Pantelleria #2 — maggio 26, 2015

Pantelleria #2

Day 2

Questo mare senza orizzonte. Come fosse un quadro di Rotko, ma azzurro. Come fossero colori di acquerello sciolti l’uno nell’altro. Stare ore a cercare il punto esatto in cui inizia il cielo e finisce il mare, e non trovarlo. E mi chiedo, questo mio bisogno di mare, di orizzonte sarebbe uguale se io vivessi sempre al mare? O forse in quel caso vorrei mettere barriere, monti, pareti, freni al mio sguardo?

Il silenzio del mattino presto. Sdraiata, fuori, dove non c’é nessuno. E leggere, spostando ogni tanto lo sguardo ai blu. Elena Ferrante con la sua Elena Greco, sono la storia che leggo, e qui, anche se non sono a Napoli, mi appare ovunque. Farmacia Greco. Dammuso Greco. E visi e modi e caos di case come nel rione del libro. E mi dico che quando finirò questo libro, mi mancherà.

Poi partiamo, e attraversiamo pietre nere, palme, campi coltivati a grano biondo, biondo come i capelli dei bambini tedeschi. Il cielo è denso di nuvole. E il mio sguardo si emoziona nei cartelli delle contrade e delle frazioni. Sembra di essere altrove, per quelle “k” sempre presenti, per quelle parole che paiono antiche e lontane. Straniere.

La strada verso il mare a nord ci mostra una spiaggia di pietra piatta e nera come fosse materia spalmata; la strada stessa è nera e asfaltata, intorno i cespugli, le foglie delle palme, le piante rigogliose, il verde scuro ventoso, e poi i giardini ricchissimi. Come cambia, in pochi chilometri il paesaggio. Mi viene da dire che stiamo attraversando una Nostalgielandschaft, un paesaggio saudade. Evoca qualcosa che si vorrebbe, qualcosa di perduto, evoca una fuga mai avvenuta o una sponda mai toccata.

Poi arriviamo al lago. Un cerchio che dall’alto è quasi turchese. Dal basso prevale il bianco, della spiaggia. Togliersi le scarpe, immergere i piedi, sentire l’odore di zolfo, alzare le braccia per la gioia, nella luce che ormai scende e nella nostra piena solitudine. Intorno alcuni dammusi, il solito verde pieno e fertile, un ragazzo che corre e corre intorno all’acqua. Torniamo? Chiedo. Ci riempiremo di fango? Faremo il bagno qui dentro? Ormai è buio.

Il perimetro dell’isola finisce quasi. Una tappa per una cena in un luogo che attende i turisti e nella sua attesa è triste e falsamente raffinato. Una piccola lite e poi via, a casa. E scoprire che intorno a casa di notte vivono le lepri. E che paiono felici.

Day 3

Vento fortissimo. La sala dei divani bianchi trema. I rumori sono quelli di una barca a vela. Fuori la palma sventola con violenza le foglie, il vento arriva a raffiche. Intenso e bagnato di mare. Ma si esce ugualmente. E questa volta ci fermiamo nelle terre dell’abbandono. Un hotel mai finito, stecca decaduta e prepotente sulla costa. Fabbriche cresciute enormi e disordinate e abbandonate o non curate. Un’enorme caserma, vuota e scrostata. E poi, il vero abbandonato: la tomba che pare nuragica, ma è invece pantesca, vecchia 4000 anni e intorno case costruite sugli avanzi di altre tombe.

E l’abbandono del cimitero di Scauri. Lapidi scrostate, usurate dal vento. Foto sbiadite. Quelle che rimangono mostrano facce del secolo passato, Mi colpiscono le donne. Severe, talvolta spaventate, a volte come fossero colte alla sprovvista. Come se la macchina fotografica fosse un nemico, o qualcosa di cui temere o aggredire o da cui sfuggire. Il contrasto è la lapide incisa con intento artistico e moderno e la donna, vestita con colli di pizzo alti e con quegli sguardi, che prima di tutto sono antichi.

Una piccola terra selvaggia, è questa isola, incroci di popoli e di storie. E follie della storia. Arriva il fascismo pure qui, naturalmente, e costruisce strade e caserme. E progetta grandi cose per questo avamposto mediterraneo. Pure un hangar viene costruito, sotterraneo e progettato da Nervi. Nel 43 però arrivano le bombe alleate. Distruggono tutta l’isola. Un massacro, per mostrarne le immagini al nord: “cosi, dicono, vi ridurremo anche a voi”.

Siamo su un pezzo di terra lavico aspro e difficile in mezzo al Mediterraneo e pensi a questi matti che prima ne hanno fatto una avamposto militare e poi ci hanno lanciato migliaia di bombe.

Il vento continua a battere. Pantelleria, per gli arabi, fu l’isola del vento. Gli arabi se ne sono andati. Il vento no.

Ma é come sentirsi coccolati dentro questo nostro dammuso. Stiamo in un’isola avvolta dal maestrale e avvolta dal Mediterraneo. Un puntino che fu puntino sulle carte militare ed é puntino oggi nelle carte marittime e noi, siamo per pochi giorni due puntini su quel puntino.

