Avvicinamento a Sydney — agosto 13, 2010

Avvicinamento a Sydney

Sono sempre più vicina a Sydney.

Noosa

La prima tappa del mio avvicinamento alla metropoli è Noosa. Una cittadina-paese costruita sull’oceano, tra laghi e un fiume che l’attraversano. Dalla cartina si potrebbe pensare ad una specie di laguna, circondata dal verde dei parchi naturali. Noosa è la meta di surfisti, ma anche di un turismo più vario e più raffinato rispetto ai tanti luoghi sulla costa che ho attraversato. Ci se ne rende conto subito: negozi fashion, ristoranti e lounge bar, addirittura uno Sheraton! Ma tutto queste non deve ingannare. Anche un posto che a Milano si definirebbe “fighetto”, non è assolutamente eccessivo e offre spazi e ambienti per tutti. Certo, qui per la prima volta non mi sento in mezzo al mondo backpackers. I viaggiatori da zaino in spalla  si perdono, quasi si diluiscono, in mezzo a famiglie, anziani e giovani più trendy.

Io comunque dormo in un ostello, dove l’atmosfera backpackers è garantita. La stanza è piccolissima, le ragazze hanno tutta la loro roba in giro, letteralmente in giro al punto che non c’è spazio per camminare, la cucina ha il solito odore delle cucine degli ostelli (anche se pulite non profumano mai di pulito) … e intorno, stravaccati sulle poltrone di vimini, ragazzi di tutte le lingue. Nonostante la mia imminente insofferenza (caos in camera, cucina, bagno …), è un bell’ostello. Il proprietario, un uomo sui 60 anni, tatuato ovunque, deve essere stato un frichettone nei suoi anni più giovani. È un ostello yoga, indianeggiante, alternativo.

È la mia penultima notte in camerata e devo dire che sono contenta. Dopo un mese (con pause, ovviamente) di condivisione di camera e bagno, di letti a castello, di zaino sempre aperto e richiuso poco dopo per una nuova partenza, non vedo l’ora di arrivare a Sydney con la mia stanza e il mio bagno e dormire nello stesso letto per ben sei notti. Soprattutto non vedo l’ora di vivere di nuovo un po’ in città. I miei occhi non vedono il mascara da un mese, i miei capelli, asciugati sempre dal vento hanno preso direzioni strane, i miei piedi hanno la sabbia incrostata e lo smalto a macchie. Sento il bisogno, davvero, di rimettermi in sesto!

Noosa, in questo senso, è un’ottima tappa di avvicinamento. Cammino per le strade e respiro aria di quasi città. La colazione la faccio da “Fratellini”, un bar ristorante vicino alla Sunshine Beach, arredato in modo creativo, con quadri, righe, sedie colorate, tavolini, cuscini, fiori freschi, una grande vetrata aperta che fa entrare il vento dall’oceano. Sul mio tavolo: il giornale, un soy-capuccino e pane tostato con marmellata di zenzero. Ho il sorriso del piacere stampato sulla mia faccia. Poi scendo alla spiaggia, lunga, con onde altissime e tantissimi surfisti. Li seguo nei tentativi di scavalcare le onde, nelle attese, tutti insieme, come una tribù, nei momenti di mare piatto e poi, con l’arrivo delle onde, buttarsi sulla tavola con la pancia, sbracciare e alzarsi in fretta prima che la cresta diventi solo schiuma. Li seguo anche mentre camminano sulla spiaggia, guardano l’oceano, commentano, indicano … È l’ora del tramonto. 

Credo, tuttavia, che Noosa me la ricorderò soprattutto per il suo cielo. Immenso, come sempre in Australia, con le nuvole portate via dal vento, ma ancora lì, ancorate nel blu, che diventa viola. Le nuvole dapprima sembrano dipinte con colore ad olio pastoso, come si vede in tanti quadri romantici, poi, con l’allontanarsi del sole, diventano arancioni su un cielo viola e infine, incredibilmente rosa (come il budino alla fragola che mangiavo da piccola) su cielo grigio perla. In venti minuti seguo questo cambio di colori, completamente estasiata. Poi, con il buio, l’ultimo spettacolo me lo regala la luna. Sottilissima, ma invece di essere verticale, è un’esile bocca che ride. Qui sono sotto l’equatore e la luna la si vede da una prospettiva diversa. Il cielo è limpidissimo e si vede questo sorriso sottile luminosissimo, dietro al quale è possibile scorgere l’ombra grigio scura della luna intera.

