Fez: una città di vuoti e di pieni — gennaio 23, 2012

Fez: una città di vuoti e di pieni

L’apparenza delle illusioni può avvenire anche al contrario. È accaduto nelle prime ore del nostro arrivo a Fez. Come a Marrakech l’autista ci porta all’ingresso della Medina, poi un ragazzo ci preleva. È il fratello del proprietario del nostro riad. Grassottello, viso stufo, poco cordiale ci precede infilandosi del groviglio di Fez. C’è un sacco di gente. Il ragazzo continua a girarsi per vedere se ci siamo, non ci parla, è ombroso. Noi, di fretta scansando le persone nelle curve del suo percorso, lo seguiamo. Poi ci imbocchiamo in una strada stretta e buia. Il primo portone è il nostro. Ci accoglie un uomo magro, con una coppola, giacca di pelle. Questo riad è completamente diverso da quelli di Marrakech. Apparentemente più antico, perché il patio è un mosaico unico, di fatto, più spartano, più povero.

L’uomo con la coppola ci offre il tè. Il fratello del padrone ci fa compilare i moduli e con fare secco, recita a memoria il suo benvenuto. E nel recitarlo lo scambio di parole anziché sembrare un caloroso saluto, suona come una minaccia:

–          È la prima volta che venite a Fez?

–          Si.

–          Spero per voi non sia l’ultima – risponde, suggerendo più che un possibile innamoramento della città che ci porterebbe a tornarci, una minaccia, come se la città potrebbe fagocitarci e non restituirci più al nostro mondo.

–          Perché? – chiedo. E lui rimane spiazzato. Abbozza, con estrema fatica un lontano sorriso. “Che noia”, avrà pensato.

Cerchiamo di superare le suggestioni negative, ma subito dopo l’uomo con la coppola ci raccomanda di mettere tutto in cassaforte e di girare con il minimo necessario e di non uscire  dopo le dieci di sera . Poi, per la cena, ci consiglia un ristorante e manda un cameriere a prenderci. Il luogo è certamente bello, di nuovo pareti a mosaico di tradizione andalusa, e certamente noi da soli non ci saremmo arrivati mai. Finito di cenare ci facciamo riaccompagnare. Io guardo il ragazzo e chiedo: “C’est dangereux  ici?” Lui secco dice “Oui!”. Io lo guardo sconcertata e ripeto la domanda con un sorriso spaventato e incredulo: “Dangereux, ici? “Oui,” conferma. Torniamo muti in camera e ci guardiamo: ma dove siamo finiti?

Per il giorno dopo abbiamo prenotato una guida. Idea giustissima. Idea che ci farà crollare le illusioni fasulle di una Fez pericolosissima. Idea  che farà apprezzare una Medina più autentica rispetto a Marrakech e una città di sali e scendi, di viali meno trafficati, di colline e campi verdi al suo confine. Una città di aria fresca.

Con una macchina raggiungiamo il bastione a sud, per ammirare la città dall’alto, poi scendiamo ed entriamo nel quartiere ebraico, per poi tornare giù e immergerci nella Medina. Dal basso, da dentro, è un groviglio labirintico in cui è impossibile trovare punti di riferimento, in cui anche il filo di Arianna si attorciglierebbe su stesso, in cui solo la pazienza (o una guida) può aiutare un visitatore esterno a trovare l’uscita. Ho provato, dopo, a vederla su Google Earth: solo in parte l’immagine satellitare riesce a descrivere l’intrigo, il disordine, la confusione di questo pezzo immenso di città.

La Medina è divisa in due parti. In origine era il fiume, oggi in parte interrato, a definirne i confini. Al Andalus è il lato “più recente”, realizzato quando i Mori furono cacciati dalla Spagna. È stata edificata cubo dopo cubo, casa dopo casa , officina dopo officina, laboratorio dopo laboratorio, caravanserraglio dopo caravanserraglio in un’area molto fertile. Le sorgenti d’acqua erano rubinetti naturali dentro le case, poi  chiusi per deviare una parte di acqua agli altri quartieri.

