Pantelleria #2 — maggio 26, 2015

Pantelleria #2

Day 2

Questo mare senza orizzonte. Come fosse un quadro di Rotko, ma azzurro. Come fossero colori di acquerello sciolti l’uno nell’altro. Stare ore a cercare il punto esatto in cui inizia il cielo e finisce il mare, e non trovarlo. E mi chiedo, questo mio bisogno di mare, di orizzonte sarebbe uguale se io vivessi sempre al mare? O forse in quel caso vorrei mettere barriere, monti, pareti, freni al mio sguardo?

Il silenzio del mattino presto. Sdraiata, fuori, dove non c’é nessuno. E leggere, spostando ogni tanto lo sguardo ai blu. Elena Ferrante con la sua Elena Greco, sono la storia che leggo, e qui, anche se non sono a Napoli, mi appare ovunque. Farmacia Greco. Dammuso Greco. E visi e modi e caos di case come nel rione del libro. E mi dico che quando finirò questo libro, mi mancherà.

Poi partiamo, e attraversiamo pietre nere, palme, campi coltivati a grano biondo, biondo come i capelli dei bambini tedeschi. Il cielo è denso di nuvole. E il mio sguardo si emoziona nei cartelli delle contrade e delle frazioni. Sembra di essere altrove, per quelle “k” sempre presenti, per quelle parole che paiono antiche e lontane. Straniere.

La strada verso il mare a nord ci mostra una spiaggia di pietra piatta e nera come fosse materia spalmata; la strada stessa è nera e asfaltata, intorno i cespugli, le foglie delle palme, le piante rigogliose, il verde scuro ventoso, e poi i giardini ricchissimi. Come cambia, in pochi chilometri il paesaggio. Mi viene da dire che stiamo attraversando una Nostalgielandschaft, un paesaggio saudade. Evoca qualcosa che si vorrebbe, qualcosa di perduto, evoca una fuga mai avvenuta o una sponda mai toccata.

Poi arriviamo al lago. Un cerchio che dall’alto è quasi turchese. Dal basso prevale il bianco, della spiaggia. Togliersi le scarpe, immergere i piedi, sentire l’odore di zolfo, alzare le braccia per la gioia, nella luce che ormai scende e nella nostra piena solitudine. Intorno alcuni dammusi, il solito verde pieno e fertile, un ragazzo che corre e corre intorno all’acqua. Torniamo? Chiedo. Ci riempiremo di fango? Faremo il bagno qui dentro? Ormai è buio.

Il perimetro dell’isola finisce quasi. Una tappa per una cena in un luogo che attende i turisti e nella sua attesa è triste e falsamente raffinato. Una piccola lite e poi via, a casa. E scoprire che intorno a casa di notte vivono le lepri. E che paiono felici.

Day 3

Vento fortissimo. La sala dei divani bianchi trema. I rumori sono quelli di una barca a vela. Fuori la palma sventola con violenza le foglie, il vento arriva a raffiche. Intenso e bagnato di mare. Ma si esce ugualmente. E questa volta ci fermiamo nelle terre dell’abbandono. Un hotel mai finito, stecca decaduta e prepotente sulla costa. Fabbriche cresciute enormi e disordinate e abbandonate o non curate. Un’enorme caserma, vuota e scrostata. E poi, il vero abbandonato: la tomba che pare nuragica, ma è invece pantesca, vecchia 4000 anni e intorno case costruite sugli avanzi di altre tombe.

E l’abbandono del cimitero di Scauri. Lapidi scrostate, usurate dal vento. Foto sbiadite. Quelle che rimangono mostrano facce del secolo passato, Mi colpiscono le donne. Severe, talvolta spaventate, a volte come fossero colte alla sprovvista. Come se la macchina fotografica fosse un nemico, o qualcosa di cui temere o aggredire o da cui sfuggire. Il contrasto è la lapide incisa con intento artistico e moderno e la donna, vestita con colli di pizzo alti e con quegli sguardi, che prima di tutto sono antichi.

Una piccola terra selvaggia, è questa isola, incroci di popoli e di storie. E follie della storia. Arriva il fascismo pure qui, naturalmente, e costruisce strade e caserme. E progetta grandi cose per questo avamposto mediterraneo. Pure un hangar viene costruito, sotterraneo e progettato da Nervi. Nel 43 però arrivano le bombe alleate. Distruggono tutta l’isola. Un massacro, per mostrarne le immagini al nord: “cosi, dicono, vi ridurremo anche a voi”.