Brisbane

Ora mi trovo a Brisbane, la capitale del Queensland. Mi fermo solo per 24 ore.

Ieri, appena arrivata, ho depositato lo zaino e mi sono buttata in città. Erano le 15.00 e avevo solo due ore e mezza si sole. Ovviamente in così poco tempo non è possibile farsi un’idea di una città. Le mie impressioni, dunque sono superficiali, ma ci provo.

Direi che sembra di essere in una città del Nord Europa. Forse per l’aria e i colori, ma anche per l’ordine, le piste ciclabili, la segnaletica, la pulizia.

Ieri il cielo era blu intenso, un vento fortissimo lo ha tenuto pulito. La temperatura è simile a quella delle nostre giornate di marzo, quando c’è il sole, ma l’aria non è ancora calda. Cammino per la città, verso la zona dei musei, poi prendo un traghetto, attraverso il polo universitario e mi trovo nella zona dei negozi. Sono quasi le 17.30 e stanno chiudendo. Nella zona pedonale è pieno di gente. Non sono abituata a tanto caos, tante luci, tante persone. Nonostante il freddo, molti cenano o si prendono un aperitivo in chioschi-ristoranti, aperti, costruiti nella zona pedonale. Io mi concedo una cena da “Wagamama”, uno dei miei posti preferiti a Londra. Vado sul sicuro, per la mia prima sera, di nuovo, in città!

Leggevo questa mattina sul giornale, che Brisbane sta diventando la città australiana del design. Questo riconoscimento lo deve prevalentemente ad un ponte, costruito  meno di un anno fa, che porta pedoni e ciclisti dalla city alla zona dei musei, della libreria e del teatro. È un ponte sostenuto da un intricato e confuso sistema di cavi. Passa sopra la circonvallazione, che è costruita sopra il fiume, la ciclabile, anch’essa una sorta di pontile sopra il fiume, e il fiume stesso. La parte che sovrasta la strada è coperta da grate che tolgono un po’ la bellezza, ma che sono lì per la sicurezza degli automobilisti. E non solo …

Easy or Heavy Living?

Ieri, in autobus, ho letto un articolo su una rivista australiana che mi ha molto colpito. La prima causa di morte per gli uomini sotto i 44 anni in Australia è il suicidio. L’Australia si trova di fatto in vetta alla classifica a livello mondiale per il numero di suicidi all’anno. Per dare un’idea di ciò, l’articolo cita l’Italia e la Grecia come paesi che hanno al contrario un indice molto basso. In Australia, ogni giorno, in media muoiono 6 persone per suicidio. Ecco allora che la mia impressione di un paese in cui tutto sembra così facile, così fluido, così poco complicato, trova l’altra faccia della medaglia in questa drammatica realtà. L’articolo non spiegava le possibili cause. Tendeva piuttosto a parlare di prevenzione e riconoscimento dei “segnali”. Certo, leggendo queste statistiche, mi è venuta in mente Dorothy Hewett, di cui ho già parlato in un precedente post, quando lamentava la mancanza di radici vere tra gli australiani. Sempre sul giornale, ad esempio, ho letto che a Darwin, la prima città che ho visitato, la gente ci vive generalmente per cinque anni, al massimo dieci, e poi si trasferisce. Allora mi viene in mente quel ragazzo italiano conosciuto a Mission Beach che se ne è venuto in Australia per “sfuggire” da mamma e sorella. E come lui, le tante persone, europee, che si prendono una pausa dalle radici, e vivono la libertà dell’Australia … però poi tornano. Perché probabilmente quelle radici ci servono, danno un senso alla nostra vita. Gli australiani bianchi hanno al massimo 200 anni di radici, ma generalmente molto meno. Spesso solo una generazione, senza la casa, la terra. Non so se siano queste le possibili cause, ma immagino che non avere punti fermi possa creare profondi disagi.