Entriamo nelle vie, giriamo in uno slargo, passiamo in una specie di “sotoportego”, ci immettiamo in vicoli strettissimi e neri come le notte, passiamo attraverso case o patii, atri per tagliare da una strada all’altra. A volte si aprono davanti a noi scorci talmente antichi e talmente perfetti nel loro essere vecchi, decaduti, superati eppure vissuti, che sembrano artificiose scenografie di spettacoli dozzinali. In un angolo, o di passaggio, o sotto la luce bassa e giallognola che illumina i passaggi più bui, uomini con djellaba, i mantelli con il cappuccio in testa, sembrano dirci che abbiamo fatto un salto con la macchina del tempo. Che siamo finiti nel medioevo. Che incontreremo presto qualche frate fuggito dal Monastero del “Nome della Rosa”. Talvolta pare misteriosa e ingannevole  la scena che muti attraversiamo, ma poi, di colpo, si è di nuovo dentro il caos. Muli che trasportano farina, sale, pelli e che a malapena ci stanno nei vicoli stretti, accompagnati da uomini che urlano per annunciare il loro passaggio. E noi con le spalle attaccate al muro per farli passare. I negozi del suk sono cubi lerci e pieni zeppi di mercanzia. Montagne di olive buttate su tavole di legno, montagne di uova in equilibrio apparentemente precario, montagne di datteri, montagne di prezzemolo o di menta, montagne di arance. Montagne di tutto. Zampe di vacca esposte per terra su un pezzo da carta, teste di capra esposte, scuoiate e drammatiche, e rosse di sangue colante su banchi lerci, galline ingabbiate, pesate, e, solo dopo, decapitate con un taglio di forbice e spennate davanti ai clienti. E poi ancora: nastri dorati di ogni dimensione. Rocchetti di fili colorati, venduti quasi a chilo. Dolci profumati e appiccicosi. Mandorlati verdi al pistacchio. O ancora, pentole e serrature a malapena visibili nei bugigattoli neri dei fabbri. E poi i panifici collettivi, dove i bimbi o le donne portano la farina e vanno poi a ritirare il proprio pane. E gli odori si mescolano intensi con l’umidità e lo sporco e la polvere di una Medina buia, e fresca.

Andiamo a visitare anche una cooperativa che produce vasi e mosaici e tavoli di mosaici e fontane di mosaici ( ce ne vogliono vendere una, “la possiamo spedire”, ci dicono) e naturalmente le  concerie. Da un lato della strada, condomini popolari ricoperti da un bosco di parabole e sull’altro il fiume, le pelli ammassate ancora con il loro pelo che vengono pulite e poi le vasche. Di nuovo l’odore impossibile. Di nuovo il lavoro da schiavi di chi si immerge nella “merda di piccione” e nei colori e nelle acque e nei liquidi sporchi e colorati. Poi, di nuovo dentro la Medina. È come venire ubriacati. Bimbi che giocano a pallone nei piccoli slarghi, bambine che corrono con la divisa scolastica, vecchi sdentati, ferro che batte, donne con ciabatte a punta e sederi prosperosi, musica araba che esce dai negozi, buio, fasci soffocati di luce, filtri  del sole e l’ocra dei muri e i colori della gente e della mercanzia…

È davvero come tuffarsi nel Medioevo, nelle suggestioni di storie sentite o viste nei libri, ma è anche un contatto con mano con la povertà, di vite lontane anni luce da chi, anche marocchino, vive in altri quartieri, ha studiato, lavora fuori da questo groviglio antico…

Questo altro mondo lo vediamo di sfuggita  il secondo giorno di Fez. La Ville Nouvelle non è nulla di che. Noi ci concediamo un sushi, per riposare il palato dai sapori del tagine e pianifichiamo gli ultimi giorni in Marocco, seduti in un parco al sole.

