Pantelleria | #last — maggio 30, 2015

Pantelleria | #last

E poi succede che all’aeroporto rivedi persone che hai incrociato per strada, a una degustazione, a un incrocio o al ristorante. Ed è come se fossimo stati lanciati qui, sull’isola, ognuno con il suo desiderio o con il suo bisogno. Abbiamo girato dentro lo stesso contenitore e ora insieme ce ne andiamo. Siamo riconoscibili per la pelle rossa, bruciata dal sole del nostro condiviso ultimo giorno. E ci confrontiamo su luoghi visti, cose fatte, prodotti acquistati, vini assaggiati.
Inizia già qui, prima ancora di partire, la costruzione della memoria. Non ci vedremo mai più, ma ora, ancora per un po’, siamo portatori di una stessa condivisa visione. Di un sapore comune. E ce lo teniamo stretto. Come un ancoraggio a questi ultimi momenti di vacanza, di evasione.

L’aereo è arrivato e scarica persone che sono i noi una settimana fa. Sono come eravamo noi prima. Ci separano vetri trasparenti. Loro pallidi, noi abbronzati. Loro in attesa di vivere, noi con la memoria del vissuto. Ma in fondo identici.

E appena noi saliremo sull’aereo, saremo già lontani. Saremo di nuovo nel mondo reale.

Pantelleria #3 — maggio 28, 2015

Pantelleria #3

Day 4

Mi sveglio carica di tensione come le raffiche del vento. Fuori il cielo è scuro, le nuvole scorrono velocissime, il mare è increspato. Mi avvolgo nel telo da spiaggia a modo di coperta e come un baco me ne sto rannicchiata sul divano che guarda al cielo, con un caffè caldo in mano, ascoltando il vento. Lo guardo, mi attrae (quanta energia e che magnifica violenza!) e mi fa rabbia. Volevo sole, volevo acqua di mare, volevo pelle abbronzata e invece sono rinchiusa per non volare via nel dominio di questo maestrale inarrestabile.

Lavoriamo un po’. Di pigliare la macchina e girare l’isola non ne ho voglia. La mia tensione cresce con il crescere del vento. Poi, finalmente, il sole si fa spazio. Le nuvole passano troppo velocemente per oscurarlo e da nere diventano bianche.

Che facciamo? Andiamo al lago? Facciamo il giro dell’isola nell’altro senso? Andiamo in giro a caso? No, no, dico. Io vorrei stare sdraiata al sole e leggere. E così faccio. Il sole mi passa sopra, lo vedo, e mi tranquillizza. Il libro mi inghiotte. Avevo solo bisogno di questo. Fermarmi, leggere, guardare il mare, sempre meno increspato, sempre più accogliente.

Bent el Rion, figlia del vento, è il nome arabo di questa isola.

Le viti crescono basse. I capperi crescono bassi. Gli ulivi crescono bassi. I cespugli sviluppano rami nodosi che crescono seguendo il terreno, non il cielo. Il vento, quando osano, li spinge al suolo. Solo le agavi sembrano non sentirlo. Alte, nobili, severe. Immobili. Emergono in un paesaggio chino. E poi ci sono i limoni, che trovano l’altezza solo perché protetti. Il giardino pantesco che li accoglie evoca storie da Mille e una Notte, storie di fiabe e di amori e di nascondigli e di lussi antichi. L’uomo in questo caso ha risposto al vento, e ha creato un recinto di pietra nera che diviene bellezza e grazia.

Le piante si nutrono con l’acqua di una terra vulcanica. Il verde resiste anche nei mesi caldi. Questo ci dice un produttore di vino che ci ospita per una degustazione nell’altopiano di Bukuram. La veranda al tramonto si riempie. Le nubi veloci ci passano sulla testa. Vicini, turisti o amici mettono in volo mille parole.

Parole più o meno stonate

Il tedesco pensionato di Freiburg che arriva con due radici di rafano per la compagna milanese del viticoltore pantesco. Il suo accento spigoloso si mescola alla sua morbida ironia. E al suo amore senza fronzoli per questa isola. Le cicogne migranti, mi dice, si sono fermate proprio li dove siamo noi, per alcuni giorni. Parla anche il cameraman veneto che in inverno lascia la compagna all’umidità di Rakhale per andarsene in Honduras. A fare documentari, dice. Ma ogni inverno? Sempre in Honduras? E mi chiedo se in realtà non vada su quell’altra isola, a filmare i famosi per la televisione. La sua compagna giura che d’inverno qua si diverte molto. Ci vive da tre anni. Ma la risata che ne esce quasi spaventa. È un invito a non crederle. La tour operator, venuta per vendere, dice che questa isola è davvero particolare. E la guardi sperando in una chiosa, che quel particolare detto da lei suona male, suona come quando dici che una ragazza è simpaticissima per non dire che è brutta.