Dai Romani ai Portoghesi: i nostri ultimi giorni in Marocco — gennaio 25, 2012

Dai Romani ai Portoghesi: i nostri ultimi giorni in Marocco

È curioso come sia straniante attraversare paesaggi che paiono scorci “di casa” in un paese altro. Come solo l’attraversamento dei villaggi ridia la certezza che non siamo a casa, ma in un paese straniero, diverso per cultura, ricchezza e religione. È quello che ho provato mentre il nostro autista ci portava da Fez a Volubilis, meraviglioso sito romano nella pianura del Marocco delle città imperiali. Sembrava di essere nel centro d’Italia, delle colline umbre, coltivate, rigogliose e dolci nel loro mutare pendenze e colori per i segni dell’agricoltura. Il verde che abbiamo attraversato era fresco, giovane, quello del grano che spunta dalla terra arata. Boschi di ulivi, sali e scendi linee nere, alberi isolati in controluce. Una visione riposante per occhi stanchi dalla saturazione di cose e oggetti e gente e suoni dei suk di Fez. Una visione calmante grazie al sole limpido. La sensazione di essere a casa. Ma poi, appunto, la certezza di non esserci a casa, per i sacchi di nylon, le bottiglie di plastica, i tubi e le carte che sparsi sporadicamente nei campi si fanno via via più frequenti man mano che ci si avvicina ai villaggi, caotici agglomerati di case, assenze di piani urbanistici, il caos, la rottura dell’armonia ma anche la vivacità dei centri abitati. Vivacità a colore. Mandarini, menta, datteri, carne, e poi asini, carretti, bambini col pallone, donne uomini per strada. E polvere.

Volubilis, la bellezza romano nel paesaggio marocchino

Volubilis, il sito romano, Patrimonio dell’Umanità dal 1997, fondato nel III sec. a.C. e abbandonato dai romani nel 280 d.C., si annuncia meraviglioso dall’alto della strada. La nobiltà di una città romana, con il Campidoglio, gli archi, le colonne, immersa nel paesaggio soave e luminoso del verde che s’impone. La pace. La bellezza. Nel periodo di suo massimo splendore a Volubilis ci vivano 20.000 persone. Intatti ancora parecchi mosaici, che Niccolò ed io ammiriamo scambiandoli sempre per mosaici diversi rispetto a quanto scrive la nostra guida. Errore nostro, questo perdersi tra le rovine delle antiche abitazioni, perché abbiamo rinunciato alla guida locale, stanchi ormai del dover mercanteggiare su tutto, anche qui, dentro queste mura. Ci lasciamo letteralmente perdere dentro la città. Cerchiamo di immaginare come fossero le case, quali le porte di entrata, quali gli spazi privati dei ricchi mercanti. Seguiamo la retta del “decumanus maximus”, ma poi entriamo di lato tra un mosaico e le colonne a scoprire questa magnifica città.

Moulay Idriss, fuga dalla città santa

Poco distante dal sito romano, dopo un pranzo deludente, arriviamo a Moulay Idriss. C’è di nuovo qualcosa di familiare, alla prima vista. Una città arroccata su due colline. Case bianche, una attaccata all’altra, che salgono fino alla cima. Moulay Idriss prende il nome dal santo più venerato del Marocco, colui che vi portò l’Islam. Sede di pellegrinaggi, vanta un mausoleo, il cui accesso è vietato ai non musulmani. La strada principale è il solito caos di negozi, caffè e gente, profumo di kefta alla griglia, gli spiedini di carne macinata. L’atmosfera tuttavia è diversa. Forse perché siamo in campagna, oggi splende il sole ed è giorno di mercato. C’è un vivace via vai e le case bianche, la strada spaziosa offrono uno scorcio nuovo di Marocco per noi.

Decidiamo di entrare nella città, di salire le strette e ripide vie e arrivare alla terrazza panoramica per ammirare la vista dall’alto. Ma rinunciamo. La Lonely Planet scrive che qui si potrà vivere il vero Marocco, come un marocchino, senza gente che ti disturba. Purtroppo dobbiamo smentirla. Non appena entriamo nelle mura, uomini da tutte le parti, con il solito sorriso invitante, indicano la terrazza panoramica e a gesta ci dicono che possono accompagnarci. In uno zigzag stanco e nervoso, nel tentativo di evitarli entriamo in una strada sotto un portico che sale. Siamo soli ad esclusione di due uomini. Uno davanti a noi si ferma e ci dice di nuovo della terrazza, del panorama etc. e l’altro muto ci segue dietro con passo frettoloso. Ci fermiamo. Diciamo no! Quello dietro ci guarda facendo finta di esser lì per caso, l’altro insiste. Noi siamo semplicemente stanchi di non poter almeno una volta vedere qualcosa da soli, senza avere mille occhi, mille sorrisi, mille mani che ti seguono, ti prendono, t’indicano la strada. A volte mi sembra di essere dentro i bazar dei cartoni della Disney. Visi furbi. Visi che non sai se ti puoi fidare o no. Basta! Decidiamo di rinunciare. Di tornare indietro. Moulay Idriss fino ad alcuni anni fa era chiusa ai turisti. Per noi rimane chiusa ancora oggi. Non abbiamo voglia di sfondare muri di persone. Vogliamo la pace.

Un salto sul treno verso la nostra ultima tappa.

Mancano ormai tre giorni alla partenza. Il treno ci aspetta nella stazione di Fez. Carichi di bagagli, zaino, borsa e tappeti ci portiamo al nostro binario, al nostro vagone. Mancano dieci minuti alla partenza, quando prima ancora di salire, il capotreno esce dal locomotore e sventola un panno bianco. Niccolò lo vede e urla: “Sali che il treno parte!” Poi tutto accade in cinque secondi.