Unico fatto degna di nota, di caos e rumore, è un incidente stradale davanti ai nostri occhi. I passeggeri scendono dalle macchine e si mettono ad inveire e Niccolò si avvicina incuriosito. Io lo seguo con lo sguardo e vedo un ragazzo che lo segue, ma con gli occhi puntati alla tasca rigonfia della sua giacca. Si avvicina  con fare sospettoso. Io chiamo Niccolò a bassa voce: “Niccolò!”, lui niente, alzo la voce: “Niccolò!!”, ancora niente e mentre il tipo alza la mano avvicinandola alla giacca di Niccolò urlo: “Niccolòòò!!!!”. Niccolò si gira con gli occhi spalancati e come se avesse le molle sotto le scarpe fa un salto atletico che lo porta al mio fianco. Il tipo sospetto mi guarda come per dire:”Non stavo facendo niente”. Niccolò nel frattempo si riprende dallo spavento: pensava che un’altra macchina gli stesse venendo addosso. Iniziamo a ridere fermandoci di tanto in tanto sul lungo viale ornato con palme e bandiere del Marocco, con il mal di pancia dal ridere e ridere e ridere …

Fermiamo un taxi scalcinato che, di nuovo, a rischio incidente ci riporta alla Medina, attraversando i vuoti dei viali moderni, del verde e dei campi coltivati, o desolati che siano, del paesaggio intorno a Fez, e torniamo al pieno della Bab Bou Jeloud, la porta blu, il nostro ingresso alla Medina.

Fascino e stordimento a Marrakech — gennaio 14, 2012

Fascino e stordimento a Marrakech

L’arrivo a Marrakech ci catapulta immediatamente dentro il caos. Il parcheggio dell’aeroporto è intasato, le macchine si dirigono sdegnose di code disciplinate verso l’uscita, la musica araba ci conferma: sì, siamo arrivati. Un taxi prenotato ci porta verso il riad, un tempo casa “nobiliare”, oggi divenuto hotel.

All’entrata della Medina, una delle entrate, l’autista ci fa scendere e come ostaggi ci consegna a un uomo, muto e vestito con giacca nera. Noi, stanchi, curiosi, disorientati, lo seguiamo, con passo rapido dentro il groviglio di strade, illuminate da luci al neon di officine che sembrano buchi di pece, di laboratori che sono sgabuzzini saturi di cose. Avanziamo sballottati da gente che cammina in tutte le direzioni, motorini che sfrecciano tra le gambe e si annunciano con clacson continui. Le pareti dei muri della vecchia città, dentro i quali ci infiliamo, sono gialle, resi ancora più gialle dalle luci artificiali della sera. Il nostro accompagnatore non si gira nemmeno. Corre e noi dietro, intontiti e frastornati dal rumore, dal caos serale dentro le strade strette e tortuose. Poi, finalmente arriviamo. Noi, gli ostaggi, senza una parola, veniamo consegnati come un pacco a un giovane ragazzo che con grazia ci conduce dal caos alla calma, dentro il salotto del patio del riad, dove ci attendono vasche d’acqua e luci soffuse. La calma è interrotta di tanto in tanto da grasse risate di una comitiva americana, ma non sono nulla rispetto al rumore oltre la porta. Si chiama Ismael, il ragazzo, che con modi gentili ci offre un tè, ci dice di rilassarci, con calma ci fa ambientare e solo dopo ci conduce in camera. Siamo a Marrakech. Siamo arrivati, finalmente, in Marocco.

La mattina decido di prenotare un massaggio o una pausa serale nell’hammam del riad, ma quando comunico il numero della stanza, il “director” mi ricorda che dobbiamo sloggiare. Avevamo prenotato solo una notte in quel riad. Le due successive sono altrove. Che teste. Stanche e dimentichevoli! Ci facciamo coraggio e ricacciamo le cose in valigia. Questa volta non c’è Ismael che gentilmente ci accompagna o prende commiato da noi. Siamo abbandonati a noi stessi. Usciamo e come un’onda, il caos ci assale di nuovo. Prendiamo un taxi e gli diciamo di portarci a Dar el-Bacha, un altro ingresso alla Medina. Il tassametro non parte e quando arriviamo, dopo pochi minuti di viaggio, il tassista ci invita a dare ciò che crediamo. Io rimango perplessa. È la mia prima esperienza di scambio di denaro in Marocco e lo guardo supplicante: “Mi dica lei, per favore”. Ma non c’è verso. Guardo Niccolò e poi cedo ed estraggo 100 dirham dal borsello. Solo dopo avrei scoperto che il prezzo dentro la Medina raggiunge i quaranta dirham al massimo, vale a dire, circa 4 euro. Io gliene ho dato dieci. Scendiamo e attendiamo, come la sera prima, di essere presi in consegna da qualcuno che di nuovo ci deve condurre nel labirinto della Medina verso il nuovo riad. Finalmente arriva una ragazza bionda, francese della Bretagna che dopo solo tre curve apre un portone di legno. Di nuovo il rito del tè. Le chiacchiere nel patio, poi finalmente la stanza.