Siamo su un pezzo di terra lavico aspro e difficile in mezzo al Mediterraneo e pensi a questi matti che prima ne hanno fatto una avamposto militare e poi ci hanno lanciato migliaia di bombe.

Il vento continua a battere. Pantelleria, per gli arabi, fu l’isola del vento. Gli arabi se ne sono andati. Il vento no.

Ma é come sentirsi coccolati dentro questo nostro dammuso. Stiamo in un’isola avvolta dal maestrale e avvolta dal Mediterraneo. Un puntino che fu puntino sulle carte militare ed é puntino oggi nelle carte marittime e noi, siamo per pochi giorni due puntini su quel puntino.

L’ossimoro Sicilia — aprile 22, 2011

L’ossimoro Sicilia

Scrive Roberto Alajmo nel libro “L’arte di annacarsi”:

È facile innamorarsi di una città come Palermo. È facile perfino finirci a letto. La parte difficile è il risveglio, l’indomani mattina.

Dopo una settimana, una sola settimana, in cui ho macinato mille chilometri nel territorio che va da Palermo a Marsala, in cui ho visto colori intensi, odorato profumi invitanti, assaggiato cibi sublimi, credo che questa frase potrebbe funzionare un po’ per tutta la Sicilia.

Non si può non amare quest’isola. Non si può non sentirsene attratti, rimanere avvinghiati nella sua rete, non si può non lasciarsi andare ai piacere dei sensi, in quest’isola.

Mi sono chiesta più e più volte perché io l’ami tanto.

In fondo ci sono cose, tante cose, che vedo qui che mi fanno imbestialire. La ragazza che con delicata naturalezza butta per terra l’involucro vuoto dei fazzoletti di carta. La fila di case sulla spiaggia di Alcamo, tutte abusive. Le montagne di immondizie, nelle spiagge, lungo le strade. La guida insolente e prepotente. Le mercedes guidate da facce che mettono paura…

Altre cose viste mi mettono tristezza. Le case scrostate, non finite. I ragazzini per strada, in piazza, sui motorini nei giorni di scuola. I tanti bambini obesi, ma davvero obesi. Lo stato di abbandono di palazzi, chiese, monumenti…

Ma poi intorno ci sono le vallate verdi, i paesaggi mozzafiato, il mare turchese, gli involtini di sarde, la crema di arance sulla tagliata di tonno, la ricotta di pecora, la simpatia della gente, il non sentirsi mai soli, mai trascurati, mai osteggiati. La storia a strati di un’isola attraversata da tante civiltà che l’hanno plasmata e costruita. Gli anziani del paese di Prizzi, piccoli e scuri e rugosi con la loro coppola in testa che mi sorridono e mi dicono “Guten Morgen Fräulein”…

Se penso all’episodio della signora Giulietta, mi vengono in mente due letture. Una, quella alla Cammilleri, dove il non dire, il dire non dicendo è divertente, è caratteristico, è sicilianamente pittoresco. Ma quell’episodio, se letto alla Sciascia, mostra tutta la sua tragicità. Perché racconta il non esporsi, il non prendere posizione, il lasciare che tutto sia vago, per potersi poi, eventualmente, mettere dalla parte giusta. Questa è forse la nota davvero tragica di questa amata Sicilia, sempre dominata, con una popolazione che si è fatta dominare da altri. Pure oggi. Nonostante il tricolore appeso un po’ ovunque. E nonostante la resistenza sofferta di chi ha il coraggio di pronunciarlo il nome delle cose.

E ora lo so perché amo la Sicilia. Non solo per il mare o per la musicalità del suo nome. Amo la Sicilia per le sue contraddizioni. Per essere splendida e tragica insieme. Ogni terra, è vero,  ha le sue contraddizioni. La mia, l’Alto Adige-Sudtirol, in fondo, isola anch’essa sebbene senza sbocchi sul mare, ne ha tante di contraddizioni. Ma come forse accade nei paesi del nord, nei luoghi di montagna, esse sono nascoste, se non addirittura represse, cacciate sotto il tappeto, non visibili. Qui, invece, la contraddizione ti aggredisce, ti si schiaffa in faccia, ti violenta quasi. È vero che a noi turisti, girare per Ballarò piace. Piace la decadenza. Piace il brutto. Cito di nuovo Alajmo (una lettura che consiglio ad ogni viaggiatore in Sicilia) che scrive:

Il disastro è vero, il vero è bello. Dunque, nella comune percezione turistica: il disastro è bello.