Io guardo l’orologio e il tabellone del binario. Vedo che c’è tempo e mi chiedo come mai si parta in anticipo, intanto Niccolò, preoccupato di perdere il treno, attiva di nuovo le molle magiche che ha sotto le scarpe e fa un salto dalla banchina al vagone, bypassando, a me pare, gli scalini. Nella foga, sbatte con le borse da tutte le parti e perde il rotolo di “pellicola” (da cucina, non da fotografia) che spuntava dallo zaino. Io vedo il suo salto, vedo il rotolo finire sotto il binario, vedo il suo sguardo che mi urla di salire, vedo il capotreno con il panno bianco e presa dal panico mi arrampico sui gradini e salgo.

Salita sul treno … il treno è fermo e non parte. Fermo. Sudati per questi cinque secondi di dispendio di energia, cerchiamo il nostro scompartimento, ci sediamo e iniziamo a ridere. Ridere, ridere, ridere … quasi fino a El Jadida, la nostra ultima tappa in Marocco.

El Jadida e i bambini a caccia di una colomba.

Abbiamo prenotato in una maison d’hotes più raffinata, per gli ultimi due giorni, gestita da due francesi in pensione. Lui ex dirigente della Renault, lei con accento romano incredibile, acquisito nei loro passati dieci anni di vita nella nostra capitale.

El Jadida è il luogo in cui riposarsi. È il luogo in cui ci si può muovere senza disturbo. Nessuno ti ammicca, ti chiama, ti tira per la giacca, nessuno cerca di venderti qualcosa. Affacciata sul mare, strade larghe e piene di bar, negozi, edifici decadenti, tracce del passato coloniale. È la città della gentilezza. In un caffè, frequentati da soli uomini, l’anziano cameriere si scusa con me perché la toilette per le donne non c’è. El Jadida è soprattutto la cittadella portoghese. Costruita sul mare, protetta da muri, dichiarata anch’essa Patrimonio dell’Umanità, è un piccolo gioiello. Entriamo e con pace e serenità ci lasciamo attrarre dai suoi scorci, entriamo nelle viuzze deserte senza alcuna preoccupazione, se non quella di gustare in pieno questo luogo. Le mura sono percorribili a piedi.  Arriviamo in alto, vediamo i tetti, il mare, i pescatori, la città araba costruita dopo, ma soprattutto vediamo, o meglio, veniamo immersi dentro uno spettacolo che pare inventato, che pare un film.

Sopra i bastioni della cittadella, lungo le mura, bambini concentrati e agitati corrono con una bottiglia di acqua in mano e una bacinella. Saltano da un muro all’altro, tornano giù, risaltano su. La testa, lo sguardo vigile verso il cielo. Un salto, un indicare qualcosa, un urlare, uno sfrecciare e poi tutti silenzio. Versi di piccioni riprodotti. Sguardi puntati verso i piccioni in volo, acqua versata nella bacinella e il richiamo caldo e invitante, una specie di cinguettio e di tubare insieme. Sono bellissimi questi ragazzi. Noi, nemmeno ci vedono. Sembra una gara, una caccia, un gioco o forse, solo uno scherzo. Poi, ci sarà raccontato, che una colomba bianca era fuggita dalla gabbia e che i ragazzi cercavano di portarla a “casa”. 

Si avvicina un uomo, basco in testa, perfetto italiano, pitbull al guinzaglio. Parliamo un po’ e poi lui dice di aver dell’ottimo cioccolato. Diciamo di no,grazie, e mentre ci allontaniamo mi chiedo, ingenuamente, come mai un marocchino venda del cioccolato …

La cittadella portoghese è in parte decaduta e in rovina. Tuttavia alcuni stranieri hanno iniziato a comprare e ristrutturare. La danese che ci porterà in macchina a Marrakech, ha comprato una casa anni fa. Anche lei in pensione, organizza tour per i turisti e sostanzialmente si gode la vita in un luogo tranquillo, sempre mite, e affascinante. La vecchia chiesa è stata acquistata da un francese che ne farà un hotel. Curioso, poi, dentro questa cittadella, di nuovo familiare, vedere la moschea vicino alla chiesa. Io, telecamera alla mano, la filmo indietreggiando lentamente, quando improvvisamente sento cedere il terreno sotto i miei piedi. Bum. Cado dentro un tombino, per fortuna pieno di spazzatura, quindi morbido per le mie caviglie e non profondo …

È l’ultima sera. Scegliamo un bel ristorante. Vogliamo trattarci bene. E la cena sarà talmente chic che Niccolò non dormirà tutta la notte e starà male per tutto il viaggio di ritorno. Quanto più sane erano le nostre cene da Said, nella Medina di Fez, 10 euro in due e tagine gustoso e sano!

Si torna a casa …

All’aeroporto ci accompagna la signora danese. Una nonna sportiva, ma pur sempre cauta. Invece di andare direttamente da El Jadida a Marrakech decide di prendere l’autostrada via Casablanca, allungando il viaggio, ma rendendolo certamente più confortevole.

L’aereo che ci aspetta sarà il nostro ultimo pezzo di Marocco. Ed è curioso come la Ryan Air sia più tollerante in fatto di bagagli. È come se l’aeromobile fosse una riproduzione in aria del caos delle medine. Gente, voci, parole, bambini che strillano, uomini che si alzano, si spostano, camminano e donne che fanno altrettanto e poi borse, sacche, valigie, ingorghi creati nel corridoio e costringono a zigzag impossibili negli spazi ristretti di un volo low cost. E visi rassegnati di steward … Non si può pretendere che ci si snaturi all’improvviso semplicemente salendo la scaletta dell’aereo.