Grovigli e Intrighi: la Medina di Marrakech

Bene. Ora possiamo buttarci nella Medina! Da subito ci accoglie un groviglio rumoroso, odoroso e intricato di strade. Giriamo a caso. Veniamo attratti da botteghe ricavate in minuscoli cubi, quasi dei loculi, strapieni di merce, di cose, di sporcizia, di gente che seduta a terra batte il ferro o cuce o liscia la pelle e appende tessuti. Storditi, incuriositi, ci lasciamo fagocitare da questa città di commerci, merce e gente. Uno spazio di lampade che sembrano alimentare suggestioni e favole, sciarpe, berretti e borse che penzolano ovunque. Niccolò scatta qualche foto, io cerco di filmare. Alcuni uomini seduti a terra vendono ciuffi di prezzemolo. Punto la videocamera e un uomo scuro nel volto mi guarda: “Stop, we are not monkeys!” Gli occhi sono aggressivi. Spengo, mi sposto. Mi spavento. Ha ragione, certo. Ma qui tutto è come un tuffo altrove. Ed è disorientante. La gente ti passa addosso. Ti devi spostare, girare. È stancante. I motorini sfrecciano nelle vie, strettissime per la merce esibita sul selciato e buie per le tende che le coprono. Hai sempre odore di miscela davanti a te o clacson dietro. Oppure ci sono carretti trainati da asini. Donne. Uomini, ragazzi, gente. Turisti. E nel buio, emergono colori di stoffe, dei veli delle donne, odori di spezie, di cibo, luccichii di gioielli e patacche. A volte mi sembra di essere a Ballarò, a Palermo. In un incrocio multiplo di viuzze ci sediamo a mangiare il nostro primo tagine seduti su sgabellini, affacciati ad una vetrina unta che protegge pesce fritto e davanti a pentole nere bollenti sui fuochi vivi. Tutto intorno, sempre gente. Davanti, dietro, intorno a noi. È il crocevia di bugigattoli che preparano il pranzo e i profumi si alzano nei fumi, delle griglie, dei fuochi dei tagine e si mescolano tra le voci della gente.

Sazi e soddisfatti, continuiamo senza meta. Arriviamo alla piazza del Koubba Ba’adiyn, un piccolo tempio, trascurato, del XII secolo. Ci giriamo intorno. Di fronte, nella piazza, si erge la moschea di Ali Ben Youseff. E qui accade il fattaccio.