E siamo tutti lì a fotografare le case rotte, le buche sulle strade, la desolazione.  E ridiamo del traffico. Io stessa, per un giorno, mi sono divertita. Per un giorno, appunto.  Però poi mi dico, ma se i soldi fossero usati per sistemare queste case, questi palazzi, scomparirebbe il  brutto, ma forse al suo posto sorgerebbe una Dinsey Land Sicula. Al nord, dalle mie parti, di “bello curato e di plastica” ce n’è in abbondanza. O forse i soldi verrebbero usati per metà sulla casa e l’altra metà finirebbe nel buco nero della corruzione e delle speculazioni…

Certamente per amare davvero la Sicilia, bisogna sforzarsi di andare oltre il folcloristico, oltre il pittoresco. Riconoscere che, come si dice in modo chiaro in “Johnny Stecchino”, il “ciaffico è un problema”, ma appunto, non solo il ciaffico

Non so dove mi sta portando ciò che scrivo. Perché come è contradditoria quest’isola così sono contradditorie le sensazioni che provo io nei suoi confronti.  E fare un riassunto è impossibile. Perché se faccio scorrere fotogrammi delle immagini più intense e più forti di cui si sono nutriti i miei occhi e che hanno stimolato i miei pensieri, mi viene in mente solo una sintesi: ossimoro.

La Sicilia è uno splendido ossimoro, che si può girare e ruotare e leggere da tutti i lati. E ora, che sono all’aeroporto in attesa di imbarcarmi per il nord, il nord pulito, curato, il nord ordinato e rigoroso, il nord silenzioso, il nord bellissimo delle mie montagne, un pezzetto di me vorrebbe rimanere qui. E come una spugna assorbirne i profumi, i colori, la parte più vitale della gente per portarmeli a casa e di tanto in tanto immergermici completamente, per ritrovare il lato luminoso, solare, vivo di quest’isola, che amo, nonostante tutto, sempre di più.

Hitsckok nelle Egadi — aprile 21, 2011

Hitsckok nelle Egadi

La mia destinazione per l’ultimo giorno in Sicilia è una isola delle Egadi: Levanzo. Sarei voluta andare a Marettimo,  ma troppo lontana e Favignana mi è stata sconsigliata, troppo turistica, troppo grande.

Così a Trapani ho comprato un biglietto per un buon compromesso tra minore sviluppo turistico e mio tempo a disposizione.

Arrivando al piccolo porto dell’isola, per un attimo, solo un attimo, si potrebbe pensare di giungere ad una piccola isola greca: mare turchese, montagne inospitali, scogli, infissi blu delle finestre e un piccolo grappolo allungato di case bianche. È davvero solo un attimo. Basta mettere a fuoco i dettagli:  la grande scritta “Bar Arcobaleno” e quelle case che  alla fine non sono poi così bianche, sono sbiadite. L’intonaco, spalmato una volta sola, mostra i segni dell’inverno, del vento, dei ritocchi, manca di candore.  I colori sono decisamente quelli della Sicilia.

Levanzo dista solo 20 minuti da Trapani ed è tutta qui. Un porticciolo, questo grappolo allungo di case, la montagna. Scendo dall’aliscafo giro lo sguardo, mi guardo intorno e mi dico: “E ora? Che ci faccio sei ore dentro questo grappolo?”

Evito, tuttavia, di farmi prendere dallo sconforto. In fondo splende il sole e anche se non posso stendermi ad abbronzarmi perché ieri a Mondello, la grande spiaggia di Palermo, la mia bianca pelle del nord ha mostrato tutta  la sua vulnerabilità, posso fare una camminata nelle mulattiere, magari andare a visitare la Grotta del Genovese con immagini del mesozoico o trovare una nicchia a bordo mare …

Mi butto nel paese, ma subito la sua indolenza, come per osmosi, m’invade. Sarà il cielo, che a guardarlo bene non è poi così soleggiato, ma piuttosto velato, sarà che quelle poche persone scese con me dall’aliscafo sono scomparse e quindi mi trovo sola sulla rampa che porta al bar Arcobaleno. Sarà il silenzio. Mi verrebbe voglia di risalire sull’aliscafo. “Oggi non è cosa”, mi dico. Ma la scia bianca me lo mostra già verso Favignana. Non mi resta che rimanere, che esplorare questo luogo.

 Mi prendo un caffè, buonissimo come tutti i caffè che ho bevuto in Sicilia, e cerco un negozio.  Lo trovo su quella che si potrebbe definire la “via principale”. L’Alimentari “Erina” è una stanza buia e stretta, piena di prodotti in scatola, un po’ di frutta, verdura e acqua, tanta acqua. Alla cassa due signore anziane. Una lavora a  maglia, l’altra legge un foglio attaccato agli occhi, le istruzioni: un dritto, un rovescio, accavallare il rovescio precedente sul dritto … Quasi non mi considerano. Anzi, il mio voler pagare è di evidente disturbo a tale concentrata attività.  Mi insinuo tra un dritto e rovescio e pretendo di pagare. Mi guardano come se fossi un fantasma , ma accettano il mio disturbo, i miei soldi e il mio arrivederci.