Chi, invece, aveva la casa e la terra e generazioni e generazioni alle spalle di punti fermi sono gli aborigeni. In un negozio di book crossing (scambio libri) ho trovato un testo che avevo cercato invano in Italia. È la storia, raccontata da una donna per metà aborigena e per metà bianca, di “Nana”, sua nonna, e della sua tribù. Il libro racconta dei molti meccanismi di salvaguardia dell’identità che nei secoli gli aborigeni hanno sviluppato (le donne che insegnano alle bambine, gli uomini ai bambini; le storie della famiglia, della creazione, ma anche le parabole educative raccontate attraverso le pitture, i canti e i balli). Non solo. Hanno sviluppato anche un senso di protezione della tribù e di legame tra i suoi membri. Dal nonno al nipote si definiscono fratello e dalla nonna alla nipote, sorella. I più giovani devono adottare gli anziani (i nonni e i bisnonni) e prendersene cura (in questo modo, occupandosene come fossero proprio figli, non rischiano l’abbandono, grave oltre che per la persona, anche per la comunità in quanto sono loro a trasferire le conoscenze). Il libro, davvero affascinante, si chiude con un misto di speranza e preoccupazione. La speranza deriva dal fatto che Nana, la nonna dell’autrice, nel 2004 ha siglato un accordo di riconoscimento della sua comunità con le autorità del Queensland. Vorrei far notare la data: 2004! Certo, lo sradicamento degli aborigeni dalla loro cultura non è un fatto inedito nella storia dell’umanità. Basti pensare a cosa fecero gli spagnoli in Sudamerica. Il punto è che qui tutto ciò e’ iniziato 200 anni fa ed è ufficialmente terminato solo 18 anni fa. Cioè, in un epoca in cui la carta dei diritti dell’uomo si presume sia acquisita. Lo so, che suono un po’ ingenua … Ma l’Australia, con tutta la sua cultura “eco”, in difesa dell’ambiente, con il suo comportamento tanto civile e rispettoso, con la sua libertà, è in ritardo e ormai è tardi. Questa è la nota pessimista del libro. Fintanto che gli aborigeni stavano nelle missioni (inizio 900) l’alcol non c’era, ma in compenso non c’era la libertà. Per andare da una comunità all’altra gli aborigeni avevano bisogno del permesso, e questo in un paese dove tutti si spostano di continuo. Poi, finita l’era delle missioni, gli aborigeni, privati prima della libertà e della connessione alle loro radici, si sono persi. Secondo l’autrice del libro sono soprattutto gli uomini ad essersi persi. Suo nonno, il marito di Nana, è morto per alcolismo. I giovani non ascoltano, i vecchi non sanno a chi insegnare. Forse, mi dico, l’inserimento rapido e imposto dall’esterno in un mondo diverso non ha permesso agli aborigeni di trovare un equilibrio tra identità e modernità, tranne nei caratteri più forti, che combattono con battaglie o libri, facendo vivere la propria cultura. Perché non si tratta solo di folklore. Quei canti, quelle danze, quella vegetazione, quegli animali, quelle tradizioni nei legami familiari, la lingua (diversa da tribù a tribù), la vita dentro la natura erano tutto ciò che agli aborigeni avevano. Non hanno una storia scritta. Hanno solo gli insegnamenti di generazione in generazione. Se la catena si rompe, e si sta rompendo, non rimane nulla.

Forse questo suona banale, ma il paradosso di questo paese sta tutto qui. Chi gode della libertà assoluta e della mancanza di radici, i bianchi, porta l’Australia ad avere uno dei più alti tassi di suicidi all’anno. Chi, invece, queste radici le aveva, si perde nell’alcol, perchè appunto, l’identità ancestrale è stata pesantemente compromessa.