Bum bum, poooong, ihhhh. Atterraggio. Siamo arrivati. Ed è come se questo tanto entrato negli occhi, nell’udito, del naso, quest’ammasso di cose, questo groviglio di colori e di gente, questo troppo di tutto ora avesse bisogno di silenzio. Bisogno di pace per essere ricordato, impresso da qualche parte nella memoria. Rivissuto con il piacere di averlo vissuto, visto, assaggiato, anche se non tutto è stato facile e non tutto, davvero, ci è piaciuto. Ma ecco, credo che ricorderemo questo viaggio facendo nostro un proverbio arabo:

Quando la memoria va a raccogliere i rami secchi, torna con il fascio di legna che preferisce.

E il Marocco che preferiamo è quello della hamada, delle dune, del dromedario, di Said, dei colori, ma si, anche quello dell’ubriacatura dei suk, dei cibi buoni, della musica di Fint, delle oasi, dei dolci, della simpatia dei bambini di Skoura, del fascino del passato e delle speranze per il futuro …

(8-10 gennaio 2012)

Taxi, tisane e un rapimento: due intense giornate a Berlino — novembre 28, 2010

Taxi, tisane e un rapimento: due intense giornate a Berlino

L’occasione è importante. Una di noi ha compiuto 40 anni e invece di ubriacarci ad una festa movimentata, siamo partite per una due giorni berlinese.

In tre partiamo da Milano. La quarta ci raggiunge dall’Olanda.

Le tre italiane, o quasi italiane, partono da Milano. Io, che in questo periodo sono poco metropolitana, da brava  ragazza di montagna che va in città mi porto dietro l’intero guardaroba. Non si sa mai, mi dico. Raffaella, la minimalista del gruppo, si presenta con uno zaino. Frida, la vera manager del gruppo, con una trolley della giusta misura. Il passaggio al controllo italiano è indolore, nonostante gli occhi siano puntati sulla Germania. Stiamo per imbarcarci proprio nella settimana a rischio per gravi attentati. A Milano, nessuno sembra accorgersene.

Arrivate a Berlino, optiamo subito per un taxi. Il primo di una lunga serie. Il tassista, un uomo barbuto, dai capelli grigi, appena entriamo in città ci mostra subito pezzi di Muro. Noi spalanchiamo gli occhi ed io, curiosa, gli chiedo dove fosse la famosa notte del 1989. “Ich hab’s verschlaft”, mi dice quasi vergognoso. Dormiva, quella notte. Ma si riprende subito dicendomi che lui spesso andava ad est, perché alcuni suoi parenti vivevano lì. Bastano queste poche parole per farci entrare subito nell’atmosfera giusta. Raffaella, in particolare, vorrebbe vedere tutto, esplorare tutto. Tutta la Berlino storica, quella buia della peggiore storia e poi  quella del Muro, quella dei musei, dell’arte…

Il taxi scorre lentamente attraverso le luci splendide della città e ci conduce direttamente sotto casa, in una splendida via di Prenzlauer Berg. Siamo a Berlino est. Questo quartiere è stato, negli anni recenti, rimesso a nuovo e in virtù dei prezzi bassi, lentamente abitato da giovani, artisti, famiglie con bambini piccoli. Arriviamo al nostro portone. Già, non abbiamo prenotato in un anonimo albergo, ma in un appartamento. E come se fossimo a casa nostra, suoniamo il citofono e sentiamo “Si?”. Noi tre al buio sulla strada ridiamo. Ci sentiamo già a casa. Era Oda, la ragazza olandese, che io ancora non conosco, arrivata prima di noi e che già durante la giornata ha esplorato la città. Saliamo le scure scale di legno di un palazzo curato e arriviamo davanti alla nostra grande porta di legno nero. Oda ci aspetta sul pianerottolo. Davvero, come essere a casa. A fianco del portone, un effige della DDR ci dice che quella era la sede di un’associazione di giovani studenti socialisti. È tutto un ohh, che meraviglia, un baci, abbracci e una sorpresa. L’appartamento è bellissimo e Oda ci accoglie con un tavolo imbandito per l’aperitivo: salumi, sott’olio e prosecco italiano.

Prima di buttarci sul cibo, andiamo a salutare Frank, il padrone di casa, che abita di fronte a noi. Si presenta son un abito, come da taj chi,  bianco. Il suo mestiere è massaggiare. Peccato avere poco tempo a disposizione. Dopo i convenevoli e il check in ufficiale, finalmente ci sediamo al tavolo del prosecco. Inizia ufficialmente il fine settimana. Iniziano ufficialmente le chiacchiere continue che avranno tregua solo durante il sonno notturno. Inizia la festa della quarantenne.

La cena ci porta in un ristorante thailandese o vietnamita, non ricordo. Ricordo che era buono, ma che puzzava di fritto e che alla fine della cena abbiamo chiesto ancora una bottiglia di acqua che ci è stata negata perché la cassa era chiusa. Ricordo anche che uscite dal ristorante avevamo l’intenzione di andare in un bar, possibilmente con musica, ma che trasciniamo i piedi stanchi verso casa. Meglio di un locale rumoroso è la nostra cucina e una tisana della buonanotte. Altro che drink!

 

Cosa andiamo a vedere?