Ci viene incontro un ragazzino. Ci parla in italiano, misto francese. Ci chiede se conosciamo le concerie. “Sono qui, dietro la curva, a destra. Oggi c’è il festival!” Noi lo ringraziamo, ma lui non molla e decide che dobbiamo vederle e si propone di accompagnarci. Noi, appena giunti, ignari di tutto, accettiamo. Il ragazzino è simpatico, ma dopo due giri a destra e uno a sinistra, ci pare che non sia poi così vicino. A un tratto, un ragazzo, con passo lesto ci passa a fianco. Indossa una djellaba, una tunica grezza con cappuccio. Il ragazzino lo ferma, gli dice qualcosa e poi ci guarda: “Devo tornare in erboristeria, dove lavoro, ma lui sta giusto andando alla conceria. Vi può accompagnare.” Noi, ancora ignari, lo seguiamo. La Medina si fa via via più spoglia. Spariscono pian piano i negozi e una strada larga ma povera, sporca, piena di immondizie, con officine e case e bambini che giocano e anziani con i muli e donne vecchie e buchi ci si presenta davanti agli occhi e contemporaneamente un odore nauseabondo si fa sempre più intenso. Arriviamo all’ingesso della prima conceria, quella araba, dove si lavorano le pelli dei dromedari. Un uomo alto, magro, con i denti distrutti ci aspetta all’ingresso con un ciuffo di menta. “Per l’odore”, dice in francese. E ci accompagna all’interno. L’odore è insopportabile e la menta premuta sotto il naso non è in grado di nasconderlo. Una visione infernale si presenta davanti ai nostri occhi. Come se fosse una grande piazza, fatta di vasche rettangolari o circolari, piene di liquidi di colori diversi. Grigio chiaro, dove la pelle è immersa nell’ammoniaca della “merda di piccione”, poi le vasche scure con i vegetali per il tannino. Processi di conservazione che servono a evitare la putrefazione di pelli accatastate. Poi più avanti vasche colorate, di giallo (con lo zafferano) o di rosso (con il papavero). Gli uomini che vi lavorano portano stivali da pescatore neri, abiti distrutti. Stanno immersi con le gambe nelle vasche e con le mani spostano, intingono, mescolano, estraggono le pelli dai liquidi. Sembrano dannati in un girone dantesco. Scoli di acqua sporca scorrono ai bordi delle vasche. I visi sono segnati, forse dal fetore e dai liquami. La seconda conceria non è molto diversa. È berbera e tratta le pelli di capre. Come prima, un misto di curiosità e di orrore ci accompagna dentro questi spazi di silenzio in cui l’unico rumore è quello swash, splash, squash delle pelli passate e gettate nelle vasche. La visita pare finita. Veniamo condotti nel “museo berbero”, in realtà un bazar in cui ci viene offerto un tè e ci vengono mostrati con grande gentilezza e generosità pouf di pelle colorata, ma non appena mostriamo di non voler acquistare nulla, il venditore si innervosisce. Usciamo e troviamo la nostra guida che ci accompagna verso l’uscita di questa via. Al commiato ci guarda e chiede 200 dirham. Ci rifiutiamo. Diciamo che lo doveva dire subito. Nasce una discussione, ma poi cediamo. Sono 20 euro, presi a tradimento, ma vogliamo andarcene da qui. Voglio uscire in fretta da questo fetore. Tornando verso il centro della Medina ci imbattiamo in altre vittime. Turisti adescati da ragazzini. Turisti, come noi, ancora inesperti degli approcci marocchini.

Arrivando verso la Medina, commentiamo tra noi l’accaduto e un ragazzo, subito ci ferma. Si attacca alle nostre parole e si avvicina a Niccolò. Prima dice di volerci accompagnare non ricordo, dove e al nostro diniego, chiede soldi. Io rispondo, lui mi guarda con sdegno. È sfregiato sul naso. Ha occhi cattivi. Si avvicina a Niccolò, gli va addosso, chiede dirham. Ci svincoliamo. Ce ne liberiamo. E via. Basta. Vogliamo raggiungere la Djemaa El-Fna, la grande piazza di Marrakech, ma lo vogliamo fare da soli. Dobbiamo farlo in silenzio, a bassa voce nel caos della Medina, perché è come se mille orecchie fossero all’ascolto. Basta una parola, un riferimento e qualcuno si aggrappa a quella parola e con fare amabile si propone di accompagnarti. Generalmente la lingua con la quale ti apostrofa è una sorta di esperanto mediterraneo: un po’ di italiano, di spagnolo, di francese. Sembra una lingua antica. Affascinante di per sé, ma minacciosa quando chi la pronuncia ha una cicatrice sul naso.