Non ho strumenti per capire meglio. In fondo mi sono mossa di ostello in ostello con ragazzi come me. In fondo, con il mio zaino in spalla, ero in vacanza. Forse vivendo qui, lavorando qui si riesce a capire meglio e forse il bianco e nero non è così netto, forse, senz’altro, c’è altro solo che io non avuto tempo e modo di scoprirlo. Gli australiani che ho incontrato erano prevalentemente operatori del turismo, professionali e bravi! Quindi mi fermo qui, ma certo queste contraddizioni rendono questo paese più complesso rispetto alla prima impressioni e l’easy living nasconde ombre e luci.

Fra poche ore mi imbarco per Sydney per la mia ultima settimana australiana.

Fraser Island, l’isola di sabbia — agosto 10, 2010

Fraser Island, l’isola di sabbia

La mia fermata ad Harvey Bay è solo finalizzata alla visita di Fraser Island, un’isola che è patrimonio dell’umanità.

Sono 120 chilometri di sabbia, sui quali si è sviluppata una fitta foresta pluviale subtropicale. Il Capitano Cook, quando nel 1770 ci navigò a fianco, la nominò “Sand Peninsula”. Il nome Fraser, invece, deriva dalla sciagurata avventura dei signori Fraser, che qui fecero naufragio verso la metà del 1800.

Come andarono davvero le cose ai coniugi non si sa. La Lonely Planet racconta che il capitano Fraser morì, mentre la moglie fu salvata dagli aborigeni che popolavano l’isola. La nostra guida, invece, ci racconta che il capitano era gravemente malato, che insieme alla moglie chiese aiuto agli aborigeni, i quali dissero che avrebbero dato loro del cibo se avessero partecipato alla preparazione del pasto. Il capitano, vuoi perché indebolito dalle ferite, vuoi perché non aveva mai cucinato in vita sua e, direi, per una certa supponenza razzista, pare abbia rifiutato. Gli aborigeni, offesi per tale rifiuto, si dice lo abbiano gettato in un lago, dove morì, infettando l’acqua a causa delle infezioni procurate dalle ferite.  La signora Fraser, raccolta finalmente dai bianchi, provata e sofferente, finì la sua vita in un manicomio in Inghilterra.

Fatto sta che i “coloni” nel tempo scoprirono che questa isola offriva due risorse importantissime: legname adatto alle imbarcazioni e la sabbia, con i suoi minerali. Gli aborigeni fecero resistenza all’aggressione della loro terra, ma, naturalmente, alla fine cedettero. Basti pensare che solo dal 1992 ogni attività estrattiva è stata interrotta.

Storia e aneddotica a parte, la cosa davvero straordinaria di quest’isola è proprio la sabbia. Solo pochi sassi e scogli, hanno fatto si che in 800.000 anni, tra vento e correnti marine, si sia sviluppata l’isola.

La nostra prima tappa è la foresta. Descrivere l’atmosfera del camminare ricoperti da alberi e palme, sottilissimi e altissimi, in una penombra luminosa, per quanto possibile, tra tronchi lucidi, arancioni, quasi come muscoli di animali o tronchi dalla corteccia morbida come il sughero e piena di rughe profonde, o ancora alberi che sembrano ricoperti di lumachine e infine le palme, sottilissime, alla ricerca della luce, altissime verso il cielo, ebbene descrivere tutto questo è difficile, impossibile. Il sottobosco, inoltre, è assolutamente “non curato”, foglie di palme rinsecchite, rami secchi, tronchi morti, liane attorcigliate … davvero sembra la foresta vergine, senza traccia umana.

Noi abbiamo seguito un ruscello, denominato “Whispering River”, il fiume è detto sussurrante, perché è talmente leggero e trasparente e silenzioso che non si sente nemmeno il rumore dell’acqua e, se non fosse per qualche naturale ostacolo nel suo letto, non lo si vedrebbe nemmeno. Un corso di acqua trasparente nella penombra della foresta. Questo, per gli aborigeni dell’isola, era il luogo “privato” delle donne. Qui, infatti venivano a partorire.