La mattina ci alziamo con calma. L’unica, già in piedi da due ore è Raffaella che si è studiata la guida dalla prima all’ultima pagina. Vuole vedere tutto. I musei, il monumento alla Shoa, Check Point Charly …

Prima però ci vuole una ricca colazione. Troviamo in una traversa della nostra via un luogo splendido. È come entrare in una salumeria o pasticceria di campagna. Tutto è rivestito di legno, sul banco ci sono pane fresco e barattoli di marmellata, oltre che salumi e formaggi. Si chiama Duckwitz ed è semplicemente splendido. Io, felice, mi gusto un soy-latte con pane nero e miele. Il programma della giornata sarebbe fitto, ma quanto è bello fare colazione senza il senso del tempo e chiacchierare. E quanto chiacchieriamo!

Come eccezione al fine settimana, per andare verso la Mitte, prendiamo i mezzi. Un autobus prima e poi la U-Bahn che ci porta a Postdamer Platz. Usciamo, tuttavia dove la piazza è ancora non costruita e invece di andare verso la National Gallerie, ci dirigiamo dalla parte opposta. Secondo la cartina dovremmo essere vicine al Monumento alla Shoa, ma la cartina non è fedele. Berlino è enorme. I viali sono lunghissimi. Le distanze enormi. Dopo una bella scarpinata, finalmente arriviamo. Vediamo i parallelepipedi grigi, ma è tardi.

Il rapimento

Oda vuole un caffè, Raffa la segue. Io però blocco un taxi, Frida prende Raffa per il braccio e le dice: No, tu ora sali sul taxi. Raffaella si irrigidisce.

– Ho paura.

Noi ridiamo e ci sentiamo come dentro una spy story nella Berlino della guerra fredda. Nonostante le sue obiezioni, la carichiamo sul taxi e partiamo, purtroppo senza sgommata.

Il tassista, di nuovo barbuto, ma meno dolce del precedente, non pare gradire la nostra destinazione: Kreuzberg. Il quartiere multietnico di Berlino, anzi, il quartiere turco di Berlino.

– E una zona pericolosa – dice – droga, violenza…. Là, in quella strada ci abitano solo turchi!

–  Chissà che buon kebab! –  gli faccio eco.

Lui, schifato, mi fa vedere il libro che sta leggendo. Lo guardo a malapena, perché la copertina dice tutto: bandiera tedesca, titolo drammatico sui rischi della contaminazione da altre culture. Raffa di tutto questo si accorge poco. È  tesa, ma quando sente che questo è il quartiere turco chiede:

– Hammam? Mi portate a fare un hammam?

– Noooo! – diciamo in coro – Certo è che questo te lo ricorderai per tutta la vita.

Finalmente arriviamo. Il taxi si ferma sotto il passante del treno, in un incrocio caotico, per nulla tedesco. Decisamente mediterraneo, non fosse per il freddo e l’architettura delle case. All’angolo ci sono due chioschi coloratissimi che vendono kebab.  Sono pieni di luci, insegne, pieni di luce e sono aperti sempre, ogni giorno dell’anno, ogni ora del giorno e della notte. Li volevano sgomberare, per costruirci degli appartamenti, ma la popolazione colorata e multilingue di Kreuzberg ha protestato a tal punto, che gli speculatori hanno abbandonato l’idea.

Attraversiamo la strada, Frida suona il citofono e saliamo. Raffa ci segue diffidente. Trascina le gambe sulle scale. Sul pianerottolo ci aspetta una ragazza dagli occhi azzurri, capelli lunghi neri. È vestita di nero e parla un  italiano perfetto con accento inglese. Entriamo. Cioè, esclusa Raffa, che ci guarda incerta. La casa è buia, un corridoio pieno di oggetti ed un salotto illuminato, invece, da una grande finestra, ma altrettanto pieno: tappeti, libri, oggetti e una maschera nera, come quelle del Ku Klux Klan.

–          Una seduta spiritica! – dice Raffa  – O mi leggete la mano?

Noi sorridiamo e sedute al tavolo di vetro, Denise, la ragazza dai capelli neri, spiega il motivo del rapimento. – Adesso andiamo qui vicino, in un parco monumentale della DDR, perché le tue amiche ti hanno regalato un servizio fotografico.

 Raffaella sorride sollevata. Niente spiriti richiamati dall’aldilà per festeggiarla, ma, ecco, sì un tuffo nel passato per immortalare la nostra gita a Berlino.

Usciamo e prendiamo l’ennesimo taxi. L’entrata del parco è segnata da un arco con incisioni in russo. Il parco è enorme, curato e meravigliosamente invernale. Il cielo è grigio, gli alberi spogli, ma la perfetta architettura del giardino e la nobiltà degli alberi alti e snelli o la bellezza di strane betulle piangenti ci fa sentire a nostro agio. La sorpresa ce la troviamo davanti, all’improvviso, quando tutta la monumentalità del socialismo sovietico si presenta davanti ai nostri occhi. Una viale di granito ci porta attraverso una sorta di porta, segnata ai  suoi lati da due immensi triangoli di pietra rossa e da due statue enormi, fieri soldati del Socialsimo. Ci affacciamo su una vera e propria piazza nel parco, chiusa in fondo da una scultura enorme, alta forse 10 metri: un soldato dallo sguardo orgoglioso, fucile alla spalle e un bambino in braccio. Ai lati, enormi parallelepipedi di marmo, i cui rilievi raccontano la storia dell’unione sovietica. Immagini di guerra, di operai, di vita agreste nello stile autocelebrativo dell’iconografia sovietica. Alcune immagini, al di là di ciò che rappresentano, sono splendide e ricordano talune pitture del futurismo italiano.  