E poi escono altre frasi: l’unico che ha fatto bene a questa isola è stato Mussolini che ci ha costruito le strade. Ti vengono in mente i fasci che hai visto sulla caserma vicino all’aeroporto e lo dici. Che male c’è? Grazie al fascismo qui abbiamo una rete viaria e pure un acquedotto. E senti anche dire che un’etichetta dei vini che stiamo bevendo è stata suggerita dal leader di quel partito che i terroni li voleva tutti staccati dall’Italia. Ma ecco, scopri pure questo: qui, per i panteschi, i terroni sono i siciliani.

Forse è il vento. Forse le giornate fredde. Forse la mia delusione perché quando dal nord vai al sud vuoi il sole, non so … Ma ecco, ripensando ai dialoghi su quella veranda al tramonto, ripensando alle storie e alle parole, di gente di passaggio o di gente che ha deciso di vivere qui o di gente che ci è nata mi rimane la sensazione che piccole, innocue, stonature rivelino un dietro le quinte meno folgorante.

Ognuno si costruisce una propria narrazione e si costringe a crederci. E per farlo ha bisogno che il primo a crederci sia tu, che ascolti. E sulla veranda ci hanno venduto la storia come vorrebbero che fosse, non come è per davvero. Troppi ci hanno voluto vendere, non solo un’isola che non c’è, ma una propria esistenza che non c’è.

E l’unico, è parso a me, in pace con se e con le sue scelte è il tedesco di Friburgo. Tutti gli altri, forse sono in quella fase di vita, che è come la mia, in cui si cammina ancora tanto e lo si fa, talvolta sbandando.

E chissà mi piace pensare che abbiano scelto quest’isola proprio perché il silenzio, il vento, l’isolamento, l’asprezza e la fertilità, e la bellezza non scontata li possano aiutare a sbandare meno e a trovare la pace come il tedesco di Friburgo o come quel vip illustre che ama, forse più dei suoi abitanti, questa isola e che propose di far tinteggiare il capoluogo con armonia, a sue spese, ma gli fu detto di no.

Venghino Signori, si va in scena: in treno da Marrakech a Fez. — gennaio 21, 2012

Venghino Signori, si va in scena: in treno da Marrakech a Fez.

Lo chiamavano il “Marocco Utile” i francesi quel pezzo di terra che in sei ore attraverseremo in treno. Terra fertile, mare, porti, agricoltura e commerci. Lo si vede quasi subito, appena le rotaie girano verso la costa. Il paesaggio che abbraccia la linea ferroviaria subisce una trasformazione quasi immediata. Campi coltivati, come fosse primavera, con germogli verde brillante di grano. Rettangoli vasti e perfetti e puliti. File di campi di fichi d’india, recinti naturali per tenere lontani gli animali, cinghiali e volpi, dai cascinali, dalle coltivazioni. Il nostro scompartimento è pieno, gente tranquilla e silenziosa.

Mi alzo per comprare dei panini. Dalla pace del nostro vagone passo di vettura in vettura al caos, al pianto di bimbi, ai pacchi e le sacche, al vocio di passeggeri scombinati, al rombo del treno, spaventoso per me quando scorgo le porte aperte e vedo la velocità a un passo da me, e mi appiccico alle pareti e afferro con forza le maniglie per paura di cadere fuori, mentre rilassati ragazzi, mescolano il fumo delle sigarette a boccate di aria di passaggio con il muso affacciato fuori, come fosse una finestra.  

Sembrano due mondi diversi, quello del nostro vagone, prima classe, con il mondo dei vagoni in testa, la seconda. Ma per poco, in realtà. Entriamo a Casablanca alla stazione del centro e il nostro scompartimento si svuota.  Siamo solo noi, ora, e siamo ignari del teatro di figure e personaggi che ci accompagnerà da qui in avanti, fino alla nostra destinazione: Fez.