Giriamo in tondo come nel gioco dell’oca e finalmente eccola, la Djemaa El-Fna. Immensa, rumorosa, i tamburi da sfondo. Il disordine nella sua forma e nel movimento informe ci accoglie. Incantatori di serpenti per turisti temerari, venditori, adescatori, disperati, borsaioli e turisti. Chioschi fumosi con pentoloni di lumache o profumati d’arancio, fumi di griglie e pentole di tagine. Donne velate sedute su minuscoli sgabelli che disegnano fiori e ghirigori sulle mani delle turiste con l’henné, musicisti e asini, motorini e carretti. Nel fumo delle griglie, il sole scende dietro il minareto della moschea Koutubia e il freddo nella piazza crepuscolare entra lentamente nelle ossa. Che visione. Anche se, talvolta, arrangiata per i turisti. È straniante, senza punti di riferimenti, la gente ti viene addosso e non hai protezione alle spalle. Usciamo e ci dirigiamo al caffè Koutubia, dove ci aspetta Momo, che ci illustrerà il viaggio verso il deserto.

Stanchi torniamo al riad e quando usciamo per andare a cena ritroviamo lo sfregiato all’entrata del suk. Facciamo dietrofront. Subito, di fretta. Per oggi basta. Tanti colori, tante suggestioni, tanti odori e profumi. Vogliamo ora un po’ di quiete. E nel rientro nei vicoli ora deserti e illuminati negli angoli, Niccolò lancia una corsa. Ridiamo e come matti corriamo fino al nostro portone. La prima vera giornata la lasciamo alle nostre spalle, con la porta di legno massiccio che si chiude dietro di noi.

Dalla Nouvelle Ville al Quartiere Ebraico

Decidiamo, per il secondo giorno, di prendere respiro andando a vedere la Nouvelle Ville. Ci vengono annunciati palazzi decò dell’epoca del protettorato francese, ma troviamo solo un vecchio cinema, abbandonato e prossimo a crollare. Giriamo liberamente. Nessuno ci disturba. Entriamo in una galleria fotografica gestita da due francesi con la puzzetta sotto il naso, ci affacciamo al Gran Cafè de La Poste, un locale coloniale, strapieno di gente, snob e radical chic, incrociamo un’italiana in kaftano e pelliccia che al cellulare racconta le follie della notte passata, mangiamo un club sandwich, ma in sostanza rimaniamo delusi. Decidiamo di tornare in Medina e di vistare il Palais de Bahia, che però troviamo chiuso. Ovviamente le nostre espressioni deluse attirano subito l’attenzione del guardiano del museo che generosamente ci dice che dietro l’angolo c’è il quartiere ebraico e che ci può accompagnare, che non vuole soldi. Con un passo deciso e uno renitente lo seguiamo. Ci porta alla piccola sinagoga, fondata nel 1492 dagli ebrei cacciati dalla Spagna e poi dentro il suk ebraico. Il mercato delle spezie è splendido. Sotto un’accogliente luce filtrata dalle tende, emergono profumi intensi di spezie illuminate da neon bianchi.  I venditori ci guardano, nessuno ci tira per la giacca. Il ragazzo, ovviamente, ci porta a un negozio, forse di un suo cugino, dove io mi faccio sedurre e compro palline di ginger antitarme per l’armadio. Poi proseguiamo da soli e appena usciamo dal suk, il caos, di nuovo, ci accoglie: macchine, motorini, carretti, strombazzate, muli, biciclette, gente da destra, da sinistra, verso il centro, di traverso, in mezzo alla strada, ovunque, in mezzo alle macchine… La quiete ci accoglie per un istante in una piazzetta di fabbri. Le torri della porta di entrata accolgono enormi nidi di cicogne, la cui siluette si staglia nel cielo che si scurisce lentamente per il tramonto. Torniamo senza taxi. Caos, luci, gola che pizzica per l’aria oleosa delle miscele dei motorini. Una nube grigia che aleggia. Le mura diventano rosa, il sole calante le rende morbide. Un’immagine di quiete che si potrebbe fermare senza audio in un video, mentre intorno il frastuono della città e le luci dei negozi invadono tutto il resto. Mille dettagli che saturano la vista e solo nel cielo o sulle mura, che costeggiano la Medina, gli occhi trovano un po’ di quiete.

Fascino e stordimento. Questa è Marrakech. E dopo solo due giorni, sentiamo il bisogno di aria. Domani si parte verso sudest, destinazione deserto.

(28-29 dicembre 2011)

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