Luke e le pietre rosse. — luglio 23, 2010

Luke e le pietre rosse.

La nuova truppa ci aspetta alle 5.15 nel parcheggio dell’ostello di Alice Springs. Fa molto freddo, è molto buio e noi siamo intorpiditi più che mai. Le nazioni del nuovo gruppo cambiano di nuovo. Unica costante siamo Isi, Fede ed io. Ci sono una coppia tedesca in viaggio di nozze, una ragazza canadese, un’altra silenziosissima ragazza tedesca e due meravigliose ragazzine giapponesi vestite come se il tour fosse in città, non in montagna. La guida, Luke, questa volta è più simile Grainge come aspetto (faccia piena, capelli corti), ma, come scopriremo poi molto, molto più preciso.

Abbiamo davanti a noi 800 chilometri da percorrere. Luke si mette al volante e fino alla prima pausa caffè ci lascia dormire. Il primo autogrill che incontriamo è davvero squallido e anonimo. Forse, ora che andiamo sempre più verso il nulla assoluto, i creativi lungo la strada non ci sono o forse Luke semplicemente non ama i creativi. Cosa più probabile perché ci concede 15 minuti per un caffè e colazione. Io ne approfitto e mi compro un berretto di lana. La temperatura è decisamente invernale.

Lentamente il paesaggio si illumina. Molto più povero di quanto visto fino ad ora ci regala però la vista di bellissimi cavalli selvaggi al pascolo lungo la strada. Ci sono solo cespugli bassi, a volte i “camp” di viaggiatori in camper o campeggi per i tour, qualche allevamento di mucche e il nulla. I colori sono sempre gli stessi, ma quasi imbruniti da un cielo coperto di nuvole grigie e dal freddo, che è visibile nella desolazione del paesaggio. A pranzo ci fermiamo in un luogo davvero squallido. Un camp per i tour operator, allestito con bungalow, bagni e piccole tettoie che proteggono un banco per preparare il cibo. Mangiamo i nostri panini (dopo il rituale dello scaricare, tagliare verdura e sistemare le salse) al freddo e in piedi. Il vento è gelido. Il gruppo non è ancora affiatato e di nuovo abbiamo  poco tempo a disposizione. Luke ha fretta e i minuti scorrono. Fede, Isi ed io rimpiangiamo lo spirito del “take it easy” di Steve e l’allegria dei nostri compagni. Siamo però anche consapevoli, che forse la nostalgia c’è proprio perché è stato intenso ed è durato poco. Forse al quarto giorno avremmo iniziato a non sopportarci più.

Kings Canyon

La destinazione di questa giornata è il Kings Canyon. Arriviamo ai piedi di un insieme di rocce frastagliate, rosse e immense. Intorno, nei prati, ci sono piante di meloni e i frutti sono marciti. Nessuno li mangia perchè sono velenosi. L’Australia è davvero una terra inospitale e di continue battaglie per la sopravvivenza se pure i meloni devono essere velenosi pur di sopravvivere.

Kings Canyon potrebbe essere raccontato come “la puntata prima di Devil Marbles”, una puntata che ha avuto luogo milioni di anni prima. Si sviluppa in seguito ad un terremoto ed eruzioni vulcaniche. La pietra è granito bianco, poi arrugginito e quindi diventato rosso per il ferro trasportato da vento e cicloni preistorici. Quello che ci si presenta davanti agli occhi è di nuovo uno spettacolo della natura! Noi ci incamminiamo in un percorso lungo 6 km, in mezzo ad un paesaggio che, se non fosse per il rosso, potrebbe essere lunare. Prima saliamo lungo un sentiero ripido, poi arrivati in cima, si apre una sorta di altopiano, pieno di  tante piccole cupole frastagliate, come fatte di dischi circolari uno sopra l’altro, in cui si vedono bene i diversi strati di sedimentazione. La vegetazione è ricchissima e i fiori che vediamo sono bellissimi. Ho letto che anche i fiori, per sopravvivere hanno dovuto adattarsi, rendendo la corolla molto appariscente in modo da attirare gli insetti per l’impollinazione. Le rocce e la montagna paiono disposte a ferro di cavallo. Nella parte interna, le due pareti, sui lati interni della “U”, sono lisce, dritte, maestose e quasi spaventose dall’altezza, dal pericolo che comunicano. Si vede benissimo lo stacco avvenuto per un terremoto milioni di anni fa. Le due pareti, infatti, se riavvicinate, potrebbero incastrarsi tra loro perfettamente. Sopra, il nostro sentiero dentro questa specie di città di pietra, segue le cupole, i terrazzamenti e intorno, all’orizzonte, vediamo la nostra  immensa pianura rossa ricoperta di cespugli.