Il primo personaggio della serie entra nel nostro scompartimento e si siede vicino al corridoio. Ha una valigetta, una ventiquattrore di stoffa, sbiadita e sgualcita. Ci sorride subito. Il viso è gioviale, il sorriso generoso, basso di statura, odora intensamente di capra. Si presenta con entusiasmo. Dopo le domande di rito (di dove siete e dove andate) dice di essere una guida turistica nazionale, di essere di Meknes e che se vogliamo ci può dare un po’ di indicazioni per Fez. Non riusciamo nemmeno a rispondere, perché agitato si alza improvvisamente e dice di aver visto un suo amico, che lo raggiunge, ma che torna. Si alza e con la borsa stretta tra le braccia esce, quasi trafelato.  Niccolò ed io ci guardiamo con un punto di domanda nello sguardo. “Mah”, diciamo e torniamo alla nostra pace, a guardare fuori dal finestrino. Stiamo attraversando Casablanca e il treno entra nella seconda stazione della città. Prima di arrivare, due uomini entrano nello scompartimento. Vestiti di scuro, uno ha un giubbotto nero, è senza capelli. L’altro, più giovane, gli si siede di fronte, entrambi vicino al corridoio. Entrambi hanno musi duri, sguardi severi. Sono serissimi e si guardano. Il più giovane ci chiede di dove siamo: “Italie” rispondiamo, in francese. Poi, all’improvviso, uno si alza ed esce  e poco dopo il suo compare lo segue. Nel frattempo la guida di Meknes passa nel corridoio e viene letteralmente presa dai due figuri vestiti di nero e accompagnata giù dal treno.

Il treno riparte e dopo un po’ torna la guida di Meknes, che evidentemente è riuscita a risalire e che evidentemente non era andata da un amico, ma aveva scorto i due neri figuri, evidentemente poliziotti a controllo del treno. Con la stessa agitazione si siede e ci programma le tre giornate di Fez. Lui è di Meknes, spiega, e non può farci da guida a Fez, ma poiché è saggio diffidare delle guide non autorizzate, ci propone lui una guida. Che la può chiamare subito e prenotare i nostri tre giorni. Noi rifiutiamo  il suo … aiuto. Diciamo che no, che non vogliamo pianificare ora le cose. Lui insiste un po’ e poi, offeso, se ne va, ricordandoci prima di uscire dallo scompartimento che dobbiamo diffidare delle guide non ufficiali.

Siamo di nuovo soli. Perplessi. Ridiamo… Ma altri personaggi sono pronti ad entrare in scena. Sono due, di nuovo due uomini. Uno con il faccione tondo e i capelli grigi. L’altro giovane. Si siedono anche loro vicino al corridoio. Il più anziano ad un certo punto si sdraia e mette quasi la testa sulle mie gambe. L’altro allunga le gambe e dorme, ma a me inquieta un po’ perché tiene un occhio sempre aperto.

L’illusione delle apparenze. Ecco, questa potrebbe essere una buona sintesi di ciò che provo e che sovente accade, qui in Marocco. Persone gentilissime, ma furbe e menzognere, ti portano a diffidare degli altri. La guida di Meknes, ad esempio, che aveva un viso più generoso e solare e aperto rispetto ai chi lo ha cacciato dal treno, era un furfantello mentre  i “buoni” erano quelli con la faccia cattiva vestiti di nero.  Anche ora qualche dubbio ci assale. Il controllore controlla i biglietti e uno dei due si deve spostare. Forse sono davvero solo due lavoratori stanchi, due pendolari che ora dormono dopo una giornata di lavoro. L’illusione delle apparenze.

A Meknes siamo soli, di nuovo, ma di nuovo per poco.

L’ultima comparsa è un ragazzo. Si siede di nuovo vicino al corridoio. È giovane, allegro, positivo. Ci fa alcune domande, le solite (dove andate, da dove venite?) e poi d’un tratto chiede se i posti a fianco sono liberi. Noi annuiamo e lui, con un sorriso dice: “Bene, allora vado a prendere mia sorella”. Si alza, esce e se ne va. E non torna più. Come se la sorella fosse scomparsa o come se anche lui fosse solo, di nuovo, un’illusione delle apparenze.. …

Siamo ormai soli da un po’. Ad un tratto  il treno frena bruscamente e si spengono le luci. Poi riparte. Fuori ormai è buio. Non si vede nulla. Si ferma di nuovo. Sentiamo trambusto, voci. Una torcia nel corridoio si avvicina e ci punta la luce. È il controllore. Siamo arrivati, ci dice. Dovete scendere. Non ci eravamo nemmeno accorti di essere entrati in stazione, perché siamo in fondo al treno, perché stavamo chiacchierando, perché eravamo ormai tranquilli dopo ore di viaggio e di illusioni superate senza danno.

Finalmente, dunque, siamo arrivati. Raccogliamo i bagagli e i tappeti e scendiamo. Dentro la stazione ci aspetta il nostro autista. Gli andiamo incontro. Ci salutiamo e saliamo in macchina e via, verso la Medina, verso la nostra casa per prossimi tre giorni.

(4 gennaio 2012)

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