Denise, apre il suo gigantesco zaino militare ed estrae il cavalletto ed una magnifica rolley flex. Il photo shooting può iniziare.  Ci muoviamo seguendo le indicazioni della fotografa dentro questo scenario simbolico e fortemente connotativo. Raffaella ci legge alcune epigrafi, riconosciamo Lenin sui rilievi, ammiriamo la bellezza delle rappresentazioni. Ogni tanto ci mettiamo in posa, poi camminiamo, guardiamo. Siamo felici, sorprese, contente. Nessuna guida turistica ci avrebbe mandato qua, dove ai tempi della DDR le famiglie passavano la domenica. Forse oggi luoghi del genere non ne esistono più. Qui è tutto intatto. Si potrebbe girare un film sul socialismo sovietico senza dover aggiungere nulla.

Mi viene in mente il film “Good bye Lenin”, la storia raccontata e di riflesso la storia vera di famiglie che in Trabant la domenica portavano i bambini a giocare e ad imparare la “grande storia del socialismo”. Senza nostalgia, senza romanticismi fasulli, senza nemmeno la condanna di tutto ciò. Sarebbe affascinante fare un tuffo indietro ed essere qui, e muoversi in mezzo alle famiglie della DDR, a seguirne i discorsi, le espressioni. Forse una seduta spiritica non avrebbe fatto male. Avremmo potuto risvegliare il fantasma di una madre socialista per farci guidare da lei dentro questo parco.

Cheese Men

Il ritorno, in via eccezionale, lo facciamo a piedi. Denise ci conduce verso casa sua, seguendo la Sprea, passando attraverso i luoghi della vita notturna, dove vecchie fabbriche sono state riadattate e oggi sono arene per concerti, discoteche, negozi di usato e vintage ammuffito. C’è poca gente in giro e quella poca che vediamo ha il viso sfatto. Sono le due del pomeriggio e gli zombi che vediamo sono reduci da notti brave, e forse estreme, dentro queste mura di mattoni rossi, mura piene di graffiti.  Intorno c’è silenzio, calma, pace. Anche il fiume, con nebbie lontane, pare partecipare a questo torpore. L’acqua è piatta, in lontananza si vedono fumi di una ciminiera e dietro emerge l’isola dove si dice che Karl Marx abbia scritto uno dei suoi libri più importanti. Ad un certo punto nel fiume piatto e grigio, grigio come il cielo, tre giganteschi uomini di buchi sembrano stare in piedi al centro dell’acqua. Sono i “cheese men”, come li chiamano qui. Si tratta di una scultura realizzata da un artista americano (Jonathan Borofsky) nel 1999. Rappresentano il punto di incontro dei tre distretti Friedrichshain, Kreuzberg e Treptow, che costituivano il Dreieckbezirck (il distretto dei tre cantoni), tagliato in due dal Muro. Oggi queste tre figure ci dicono che  la riunificazione della città è avvenuta. Il Muro, sempre lui, che ci segue come un’ombra e ci incuriosisce: ma com’era vivere allora, qui, dove stiamo camminando noi oggi?

Certo è che a guardare la linea del Muro su una piantina un paradosso emerge subito: chi era rinchiuso dentro il Muro, Berlino ovest, era in realtà più libero di chi stava dall’altra parte. Ma il muro oggi, appunto, è caduto, non c’è più. Quello di mattoni, per lo meno. La Berlino geografica è una città unica e quei tre giganti di buchi vogliono ricordarcelo. Berlino, tuttavia, ci racconta Denise è attraversata da un muro invisibile, un muro che emargina gli stranieri, ad esempio, chi non ce la fa,  i più deboli. Mi verrebbe da dire, un muro che attraversa tutte le nostre città, tutti i nostri luoghi.

Oltre la scultura, vediamo un ponte rosso a campate, con due alte torri al sue centro. È la Oberbaumbrucke, che Hitler aveva fatto saltare, per evitare l’avanzata sovietica. Poi, in piena guerra fredda era divenuta uno dei tanti confini tra est ed ovest, il luogo del contrabbando, del mercato nero, dello scambio di marchi, dell’introduzione ad est di prodotti americani, come gomme da masticare e nylon.  Con la costruzione del Muro il ponte venne chiuso e solo dal 1972 venne riaperto al passaggio pedonale. Oggi ha anche una linea metropolitana che lo attraversa e recentemente è stato ristrutturato da Calatrava.

Dal silenzio del lungo fiume, arriviamo di nuovo al caos, per lo  meno caos visivo, di Kreuzberg, sotto casa di Denise. La salutiamo e la ringraziamo per questo tour inedito della città.  Senza di lei un pezzo di anima di Berlino non l’avremmo conosciuta. Saltiamo di nuovo su un taxi e ora sì, verso la Mitte.  Almeno la Porta di Brandeburgo la vogliamo vedere. Prima però dobbiamo mangiare.

Un cadavere nel freezer

Denise ci ha consigliato una specie di salumeria bavarese, in pieno centro, “Lebensmittel in der Mitte”, (Alimentari nella Mitte). Ci facciamo accompagnare lì dal tassista e quando entriamo nella salumeria con il sorriso, mentalmente, ringraziamo Denise. Il posto è bellissimo. Una grande vetrina di vetro con salami e prosciutti, cassette di verdura, come se fossimo da un fruttivendolo e grandi tavoli di legno. Ovunque casse di birra. Fortunatamente c’è posto. A Berlino, di solito, conviene prenotare. La bellezza del luogo sembra, tuttavia, contraddire la durezza della cameriera. La prima, una ragazza thailandese, ci guarda male, la seconda, una tedesca dai capelli rosso ciliegia, ci tratta male.