La camminata è bellissima, non solo per il paesaggio, ma anche perché tonifica le gambe. Le due ragazze giapponesi ci seguono più lentamente. Sia per una sorta di passeggiata fra le nuvole, sia perché di tanto in tanto si fermano a fotografare Jojo, un orsetto di peluche, che una delle due ha legato al collo, come fosse un loro amico. Quando Luke le chiama: “C’mon Girls”, si mettono a correre e insieme ridono con un sospiro, quasi, e la mano davanti alla bocca. In coro, come fossero una voce sola, un sospiro infantile. Quando Luke spiega una cosa, fanno uscire un debole e soave cantato “ohhhh” dalla loro bocca, che mi ricorda i Tele Tabbies.

Tramonto mordi e fuggi

Luke ha fretta perché vuole arrivare in tempo per farci vedere il tramonto da una duna di sabbia lungo la strada. Arriviamo giusto in tempo, ci inerpichiamo sulla piccola duna e nel vento gelido facciamo le nostre foto di rito.  In realtà abbiamo scoperto che il momento più spettacolare del tramonto avviene quando il sole è sceso e gli ultimi raggi colorano le nuvole. Questo è lo scenario che ci accompagna gli ultimi chilometri verso il camp. Sopra di noi c’è un tetto di nubi dense e piene, che con il sole tramontato, si trasforma in una coperta rossa, arancione, quasi fucsia. È come avere il magma di un vulcano sopra la testa. Una sensazione unica, fortissima.

Campeggio e amicizia

Arriviamo finalmente al nostro camp ad Ayers Rock, in un’area destinata ai tour come il nostro. Ci sono le solite cucine e le solite tende. Mi sembra che ci saranno almeno 30 piccoli campi dentro l’intera area. Vediamo i fuochi di quelli arrivati prima di noi, i ragazzi mangiare, i mezzi con carico parcheggiati sulla strada sterrata. Anche qui, come con Steve, prima si mangia, poi ci si sistema in tenda o all’esterno, perché ancora non ha provato i brividi, nel vero senso della parola, di una nottata outdoor.

Ci mettiamo dunque a preparare la cena e Isi si trasforma nel grande chef, anche ”per controllare che non mettano troppe schifezze sul cibo”, mi dice. Anche le ragazze giapponesi sono state messe alla griglia e io le faccio una foto, per la quale entrambe si mettono in posa come se fossero dentro un manga. Il menu prevede salsicce di cammello, bistecche di canguro e verdure e patate. Noi tre italiani siamo gli unici che si sono comprati anche la birra. Fa molto freddo e anche noi accendiamo un fuoco, intorno al quale Luke ci raduna dopo cena per insegnarci a suonare il didgeridoo, un legno scavato, strumento musicale degli aborigeni. Ci sediamo un po’ annoiati perche Luke non è di certo un animatore, quando dal buio pesto dietro la nostra tenda cucina sento cantare “Steve, Steve, Steve ….”. Dal buio emerge Federica con Alexandra, Marion, Wil e Bridget che sono accampate poco lontano da noi. Salto in piedi, urliamo, ci abbracciamo, ci baciamo, come se fossimo amiche da una vita che non si vedono da una vita. Facciamo cinque minuti di chiacchiera accelerata ma dobbiamo ovviamente … fare gruppo con il nostro gruppo.  Alexandra la rivediamo poi più tardi in bagno e da una doccia all’altra aggiorna me e Federica sugli ultimi pettegolezzi di un presunto flirt tra le ragazze olandesi e il nostro Steve.

Riscaldata da una doccia bollente, recupero il mio sacco a pelo e vestita con pantaloni da jogging, pigiama, tre magliette, pile leggero e sciarpa mi metto a dormire. Un bel sonno profondo di cinque ore.

La magia di Uluru

La mattina Luke ci fa fare tutto con ritmo spedito … solo più tardi ne capisco il motivo. Arriviamo ai piedi di Uluru poco dopo le 7 del mattina. E’ ancora buio. E siamo i primi. 

Uluru è un monolite rosso, che si erge nella pianura piattissima e si  vede dalla distanza di 200 chilometri. La sua circonferenza è  poco più di 10 chilometri. È la montagna sacra degli aborigeni. Solo per questa montagna un viaggio in Australia deve essere fatto.

Né le parole, né le immagini possono descrivere cosa sia. Noi siamo arrivati prima di tutti gli altri gruppi e ci siamo incamminati subito lungo il percorso che ne segue il perimetro. La prima parte, sebbene suggestiva, sembra mostrarci una montagna quasi a parallelepipedo uguale su tutti i suoi lati. Ma non è così. Uluru sembra un essere vivente (o dormiente come dice Federica), sembra, non semplicemente un sasso, ma qualcosa pieno di vita. Lungo il percorso troviamo spesso cartelli che proibiscono di fotografare un certo lato, perché sacro agli aborigeni. C’è il punto sacro alle donne, il punto sacro agli uomini e poi a certi animali e cosi via. Certe pareti sembrano quasi una sciara di vulcano, altri sembrano parlare: nella parete liscia, che sembra sabbia rossa compressa, verticale eppure morbida, ci sono squarci, fori, rotture che sembrano bocche, occhi, varchi di spiriti magici. Non pensate che io scriva così per “finzione narrativa”. La sensazione è davvero che qui vivano gli spiriti. Lentamente sale il sole, il percorso si riempie di gente, ma siamo comunque in pochi e possiamo lasciarci incantare completamente. Una piccola deviazione ci porta verso un laghetto, in uno scorcio della montagna che sembra tuffarci dentro il paradiso terrestre. È talmente inusuale per le forme ed i colori che sembra non reale. Poco dopo troviamo le pitture rupestri  aborigene dentro  una piccola grotta. Raccontano la storia familiare attraverso i simboli. Ad esempio quella che a noi sembra un “c” rappresenta un uomo seduto.