Usciti dalla foresta saliamo sul nostro mezzo, una specie di camion-bus simili a quelli della Parigi Dakar. Su Fraser non ci sono strade asfaltate, ma solo tracce sulla sabbia. Solchi profondi, morbidi e diversi ogni giorno segnati dai Range Rover di pescatori e dai mezzi per i turisti. Usciti dalla foresta entriamo letteralmente in spiaggia. Una spiaggia larga, lunga, appunto 120 chilometri, che noi percorriamo con il nostro camion. La spiaggia è di fatto quasi una strada. Da un lato l’oceano, poi la sabbia, poi le dune, poi la foresta. Tutti i mezzi transitano su questa “strada” e non solo le macchine, anche piccoli aerei che da qui decollano per far vedere Fraser dall’alto. Mi rendo conto che i miei lettori potrebbero storcere il naso. Ma la spiaggia è talmente grande e il numero di frequentatori, per quanto possa essere alto, non viene percepito per l’estensione. Il  traffico non disturba, anzi rende molto suggestiva la vista attraverso il parabrezza. Spesso si incrociano pescatori che con i piedi in acqua buttano l’amo tra le due onde, prossime a rompersi sulla spiaggia. Dietro le dune ci sono i loro accampamenti. Nel mare, invece, oltre i pescatori, si vedono gli spruzzi delle balene. Branchi di passaggio con il loro dorso nero e la rapida nuotata.

Immerso nella sabbia, tra il mare e la spiaggia, troviamo anche un relitto. Meta preferita di tutti i turisti. Noi per fortuna ci fermiamo quando non c’è più nessuno. Intorno al relitto, trasportate dalla sabbia, ci sono piccolissime meduse trasparenti dai filamenti blu notte.

Percorriamo tutta questa spiaggia e arriviamo a Indian Hill (“Indian” perché Cook, quando vide gli aborigeni, li chiamò indiani). È uno dei pochi tratti di roccia. Saliamo e vediamo tutto lo splendore della spiaggia a sinistra e un altro tratto, identico, a destra. Al largo, balene e delfini. Sotto, in fondo ad uno strapiombo di 100 metri, fatto di rocce da pelle d’oca per le vertigini, l’oceano.

Questo è l’unico punto in cui ci sono parecchi turisti. Sembra quasi il capo di Santorini, dove tutti vanno a vedere il tramonto. Qui siamo tante formichine colorate con lo sguardo verso l’oceano alla ricerca di balene e delfini. Io, rivolgo lo sguardo verso il basso e rimango ipnotizzata dalla forza dell’acqua. Seguo le onde perché è come se una materia unica avanzasse, calma ma vigorosa, un magma turchese. Seguo l’onda che si forma, il colore è blu ottanio, un verde blu corposo e pieno. L’onda cresce e la cresta bianca e spumosa schiarisce i colori con un turchese pieno, quasi artificiale. Poi l’onda si spacca, è solo bianca, ma subito la schiuma scompare, diventa una pellicola luminosa, verde, trasparente. Seguo un’onda, due onde, tre onde e vorrei tuffarmi e esserne parte, ma l’altezza, gli scogli, la violenza dell’oceano e gli squali mi fanno semplicemente sognare il contatto con quel magma.

L’occasione, comunque per bagnarmi mi viene offerta poco dopo, anche se non in mare. Ci fermiamo ad un ruscello che dalla foresta scende nella spiaggia, l’attraversa e si butta nell’oceano. È un ruscello tortuoso, che percorro, non lungo la riva, ma dall’interno, dentro l’acqua. Ci sentiamo un po’ come Rambo nei film d’avventura (zaino in spalla, maglietta, ma gambe nude, con l’acqua fino alle cosce, circondati da una natura minacciosa) oppure come frequentatori di un wellness (camminare rilassati nell’acqua fresca circondati da colori e suoni distensivi). Il punto è che a differenza di un wellness qui siamo dentro qualcosa di reale. È un luogo di pace. È  il luogo dove le donne aborigene venivano con i bambini. E un po’ bambini ci sentiamo: camminare in un fiume è bellissimo. Mentre mi godo questa pace sento urlare il mio nome. Sono Marion e Wil, le due ragazze olandesi del Northern Territory. Loro hanno scelto un’esperienza più dura sull’isola: accampamento “senza bagno né niente”, mi dice un po’ preoccupata Wil. Non fa per me, penso, anche perché questa spiaggia è frequentata dai dingo.