– Non è possibile –  ci diciamo – fino ad ora a Berlino ci hanno trattato tutti benissimo.

Cerchiamo di capire le possibile cause di questa inedita durezza. Un litigio? Entrambe amano il cuoco. La scoperta del tradimento. E i poveri clienti vittime della loro gelosia reciproca. No, troppo banale.

– Un cadavere nel freezer! –  suggerisce Frida.  Si, certamente sarà questo il motivo della loro asprezza. Arrivano al lavoro, aprono il freezer per prendere la cipolla tritata e trovano un cadavere. Devono far finta di nulla, perché i clienti sono già arrivati. E così la loro tensione si riversa sui noi quattro. Ogni loro movimento pare confermare questa tesi. La fuga in cucina, l’uscita del cuoco per andare a fumare in modo furtivo, lo sguardo freddo, forse terrorizzato. Prese da questo noir, non ci facciamo intimidire e ordiniamo piatti squisiti con formaggio di capra fuso su insalata e salumi simili a quelli di casa e poi vino e una weissbier per Raffaella.

Ma forza, dobbiamo vedere un sacco di cose. Eppure, di nuovo, stare sedute a mangiare, bere, chiacchierare in luoghi così belli, con gente bella seduta agli altri tavoli, per nulla formale, per nulla inquadrata in uno stile, ma ognuna con il proprio stile personale, è bellissimo. In fondo anche questa è Berlino. Un posto del genere a Milano sarebbe costosissimo e snob. Qui no. Qui è semplicemente “gemütlich”, piacevole e accogliente. Cadavere in freezer a parte.

La bandiera di poliestere.

Finiamo di mangiare ed è già buio. Sono le 16.30 e qui siamo tanto al nord. La nostra meta è la porta di Brandeburgo. Prima però passiamo attraverso i negozi. C’è una atmosfera distesa, calma. Gente con sacchetti, le luci, belle vetrine, colori. I colori più vivaci li vediamo da Fun Factory, un negozio luminosissimo, con grandi vetrine e oggetti coloratissimi, giallo, turchese, verde mela, rosa… Sono esposti con grande cura.  Alcuni di questi oggetti sono anche stati premiati per il loro design. Sembrano giocattoli e in fondo lo sono. Sono tutti attraenti, simpatici e   intriganti. Sono vibratori di nuova generatore. Sex toys. Mamma come si vede che veniamo dalla bigotta Italia. Guardiamo le vetrine, entriamo e siamo stupite per la naturalezza con cui ragazze e donne adulte si muovono tra gli scaffali come se fossero in un negozio di oggetti per la cucina. Guardano gli oggetti, chiedono informazioni, li studiano senza imbarazzo o risatine vergognose e soprattutto senza alcun bisogno di nascondersi come negli squallidi sex shop bui delle nostre città.

La libertà. La tranquillità. L’informalità. L’essere sé stessi. Avere il proprio stile. Tutto questo ci sembra Berlino. Camminando attraverso la Museum Insel e poi sulla Unter den Linden Allee, un grande viale, in cui si stanno allestendo giganteschi mercatini di Natale, nonostante la dimensione, nonostante la tanta gente, c’è pace. Come se non ci fossero macchine. Come se fossimo in una processione o in un luogo sacro, anche la gente parla piano. Si sentono i passi, le scarpe sul selciato, poche parole, ma è tutto serafico, come dice  Raffa. E in questa atmosfera quasi surreale arriviamo alla porta di Brandeburgo. Qui, canti di voci femminili, canti religiosi, scopriremo poi, riempiono il silenzio, l’atmosfera ovattata. Il cielo è nero, la porta è illuminata come se la pietra stessa fosse luce. La quadriga imponente dall’alto ci guarda. Intorno palazzi con le finestre con la luce interna colorata di colori diversi. Sopra il nero e intorno la piazza e la gente, cheta, tutt’intorno. Attraversiamo la porta e arriviamo al Reichstag. Una coda disciplinata di persone attende di entrarvi per camminare dentro la cupola di vetro. Noi ci sediamo di fronte all’entrata e ci godiamo questi contrasti: luce e buio, palazzi storici e modernità di vetro. Sopra di noi un’enorme bandiera tedesca morbida si muove luminosa e gonfia nei suoi tre colori.

– Certo che – dico io – le bandiere, a prescindere dalla nazione che rappresentano, sono davvero suggestive.

– Il poliestere! – mi fa eco Frida e così dicendo mi riporta fuori dall’ipnosi dei colori che si muovono nel buio. – Il nylon, non avrebbe lo stesso effetto – mi spiega.

Che bello, ognuno vede il suo, ognuno con i suoi occhi. Io l’effetto, lei la qualità del tessuto!

Giriamo dietro il Reichstag, e arriviamo al fiume e alla parte moderna dei palazzi governativi. Di nuovo meravigliose suggestioni per il nero della notte, il nero dell’acqua e le luci riflesse sul fiume e nel vetro dei palazzi. Dietro di noi, una linea di vetro illuminata di verde espone gli articoli della Costituzione.

Torniamo verso i negozi. Vorremmo fare shopping. Ma è tardi, alle 19.00 chiudono. E allora, via, altro taxi, casa, pausa riposo per la cena di compleanno.

