’altra Venezia, quella di artisti eccentrici che qui in laguna hanno vissuto. Fortuny era uno spagnolo che con la moglie visse la sua vita a Venezia. Inventore, incisore, pittore, disegnatore di tessuti, aveva trasformato il suo palazzo in una galleria in fieri, in una raccolta eccentrica di scampoli di vita, immagino, altrettanto eccentrica. Il salone al primo piano, enorme, dai soffitti di legno scuri altissimi, è ricoperto di tessuti damascati di seta e tantissimi quadri (ritratti della moglie, autoritratti, paesaggi romantici, nudi femminili…). Le bacheche contengono vasi di vetro, busti, gioielli d’inizio secolo scorso (Fortuny morì nel 1946). E poi ci sono manichini con vestiti di seta magnifici, divani, cuscini, tavolini, panche. È uno spazio incredibile, che sebbene oggi sia allestito in modo museale, riproduce l’ambiente in cui viveva questo eclettico spagnolo innamorato di Venezia.

La mostra fotografica “My Wild Places” al piano superiore è opera di un fotografo veneziano, che vive a Milano. Si sale fin sopra i tetti, si giunge a una soffitta ampia, resa ancor più suggestiva dalle magnifiche foto di paesaggi nel mondo. Le stampe enormi e perfettamente illuminate non raccontano tanto “un viaggio”, ma “il viaggio”. Il fotografo, Luca Campigotto, si racconta così: ” Al cospetto di scenari solitari e selvaggi mi sento davvero libero. Così – senza aspirare ad alcuna forma di testimonianza – scatto una fotografia per trafugare quella fascinazione e continuare a venirne sedotto”.

È una visione del viaggio che mi piace assai. E con questo sguardo chiudo il mio fine settimana veneziano, certa che avrò altre occasioni ancora per lasciarmi sedurre ancora e sempre da questa magnifica città.

Ciacoe, cicheti e amicizia — ottobre 17, 2010

Ciacoe, cicheti e amicizia

La mia prima tappa in questo fine settimana veneziano è il campo S. Giovanni e Paolo. Un pezzettino di Venezia che mi affascina molto. La prima volta che ci arrivai, alcuni anni fa, le mie gambe letteralmente si bloccarono. Forse per molti non ha nulla di particolare eppure io questo campo lo trovo splendido.  Si trova al confine tra i sestieri Cannaregio e Castello. Arrivando da Cannaregio, per Campo Santa Maria Nova, si entra al Campo superando un ponte. È il lato più maestoso e suggestivo. Lungo il canale, che si butta verso Fondamenta Nuove, un edificio di marmo bianco, l’ospedale S. Giovanni e Paolo, s’impone per la sua bellezza. Di fronte, collegato a esso c’è la Chiesa dei Santi Giovanni e Paolo, che i veneziani chiamano Zanipolo. Io amo questo campo, perché l’ospedale stesso pare una chiesa, con il suo marmo bianco, con la sua bellezza architettonica. Amo questo campo per l’asimmetria dei suoi spazi. Oltre la chiesa, infatti, la piazza si apre a L e accoglie case e bar frequentati soprattutto dai veneziani. Amo questo campo perché è maestoso e quotidiano insieme. Quotidiana cioè è la vita che intorno a questi splendidi edifici si muove.