Munita di acqua e crema da sole, mi dirigo verso l’uscita del centro abitato. Alcuni bambini giocano sulle scale che risalgono verso la chiesa, tre adolescenti chiacchierano nascosti dietro una kitschissima statua di padre Pio. Indolenza. Oltre loro, non c’è nessuno. Il paese pare senza vita. Mi faccio forza ed esco verso la mulattiera con destinazione “Grotte del Genovese”.  All’orizzonte vedo Marettimo, avvolta da una foschia alla sua base, come se la punta dell’isola fosse sospesa nel cielo.  Pare un’apparizione, un miraggio.

Sono completamente sola. E un po’ di timore mi assale. Nessuno sa che sono qui. Su questa mulattiera, a picco sul mare, infestata da cespugli non c’è nessuno. Se mi succedesse qualcosa, chi mi trova? Inquietudine. Indolenza. E come a voler rinforzare questo mio stato d’animo un gabbiano inizia a volare rasente verso di me. Gira sopra la mia testa e scende fino a quasi toccarmi sfidandomi con un urlo sgraziato. Hitsckok. La paura che tutti i gabbiani presenti, appollaiati sugli scogli o in volo disordinato decidano di puntare nella mia direzione. Mi vengono in mente altri mille film. Un’isola deserta o misteriosa. Un cielo che si copre lentamente di nubi. Il vento intenso. Un paesaggio mozzafiato con splendidi faraglioni Le onde minacciose che si spezzano contro le pietre. Un villaggio deserto, ma con visibili tracce di vita.  E una straniera. L’inspiegabile che accade.  Cerco di scacciare tutte queste immagini, ma mi ripeto “Oggi non è cosa” e, come un coniglio, faccio dietro front. Le grotte le vedrò, forse, un’altra volta. La verità è che non ho nessuna voglia di camminare per vedere queste grotte. La verità è che ho voglia di essere indolente anch’io. E allora il gabbiano e Hitsckok mi corrono semplicemente in soccorso per fare dietro front senza sentirmi in colpa.

Trovo una caletta bellissima, di fronte ai faraglioni, con l’acqua turchese e trasparente. Mi accoccolo tra due scogli, protetta dal vento che salendo sta portano le nubi e guardo il mare, sento il mare, annuso il mare. Di fronte a me, oltre i faraglioni, la Sicilia. Dietro, sulla mulattiera, una coppia che si addentra verso la grotte. Li seguo con lo sguardo, contenta di starmene qui, sui ciottoli a non fare un bel niente.

Ogni tanto alla caletta scende qualcuno. Allora c’è vita, mi dico! Due ragazzine, poi una famiglia con un padre temerario che si butta dell’acqua gelida senza nemmeno il sollievo del sole. Una coppietta che si siede più su a mangiare due panini. Io, come se non ci fossero, fisso il mare e mi riposo.

Sto due ore seduta a non fare un bel niente. Poi d’impeto mi alzo e mi impongo di dare una chance a questa isola. Di liberarmi della prima impressione. Perché, mi dico, qui in agosto, questa caletta, sarà un tappeto di gente, con teli da spiaggia colorati, la borsa frigo con melanzane fritte e focaccia, con bibite ghiacciate, con boccagli e pinne, con magari la radio a disturbare i vicini, con i tuffi degli esperti dal faraglione, con bambini strillanti, con odore di crema solare.

Ritorno verso il paese. E solo ora mi rendo conto cosa mi aveva così colpito al primo passaggio. La pavimentazione, sicuramente frutto di un intervento recente, è quasi lucida, nel senso che sembra ci sia passata una lucidatrice, che sia stata lavata. Le lastre color panna sembrano effettivamente  il pavimento di una casa. E le case, che quasi ne assumono la stessa tonalità, con le loro pareti, sembrano i muri interni di una casa.  Dentro questi spazi  c’è il vuoto. E poi qua e là, scorci con biancheria stesa, un tavolino con le reti della pesca, due vasi di fiori, una biciletta arrugginita, le tende di pizzo. Ma soprattutto il vuoto. Il silenzio. E il pulito. Tutto questo fa sembrare il paese di Levanzo una scenografia costruita per un film ed è come se io l’attraversassi durante una pausa, magari mentre  attori, tecnici, regista, truccatori … fossero da qualche parte a mangiare. Poi torneranno e gli spazi si riempiranno. Sembra tutto finto, non perché bello, ma perché la decadenza è pulita, curata, e gli oggetti intorno alle case sembrano messi li per creare volutamente una certa atmosfera e perché non sembra di essere all’esterno, ma dentro qualcosa. Ecco lo straniamento iniziale, che ora riesco a codificare. Attraverso allora questa scenografia e mi porto sul lato opposto e, dato che ormai il mistero mi accompagna, entro nel cimitero.