La taverna nel vuoto

Il taxi ci aspetta. La destinazione è il ristorante Paris-Moskau. Quando arriviamo, non ci crediamo. Il taxi sembra quasi uscire dalla città, passiamo sotto la stazione centrale, nuova, enorme, ma noi siamo dietro la stazione, dove immensi parcheggi, immagino, servono ai pendolari che da qui poi partono per il lavoro. È buio pesto e oltre i parcheggi vediamo un casa di muro bianco, con inserti di legno scuro. Una classica casa tedesca, forse della fine dell’800. Dietro questa casa c’è il vuoto. Letteralmente il vuoto. Un enorme area, forse un cantiere, forse solo un buco, come se dalla porta sul retro della casa di muro, si cadesse nel nulla. Questa casa è il nostro ristorante. Piccolo, pochi tavoli, servizio impeccabile, cena di nouvelle cousine tedesca squisita. Qui, come aperitivo, ci concediamo uno champagne. Mangiamo, beviamo, parliamo, parliamo, mangiamo. Una coccola per tutti i sensi. Poi, valutiamo la possibilità di andare ad un jazz club. Insomma, siamo a Berlino, e Denise ci ha parlato della vita notturna di questa città, dei giovani dell’arte, della musica, della creatività. Non possiamo andare  a letto! Ci facciamo dare un’indicazione per un club in zona, ci facciamo chiamare un taxi e dal tassista ci facciamo portare  … a casa. Siamo distrutte e di nuovo, rispetto ad un drink, preferiamo una tisana nella nostra cucina. Fino alle due. Stiamo a chiacchierare fino alle 2 del mattino.

Il dilemma: museo o mercato delle pulci?

Oda la mattina ha il volo di ritorno molto presto. Non la vediamo né la sentiamo. I baci e la promessa di ripetere una gita insieme sono avvenuti la sera, prima d buttarci stanche morte e, finalmente zitte, sul letto. Siamo rimaste in tre. Andiamo di nuovo a fare colazione da Duckwitz, dove ci raggiunge un’amica di Frida con il suo compagno. Ci racconta la sua Berlino, i suoi giri, i viaggi e intanto ci riempiamo il pancino con pane fresco, caffè latte, frutta…

Abbiamo l’aereo di ritorno alle 18.30. Quindi museo o mercatino? Questa è la discussione a colazione. E museo, quale? Bauhaus, National Gallerie, oppure?

Mercatino! Intanto andiamo al mercatino. L’assonnato fidanzato di Frank ci ha permesso di lasciare le valige a casa, così siamo libere per un po’. La camminata, di nuovo, verso il mercatino sulla Bernauerstrasse è lunga, ma ne vale la pena

Potremmo essere in un parcheggio, un campo grande come uno stadio. All’inizio non ci si rende conto della dimensione. È un classico mercato delle pulci, ma anche di gente che vende ciò che produce, dall’abbigliamento, ai gadget, ai succhi bio. Carabattole, occhiali, dischi in vinile, quadri, vestiti, giacconi, berretti, bulloni, giocattoli, libri, strofinacci, spugne, collane, spille, macchinine, sedie, lampadari, tavoli, specchi, piatti, tazze, appendiabiti, biciclette …

Tra i visitatori c’è qualche turista, ma molti sono berlinesi, a caccia di mobili e tazze vecchie, per rendere unica la propria casa, ma anche gente in difficoltà che trova piatti a pochi centesimi. Ognuna di noi compra qualcosa, ma certo qui si dovrebbe stare un giorno intero… e noi abbiamo un volo da prendere e prima ancora un museo da visitare.

Tornando, percorriamo alcune strade di Prenzlauer Berg e ce ne innamoriamo ancora di più. Poi a pranzo ci fermiamo a mangiare in un altro locale perfetto. Si chiama “Meierei”. Lo aveva visto Oda nel suo tour in bicicletta, prima ancora che noi atterrassimo a Berlino.  È un ristorante specializzato in cucina delle Alpi. Ci si siede su tavoli alti e sgabelli. Le pareti riportano affreschi di immagini dalla vita alpestre svizzera. In frigo vendono anche la Rivella! All’entrata, due enormi sacchi di farina dell’Alto Adige mi fanno quasi sentire a casa.  Io e Raffaella ci gustiamo una buonissima Frittatensuppe e Frida i canederli pressati al formaggio. Poi caffè, poi Frank, poi ritiro bagagli, poi taxi e poi National Gallerie. Abbiamo davvero poco tempo… Entriamo nell’edificio di Mies Van der Rohe, scendiamo le sale depositiamo il  bagaglio, e via un tour veloce tra i dipinti della collezione permanente. Ma senza vere pause, senza un vero sguardo sui quadri … è tardi. Usciamo dal Museo. Potsdamer Platz è trafficato, il cielo grigio si sta scurendo, le luci si accendono e noi, saliamo sul taxi e via all’aeroporto. In macchina facciamo ancora i conti. Tu mi devi 15, io 20, lei 10, poi io a lei 5, lei a te 30, tu a me 25, … fogli di banconote passano da una mano all’altra. I conti sono fatti, i debiti annullati. La breve vacanza ora pare davvero finita.

Ci lasciamo una Berlino, che si sta scurendo per la notte, alle spalle, con la mente piena di stimoli, di freschezza, con la felicità di due giornate perfette. Brevi, troppo brevi, ma perfette.

E siamo contente perché grazie a questi due giorni, ora anche noi, al femminile, possiamo dire: Ich bin eine Berlinerin!

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