Infatti, torno sul ponte, mi siedo all’esterno di un bar, con la vista sulle scale del ponte e il lato sul canale dell’ospedale. Mi trovo vicino all’Osteria al Ponte, dove anni fa, avevo gustato ombre di vino e cicheti, gli spuntini degli aperitivi veneziani. Ordino un caffè e mi diverto ad ascoltare il movimento. I veneziani non possono stare zitti. Devono sempre commentare tutto, quello che passa a fianco, la battuta di un turista, qualsiasi cosa. Generalmente commentano in veneziano e generalmente con uno spirito commediante contagioso. E così starsene a bere un caffè in una piccola strada veneziana un sabato mattino è come stare in teatro e seguire una commedia. Una commedia che tuttavia non rimane sul palco, ma ti coinvolge, tuo malgrado. Mi basta, infatti, sorridere a un anziano signore, bastone in mano, schiena curva, occhi vispi, che in veneziano dice di dimostrare ventuno anni, ma di averne in realtà ventitré, che la signora che lo accompagna si ferma al mio tavolo e mi dice di essere del 1921, e di avere ottantuno anni. Io senza fare i calcoli sorrido anche a lei. Vestita elegantemente, con una giacca di lana blu dai bottoni d’oro, una gonna scura e gambaletti al ginocchio, ha un caschetto di capelli grigi sbarazzino e le labbra dipinte di rosso. Si ferma al mio tavolo e dice: “Mia nonna è arrivata a 100 anni, e lavorava ogni giorno. Io invece sono pigra. Ho venduto frutta e verdura per tutta la vita. Andavo a scuola lì –  e m’indica con il dito un edificio poco distante dal bar – ma solo fino alla quinta elementare, poi ho iniziato a lavorare. Muove un po’ le braccia, si avvicina con il viso e in modo complice mi dice, a noi ragazze piace comprare i strassi (vestiti) e per comprare i strassi dovevo lavorare.” Poi mi guarda seria e mi chiede: “Se sono del 1921 quanti anni ho?” Facciamo i conti e le dico “89”. “Pensi”, risponde lei, come se le avessi svelato una notizia incredibile e poi dice “E mi lavo ogni mattina da sola e vado a fare la spesa.” Allora le chiedo come sia vivere a Venezia con tutte queste scale. “Io ho sempre vissuto al campo, nella stessa casa in cui sono nata” (il campo è quello di Zanipolo che io tanto amo). “E per far la spesa xe tuto lontano! Ma dall’altra parte dell’ospedale c’è il supermercato, allora io attraverso l’ospedale, vado a fare la spesa e poi con il sacchetto torno indietro attraversando l’ospedale.” Io mi immagino questa signora con il suo caschetto grigio ordinato, le labbra rosse, un sorriso contento che entra nell’ospedale, lo attraversa, esce sul lato opposto, fa la spesa e rientra in ospedale, per poi uscire nel Campo, di fronte a casa sua. Ho sempre amato Campo S. Giovanni e Paolo, ma dopo questa immagine lo amo ancora di più.

La signora mi sorride ancora e poi si scusa per l’invadenza: “A noi veneziani piace ciacoar” e salutandomi con la mano si dirige verso il ponte.

Io mi gusto lo zucchero nel fondo della tazzina pieno di caffè, mi alzo e inizio, pigramente il mio giro. Mi dirigo a Rialto, vado al mercato della frutta, mi fermo al mercato del pesce, che in ogni città ha sempre un suo fascino. Qui ci sono signore truccate bene, con foulard si seta e carrellino che comprano gamberi, seppie, triglie, sarde con grande esperienza. Ma anche uomini raffinati, capelli grigi, il Gazzettino sotto il braccio che si fanno impacchettare un granchio o trancio di tonno. Intorno ci sono turisti che fanno foto e i pescivendoli che strillano le offerte. Un banco è gestito da una donna, così intensamente veneziana pure per lei, per il trucco, il fare deciso, la parlata sbrigativa, il dialetto spesso incomprensibile per me. Al campo S. Giacomo, poche persone si godono un caffè sui tavolini, sotto un debole e freddo sole, a rischio piedi bagnati per l’acqua alta che invade una parte della scalinata.

Pian piano si avvicina il mio appuntamento con la vita veneziana. Incontro prima Cristiana, conosciuta lo scorso anno in Grecia ad un matrimonio. Nel caos dei turisti a  Campo San Bartolomeo, ci riconosciamo e ci abbracciamo! “Quanto tempo, ma che bello, dai”. Passiamo Rialto e ci dirigiamo alla ricerca di un bacaro per l’aperitivo. La giornata, già lo so, oggi sarà alcolica. Prima tappa dunque in un piccolissimo locale, scuro, di legno con il soffitto pieno di pentole di rame. Prosecco e cui di carciofi come aperitivo. È sabato e si respira l’atmosfera tranquilla di chi fa le cose con calma. Poi cerchiamo un luogo per il pranzo e sbuchiamo in un campo, di cui ricordo solo il vecchio nome “già bella Vienna”. Mi dico che forse Sissi, nella sua visita veneziana ebbe come dono questo nome. La piazza è ricoperta di tavolini di legno, al centro c’è un banco con un uomo grasso con indosso un grembiule nero. Musica, bicchieri di vino e piattini di frittino misto animano la piazza. Troviamo un tavolo anche noi, vicino ad una signora che assomiglia alla Girasole di Conegliano, una donna un po’ matta e molto eccentrica che da piccola vedevo nelle vie di Conegliano, quando andavo a visitare mia nonna. Che bontà questo pranzo e quante ciacoe intorno al nostro tavolo! Appagati dal cibo, il vino, l’atmosfera, il rivedersi, ci dirigiamo verso il dedalo di campi e ponti verso Piazzale Roma. Con la promessa di tornare, saluto Cristiana, sua fratello e suo marito, perché ho un secondo appuntamento veneziano. Il punto di ritrovo è ai Frari, poco lontano dalla casa di Carlo Goldoni. Entro nel campo e vedo Fede sul ponte. Federica, la compagna di viaggio dell’outback australiano. Suo marito, Isi, è in viaggio per la Cina, peccato non ci sia anche lui. Dopo un abbraccio e la gioia di rivedersi, parte subito, ai piedi del ponte la seconda parte di ciacoe veneziane. Giriamo, camminiamo, parliamo, ci sediamo a Campo San Polo per una bibita.UN latro Campo di vita veneziana, con i bambini che sfruttano lo spazio immenso per giocare a pallone e le mamme sedute sulle panchine … a ciacoar.