I dingo sembrano cani, ma non lo sono. Hanno il colore delle volpi, l’aggressività dei lupi. Ne abbiamo visti due. Uno aveva scavato una fossa profonda un metro dove i pescatori avevano seppellito le interiora dei pesci. No, decisamente, la natura libera a Fraser non è cosa per me.

Mi godo molto di più il resort dove passeremo la notte. Un posto attrezzatissimo …, che mi ricorda il villaggio del film “Dirty Dancing”. Solo che qui è tutto un po’ più squallido e decadente.

La serata la passo con una ragazza tedesca che ho incontrato per brevissimi tratti nei vari spostamenti (e che rivedrò a Noosa) e tre ragazze francesi. Il gruppo questa volta è molto più grande e “tour operator style”, quindi più dispersivo e meno comunicativo. Si creano tanti piccoli gruppi … il  nostro è quello che dopo cena si butta a giocare a carte!

La seconda giornata è quella dei bagni. Non in mare, ovviamente, ma ormai sono abituata. In Australia ho soprattutto nuotato nei laghi. Piove, piove molto, ma non ci demoralizziamo.

Il primo lago è il Mckenzie, un bacino immerso nella sabbia bianca, morbida come fosse farina. Tutto intorno c’è la foresta e sopra un cielo grigio e plumbeo. Tentenno, l’acqua è gelida, hmm … non so che fare. Poi, come presa da un raptus, mi spoglio e corro lanciandomi in acqua. È  freddissima, ma (ormai lo so) dopo alcune bracciate, ci si abitua. Quando finalmente esco dall’acqua, sembra quasi caldo. Mi sento tonica e fresca e soprattutto soddisfatta!

Il secondo lago, tuttavia, il lago Wabby, è quello più suggestivo. Per arrivarci si deve seguire un percorso di 45 minuti circa dentro la foresta. È tutta sabbia ed io cammino a piedi nudi, perché mi sembra quasi di farmeli massaggiare dalla sabbia. La strada è tutta in salita. Arrivati in alto ci troviamo di fronte una specie di mare di sabbia. Dune immense. Seguiamo le tracce che ci hanno preceduto in questo paesaggio straordinario e così diverso da tutto ciò che abbiamo visto fino ad ora sull’isola, poi ad un certo punto, la discesa. Siamo sulla vetta di una duna che ripida scende direttamente nel lago. Sul lato apposto l’acqua è quasi invasa dalla foresta. L’acqua è verde bottiglia, scura al centro, ma verde chiaro sulla riva a contatto con la sabbia. Questa volta il bagno non lo faccio. C’è poco tempo a disposizione e poi, il mio costume si è appena asciugato e piove … Mi godo questo paesaggio. Alcuni ragazzi del nostro gruppo si buttano sul pendio di sabbia sprofondando con i piedi, acquisiscono sempre più velocità e finiscono con una capriola in acqua. Peccato non ci sia il sole. Brillerebbe tutto di più.

Insomma, Fraser Island, è di nuovo un’altra sorpresa. Di nuovo paesaggi, colori, atmosfere diverse dentro solo 120 chilometri di lunghezza.

Ora sono rientrata a Hervey Bay, con i piedi pieni di sabbia incrostata e pronta per la mia prossima partenza. Domani dormirò a Noosa.

Superato di nuovo il Tropico del Capricorno — agosto 8, 2010

Superato di nuovo il Tropico del Capricorno

Alle 6 del mattino un pullman carico di passeggeri immersi nel sonno, compresa la sottoscritta, ha passato il Tropico del Capricorno.