Un thriller. Uno psycho thriller. Mai visto un cimitero così. Come se ci fosse stata una battaglia. Una bufera. Una distruzione.  Il piccolo cimitero è affacciato sul mare. Il vento fa rotolare le bottiglie di plastica, che immagino  servano per annaffiare i fiori. Ma quali fiori? mi chiedo. Solo una tomba ha due vasi con calle fresche, gli altri o sono vuoti o contengono fiori secchi o sono rovesciati, a terra. Una tomba ha la croce di marmo spezzata e caduta sul nome del defunto. Un’altra ha le foto scollate cadute disordinatamente a terra. Molte hanno perso alcune lettere dei nomi e delle date di nascita e morte, altre, quelle fatte a mosaico, hanno perso le tessere e sono scrostate. Le foto dei defunti ritraggono per lo più anziani. Immagini in  bianco e nero di uomini con i baffi e visi rugosi e donne severe o dallo sguardo malinconico. Come non può essere vero, reale il paese, così, mi dico, non può essere vero, reale questo cimitero.

Caricata di nuove sensazioni più vicine al noir che all’idea di un estate al mare, mi dirigo verso la torre saracena, un rudere di pietra nella punta più alta dell’isola.  Sono sempre sola e la mia sorpresa la trovo lassù. Davanti ai miei occhi si apre un altopiano, piccolo ma verdissimo, di campagna, di pascolo. Non vedo persone, ma sento un cane. Un gallo. A dominare il paesaggio una vecchia villa con una grande aia, completamente abbandonata e resa spettrale dagli infissi che sbattono confusamente per il vento.  Mi faccio del male e ci giro intorno. Mi vengono quasi i brividi e mi aspetto un cane rabbioso o un uomo con un fucile apparire da un momento all’altro. Quassù, poi, il vento è fortissimo.

Ma di nuovo, come terapia, mi sforzo di immaginare l’estate di Levanzo con teli da spiaggia colorati, la borsa frigo con melanzane fritte e focaccia, con bibite ghiacciate, con boccagli e pinne, con magari la radio a disturbare i vicini, con i tuffi degli esperti dal faraglione, con l’odore di crema solare.

Torno al paese e vado alla Chiesa. E qui, finalmente trovo vita. Uno scorcio, un angolino, ma sufficientemente vivace a chiassoso da farmi uscire lentamente dal film in cui mi sono cacciata. Un parroco anziano  sta preparando sei bambini alla loro prima comunione. I bambini sono agitati, lui cerca di tenerli disciplinati, ma in realtà si vede che si diverte, che li conosce bene, che vuole loro bene. Mi siedo e sto lì un po’ ad ascoltare la confusione esuberante dei bambini dentro questa piccola chiesa in cima ad un paese deserto e apparentemente muto.

Scendo di nuovo al bar e la ragazza dietro al banco pare confermarmi quello che ho visto in chiesa: vita! Con fare spigliato e aperto si mette a chiacchierare con me. “Buh, agosto bruttissimo è. Figurati che qui non c’è mai posto abbastanza da quanta gente arriva”. E allora avevo ragione! Hitsckok non centra niente con quest’isola. Centrano invece i  teli spiaggia colorati, la borsa frigo con le melanzane fritte e focaccia, le bibite ghiacciate, i boccagli e le pinne, magari la radio a disturbare i vicini, i tuffi degli esperti dal faraglione, i bambini urlanti e l’odore di crema solare.  Al bar arrivano alcuni ragazzi, appena sbarcati, arriva gente, baci, abbracci, uno ha i fiori portati da Trapani, l’altra i dolci. Pasqua, iniziano le ferie. Le famiglie si ritrovano, in questa piccola isola dove d’inverno ci vivono 100 persone. Corro verso il porticciolo e anticipo il mio rientro in Sicilia e mentre aspetto l’aliscafo guardo Trapani. Sono solo venti minuti ed io sono solo capitata a Levanzo nella mia giornata noir.

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