Man mano che arriva la sera, ci dirigiamo di nuovo verso Rialto, i bacari. Prima, tuttavia ci fermiamo in un bar dove Fede incontra un suo amico: è il primo bicchiere di bianco. Nel frattempo, Marcello, l’altro fratello di Cristiana, mi chiama per salutarmi e per invitarmi a un aperitivo e allora ci vediamo anche con lui davanti al Tribunale. Secondo bicchiere di vino. Qui l’atmosfera è davvero da aperitivo. Sono tutti molto giovani, forse studenti. E anche se ormai piove intensamente, nessuno si lascia intimidire. Sotto i portici a  malapena ci si muove. Con Marcello, altre ciacoe, e la voglia di venire di più a Venezia cresce in me. Marcello racconta che si sta già preparando per il Carnevale! Lui deve andare ad un festa, Fede ed io lo salutiamo, torniamo sul lato S. Marco, seguiamo la Strada Nova e ci fermiamo per la nostra ultima tappa, Alla Vedova. È un piccolo ristorante, animato soprattutto al banco. Terzo bicchiere di vino bianco, e poi le polpette fritte grandi e ricche, le sarde in saor, polpo con patate e bacalà mantecato e ovviamente ciacoe in libertà tra me  e Federica.

Si sta facendo tardi e Fede deve tornare a Padova. L’accompagno sotto una pioggia intensa fino a Piazzale Roma, ci abbracciamo… “anche se non ci sentiamo spesso, ci siamo” ci diciamo! La “carico” sul bus e rifaccio la strada a ritroso, partendo dallo scivoloso Ponte di Calatrava, verso il Campiello del Remer, verso il mio bed & breakfast.

Stanca morta, mi butto a letto, soddisfatta di questa intensa giornata di ciacoe, cicheti e amicizia.

Venezia, fuori dagli schemi? — ottobre 15, 2010

Venezia, fuori dagli schemi?

Raccontare Venezia è impossibile. Da quando questa città esiste è stato scritto talmente tanto, che ogni parola in più sembra un’offesa alle tante storie scritte nel mondo su questa città.

Per me, inoltre, che la conosco da quando sono piccola, è una città “di casa” e quindi è facile cadere nell’ovvio, nello stereotipo, nella descrizione già letta mille volte.

A questo pensavo mentre mi avviavo lungo il treno verso l’uscita da una stazione squallida, confusa e sporca.” Se scrivi di Venezia, svuota la mente da tutto l’immaginario del tuo vissuto in questa città e del vissuto o sognato di altri. Vivila come una terra vergine.”, mi dicevo.

Appena uscita, tuttavia, mi sono resa conto che è impossibile. Perché oltre il caos delle persone alla biglietteria dei traghetti, sulla scalinata della stazione, dei turisti infilati nei vicoli, le luci notturne riflesse sull’acqua nera del canale e i palazzi, il ponte, l’odore di questa città mi hanno fatto rivivere in un millesimo di secondo le tante storie già vissute.  Venezia è semplicemente magica, nonostante il caos, nonostante i turisti e non lasciarsi emozionare dalla sua bellezza e da ciò che di essa si è scritto e raccontato, anche solo con un angolo visivo limitato, com’è quello della scalinata della stazione, sarebbe un sacrilegio.