Il passaggio è avvenuto in modo traumatico. Non perché passare una linea convenzionale, che ci introduce nel vero inverno, possa causare scompensi chimici o magnetici. Il trauma è di provenienza tutta umana. L’autista (viaggiavo su un bus notturno) alle 6, arrivati a Rockhampton, ha prima acceso la radio a tutto volume e poi le luci. Alcuni passeggeri dovevano scendere e questo gli è sembrato il modo migliore per informarli dell’arrivo a destinazione.

Il viaggio notturno, a parte questo risveglio, è stata tranquillo. Ero stanchissima, perché dopo lo sbarco dalla nostra barca a vela ad Airlie Beach, come una “homeless” ho girovagato tutto il giorno in attesa di partire. Le valige erano custodite, ho passato qualche ora in spiaggia gustandomi degli spaghetti thailandesi, ho fatto un doccia di cinque dollari in un ostello e poi sono andata a cena con i compagni di mare. La serata è stata divertente, ma ad un certo punto ero davvero stanca. Al gruppo si era unito anche Bjorn, il ragazzo tutto fare della barca, che aveva un unico obiettivo per la serata: ubriacarsi. E con lui, molte delle persone intorno a noi.  Molti (non il mio gruppo, per fortuna) bevevano scaricando litri di birra in gola. Non per il gusto del luppolo, ma per il gusto dello stordimento.

Stanca morta e felice di abbandonare gli ubriachi sono, dunque, salita sul bus e mi sono addormentata subito.

La destinazione era Agnes Water, un piccolissimo villaggio sulla costa, vicino a Town of 1770, dove Capitano Cook sbarcò scoprendo l’Australia.  Avendo davvero poco tempo a disposizione, visto che il giorno dopo sarei ripartita, non ho nemmeno esplorato la zona, che è descritta come molto bella. Il villaggio, in ogni caso, è semplicemente un incrocio con due supermercati, due bar, un benzinaio ed un negozio per surfisti. A fianco ci sono le Poste, la scuola e qualche altro edificio. Poi le case, prevalentemente nuove, e infine il mare. Una bella lunga spiaggia, come sempre con poca gente, come sempre pubblica e non attrezzata. Insieme a me, per tutta la giornata, c’è stata una ragazza tedesca, conosciuta in pullman, con la quale condividevo anche la stanza. Credo che si tratti il primo caso di walkabout con effetti negativi. Ha appena 21 anni, da 9 mesi gira da sola per l’Australia e si trova in una fase negativa e quasi disperata. Così sono stata con lei, le ho fatto forza, sono stata quasi materna per darle coraggio. Lei alla fine mi ha ringraziato e abbracciato per essere stata con lei tutto il giorno. Speriamo che se la cavi.

Il fatto di aver attraversato il Tropico del Capricorno è evidente la sera più che mai. Ho ripreso il mio berretto di lana, ho indossato tutti i vestiti che avevo e, non essendo il mio bungalow riscaldato, ho dormito vestita. Gli sbalzi sono notevoli, davvero.

Ora mi trovo ad Harvey Bay, località famosa per le balene e per Fraser Island, la mia destinazione (l’ultimo tour) nei prossimi due giorni.

Harvey Bay è una cittadina abbastanza grande, con una strada piena di negozi e ristoranti ed una spiaggia frequentata oggi soprattutto da bambini che saltano come cavallette impazzite nell’acqua fredda. Io provo a stare un po’ in costume, ma alle tre, il sole è già molto invernale e una leggera pelle d’oca mi costringe a rivestirmi. È definitivamente finita la mia permanenza nella fascia tropicale e quindi devo abituarmi al caldo tiepido del giorno e al freddo la notte.

Domani mattina parto di nuovo, per Fraser Island, che, a quanto ho letto, è magica e speciale. Poi Noosa, un piccolo paese e poi Brisbane, dove prenderò un aereo per Sydney. Sto iniziando a sognare la città …

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