Pantelleria | #last — maggio 30, 2015

Pantelleria | #last

E poi succede che all’aeroporto rivedi persone che hai incrociato per strada, a una degustazione, a un incrocio o al ristorante. Ed è come se fossimo stati lanciati qui, sull’isola, ognuno con il suo desiderio o con il suo bisogno. Abbiamo girato dentro lo stesso contenitore e ora insieme ce ne andiamo. Siamo riconoscibili per la pelle rossa, bruciata dal sole del nostro condiviso ultimo giorno. E ci confrontiamo su luoghi visti, cose fatte, prodotti acquistati, vini assaggiati.
Inizia già qui, prima ancora di partire, la costruzione della memoria. Non ci vedremo mai più, ma ora, ancora per un po’, siamo portatori di una stessa condivisa visione. Di un sapore comune. E ce lo teniamo stretto. Come un ancoraggio a questi ultimi momenti di vacanza, di evasione.

L’aereo è arrivato e scarica persone che sono i noi una settimana fa. Sono come eravamo noi prima. Ci separano vetri trasparenti. Loro pallidi, noi abbronzati. Loro in attesa di vivere, noi con la memoria del vissuto. Ma in fondo identici.

E appena noi saliremo sull’aereo, saremo già lontani. Saremo di nuovo nel mondo reale.

Pantelleria #5 — maggio 29, 2015

Pantelleria #5

I sensi e i desideri che tornano a dialogare con il paesaggio.

Con il sole cambia tutto, cambiano i colori, cambiano le luci, cambiano le rocce, cambiano i fichi d’India, cambia la pietra nera, cambia il mare, cambio io.

Barca? Giro dell’isola? Che si fa? Io scalpito, voglio uscire, voglio saltare nel sole e nell’acqua. Direzione nord, il leggero vento sale da sud e oggi vogliamo sentire finalmente l’area ferma.
Il paradiso. Il lago che si forma sopra il mare per le onde che scaraventano acque in una conca naturale di pietra lavica. Acqua fresca, trasparente, come nel giardino dell’eden, come in un luogo che non può esistere per davvero. Eppure esiste e noi siamo li. Per arrivarci passi attraverso tracce di guerra, postazioni di cannoni, odore di spari, di morte e di paura. E ti chiedi come può essere una guerra a due passi dal paradiso. Ti chiedi se i soldati talvolta sono scesi fino al lago per rinfrescare il corpo. O forse lo spirito. Se per un momento qui hanno provato gioia.

Bye bye
Ora: il sole scende lentamente, discreto. L’idea che vada a illuminare altri, altre coste, altri mari e a me invece mi lascia a questa ultima sera pantesca quasi mi fa arrabbiare. Si è fatto vedere tropo poco e ora già se ne va.

Il mare in questo momento sembra una distesa di ghiaccio azzurro, con sopra le linee lievi di slitte che, facendo lunghe curve, lo hanno attraversato. Sembra materia solida il mare in questo momento. Sembra che se scendo e ci cammino sopra, davvero ci posso caminare sopra. È un meraviglioso errore di percezione. Se non avessi mai visto il mare in vita mia, ci vorrei davvero camminare sopra, e farci le giravolte. Ma la mia memoria mi dice che è solo acqua immobile. Dopo giornate di vento e di burrasca anche il mare si gode la pace.
Epilogo dolce e nostalgico di una giornata finalmente perfetta. Di appagamento.

E ora, che si deve partire, vorrei restare. Vorrei andare in giro, sedermi e ascoltare. Vorrei camminare ore e temeraria buttarmi a mare. Vorrei stare nel silenzio semplicemente qui e guardare quell’ombra lontana. La Tunisia? L’Africa? E sognare di quando qui, molto prima dei fascisti, arrivarono gli arabi e trasformarono questo tozzo di pietra in uno splendido giardino. Ora che parto la storia preme e vorrei sapere di più e ascoltare di più.

Sogno la villeggiatura di altri tempi. Quella che ti faceva entrare dentro i luoghi che visitavi, che era viaggio per davvero, viaggio di conoscenza prima di tutto. Il mordi e fuggi, nemmeno per un’isola piccola come Pantelleria va bene. Il mordi e fuggi fa solo assaggiare. Io invece vorrei mangiare. Vorrei nutrirmi. Vorrei divorare.

Pantelleria #4 —

Pantelleria #4

Quando si parla dell’isola qui si sente la spinta del fare, dello spingere, del voler crescere. Dovete far fare qualcosa per i voli aerei, dice il viticultore ai tour operator. I giovani devono imparare dai genitori e dai genitori dei genitori che stavano piegati sui capperi per consentire un futuro migliore, dice l’ex professoressa, autrice di libri. E pensa a chi lascia l’isola e non resta per farla vivere. E pensa a suo figlio, che ora vive al nord. Storie di cicli che vanno e tornano.

Si sente tutto un fermento. Tutto un amore, per la durezza e la bellezza, per le trasformazioni. E di nuovo sbuca Mussolini, questa volta con toni più severi, che aveva fatto di Pantelleria una portaerei nel Mediterraneo e gli americani con i loro 35 giorni di bombe hanno distrutto tutto. Non è rimasto nulla.
I giovani se ne sono andati, all’Agro Pontino. I vecchi sono rimasti a occuparsi di capperi e vigne. Allora l’uva pantesca finiva nelle navi e andava a foraggiare i mosti di Marsala. Poi sono arrivati uomini ricchi dal nord, e hanno iniziato a comprare le terre incolte e i dammusi e nel loro modo di rifarle vivere hanno mostrato ai panteschi un modo sostenibile per sviluppare turismo ed economia locale. Ora sebbene agli occhi di turisti come noi molti sono i terreni che paiono incolti, molte le case abbandonate, ci dicono che oggi molti terreni sono tornati all’agricoltura. I prodotti panteschi arrivano nel mondo, pure in Cina e in Australia. Ci sono giovani che tornano alla terra. I capperi Igp sono unici. E i derivati (polvere, capperi secchi, foglie di capperi) vanno a decorare i piatti stellati nel mondo. E poi, ci dice la professoressa, le case sono abitate da gente che ama quest’isola. Ma, ecco che torna il tormentone, si dovrebbe allungare la stagione. Solo 4 mesi sono pochi.

Ascoltiamo queste storie nel suo dammuso di campagna, con il marito erede di un capperificio che oggi produce capperi artigianalmente per tutto il mondo. Il vento si placa. Il tramonto è lunghissimo.

Così è se vi pare

Gli ultimi stralci di sole li vediamo dall’alto sulla strada verso casa. Nell’osteria che fa pesce, bar del rione, un tunnel di pietra nera decorato a festa, gli auguri natalizi ancora esposti, le pareti della pietra lavica con vernici scolorate, le tovaglie con i disegni di peperoni e pomodori. La fine del tunnel totalmente coperta da uno schermo e in diretta un concerto di una radio privata. Dal centro di Milano. Odore di piscio ci accoglie. Kitch e squallore. Ci rifilano sogliole surgelate per fresche. Anche qui ci vogliono vendere una storia diversa da quella reale. E mi chiedo se questa disattenzione sia voluta o percepita. Non fosse che sono tutti cordiali, m’arrabbierei. Non fosse che il pescatore che ci serve è dispiaciuto, m’arrabbierei. E poi questo è l’unico posto in cui ho sentito il dialetto pantesco. E al bar tre pescatori bevono vino fumando, come si faceva nei bar di un tempo finito.

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