Ho acquistato il mio biglietto per il traghetto, linea 2, e sono rimasta lì, sul vaporetto che mi conduceva a Rialto, lasciandomi cullare dall’acqua e dalla suggestione. Certo la sera Venezia è ancora più bella. Il Canal Grande è calmo, c’è poco traffico e allora, in piedi con, poca gente intorno a me, lasciavo scorrere i palazzi illuminati, sbirciavo dentro le finestre per scoprire soffitti, lampadari e affreschi meravigliosi e la mia intenzione di vivere tutto questo con un certo distacco è svanita subito. Recitavo il ruolo di quella che non è una turista in questa città, di una che già la conosce, ma i miei occhi tradivano lo stupore e la meraviglia per questa navigazione, quasi silenziosa, lungo un Canal Grande a riposo.

Il mio bed and breakfast si trova vicino a Rialto, nel Campiello del Rener. Sotto, nel campiello, c’è un’enoteca piena di gente che si gusta un bicchiere di vino arricchito da piattini di sarde in saor e baccalà mantecato e sopra, dopo una lunga scala ripida, c’è la mia casa per in prossimi giorni. Ad accogliermi ci sono un thailandese vestito da pizzaiolo e un mediorientale elegantissimo, cameriere dell’enoteca. Il tempo di check in è lunghissimo, ma io intanto esco nella terrazza, mi godo il vocio dell’enoteca dall’alto e mi ipnotizzo sulle onde morbide del Canal Grande. Finalmente mi danno la chiave e scendo, scendo e scendo all’interno del palazzo, lungo una scala ripida. Poi mi aprono la stanza: un loculo tappezzato di tessuti damascati, con piccole finestre che danno sul nero. Domani vedrò di cosa si tratta. Deposito la valigia ed esco. Ho voglia di camminare e poi devo mangiare. Ci sono trattorie e pizzerie, ma non le conosco e la mia diffidenza verso cibo schifoso ad alto prezzo mi fa girare e girare. Trovo una creperie gestita da cinesi, ma no, mi dico, sono a Venezia. Trovo enoteche, ma non ho voglia di stare all’interno. Alla fine mi fermo in un campo, con sedie arancioni di plastica e tavolini dozzinali. Una pizza al taglio per questa sera va bene. Cibo dozzinale, è vero, ma prezzi in linea con la qualità. Mi siedo su una sedia e osservo il passaggio. Turisti americani in pantaloni corti, ragazze dell’est con leggins e magliette di strass, coppie con giacca a vento e sciarpa, un gruppo di bambini veneziani che è uno spasso ascoltare … seduta divoro la mia pizza e intanto chiacchiero con  il cameriere. Dai tratti somatici faccio fatica a capire da quale paese arrivi. Certamente anche questo posto non è gestito da veneziani. Afghanistan mi dice, ma ho fatto le scuole in Iran. Doveva passare un giorno solo a Venezia e ormai ci vive da tre anni. Gli chiedo come sia lavorare qui. Venezia è bella, la sera è bellissima, ma con i veneziani è difficile. I veneziani, mi spiega, sono signori, non si può parlare con loro, ma poi vogliono tutto in nero.

Mi spiego: mi trovo in un campo a Venezia e un ragazzo afgano mi dice che per poter prendere in affitto un locale commerciale devi pagare molto, molto in nero. Un immigrato mi fa notare questa cosa, a Venezia, la terra dei serenissimi ribelli, la terra della Lega!

Non mi stupisco più di tanto, lo saluto e mi dirigo verso la mia pensione. Prima di salire e poi scendere le scale mi godo la vista dal pontile di legno su Canal Grande. Ecco, qui si Venezia è magnifica e cinematografica. L’acqua calma arriva a filo del pontile, alla mia sinistra vedo il Ponte di Rialto illuminato, di fronte e lungo il canale, palazzi, allineati, illuminati all’interno, altezzosi e splendidi. Alle mie spalle il solito vocio dell’enoteca, ma di fronte il silenzio di tale magnifica bellezza sotto un cielo nero, illuminato appena dalla luna nascosta dietro le nuvole.

Mi avvio in camera, ma per sbaglio infilo la chiave nella stanza di fronte alla mia. La porta si apre. Mi accorgo di aver sbagliato stanza, prima ancora di rendermi conto che con la mia chiave ho sbagliato stanza. Mi devo preoccupare? Sorrido. Venezia. Questa è Venezia.

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