Le zone sacre dentro questa montagna hanno tutte una storia, spesso dal carattere educativo contro, ad esempio la disonestà, le menzogne, i soprusi. I protagonisti sono animali  di quest’area. Camminiamo per due ore. E per l’intera giornata e per i giorni successivi credo questa esperienza mi riempirà l’anima. Anche adesso, che sto scrivendo e sono lontana, mi sembra di percepire ancora le vibrazioni e le energie di questo splendido e magico monolite rosso.

Al parcheggio ritroviamo Alexandra, per un ultimo saluto. Ci mangiamo una fetta di torta e via, Luke ci porta a fare l’ultima camminata.

Le cupole di Kata Tjuta

Kata Tjuta è una montagna, di nuovo rossa, della stessa consistenza di Uluru, sebbene con alle spalle un’evoluzione diversa. Qui ci troviamo di fronte ad un insieme di cupole gigantesche, rosse, ovviamente, e alte centinaia di metri. Ci inoltriamo tra due di esse per una breve camminata, dentro Walpa Gorge. Procediamo con un gelido vento  contrario dentro un corridoio che ai suoi lati è chiuso da  pareti verticali e altissime. La gola si stringe sempre più fino alla chiusura, un muro, morbido nelle linee,  di pietra in ombra, quasi marrone. Dietro si staglia il ceruleo saturo e pieno del cielo pulito dal vento.

L’amministrazione del parco ha costruito un piccolo palco con alcune sedie. Sembra davvero una quinta naturale e, di nuovo, magica, pronta ad accogliere musica o teatro o forse anche solo il silenzio della contemplazione.  Ci fermiamo poco, ma è sufficiente per vedere un wallabi saltare a velocità immensa verso l’uscita della gola. Si muove come fosse il padrone di casa. Viene in mente “Alice nel paese delle meraviglie”, il coniglio frettoloso e l’entrata in un mondo fatto di magia.

I cammelli

Nel breve tratto da qui al campo, lungo la strada vediamo un cammello (in realtà è un dromedario) selvatico. Si gira, il labbro inferiore storto e pigro. Ci guarda, si muove, ci guarda con una faccia indolente e poi si mette a correre, dandoci le spalle e sculettando in modo buffissimo. I cammelli sono arrivati in Australia  verso la metà del 1800, importati dall’Afganistan. Erano animali da soma adatti alle zone desertiche. Si può dire che abbiano contribuito alla costruzione della linea del telegrafo. Poi, con l’arrivo dei motori, gli australiani hanno iniziato ad ucciderli, perché ce ne erano troppi e non servivano più. Oggi vivono in libertà e vengono … cacciati per la bontà della loro carne.

Ultime ore nel Northern Territory

La mia permanenza in questa zona si sta concludendo. Dopo pranzo vengo accompagnata all’aeroporto dove un aereo mi aspetta per Cairns, città del Queensland sulla barriera corallina. Torno ad essere una viaggiatrice solitaria. In realtà ho appuntamento a cena con Fede e Isi domani a Cairns, poi le nostre strade si separeranno definitivamente.

Dall’aereo vedo la distesa infinita della terra rossa, vedo Uluru allontanarsi, vedo la linea retta, forse la Stuart Highway, tagliare in due la terra. Sebbene sia contenta di cambiare aria, di tornare in zone più calde, di vedere altro, vengo assalita da un po’ di malinconia. Mi ero abituata a questi colori, a questa vita in transito, agli amici incontrati. Sono passati solo 10 giorni dal mio arrivo in Australia. 

Appena atterro a Cairns, tuttavia, la nostalgia scompare. Il verde mi riempie gli occhi, la temperatura mi pare piacevole e, per festeggiare, a cena mi concedo tonno e mango verde in salsa di cocco e una buona birra. La vita spartana del Northern Territory finisce qui e la voglia di scoprire cose nuove cancella definitivamente la malinconia.

Steve e la Stuart Highway —

Steve e la Stuart Highway

Darwin è ancora al buio, ma non per questo è silenziosa. Ubriachi e festaioli si muovono come zombie sulla Mitchell Street, quando la nuova comitiva si raduna.

La destinazione è Alice Springs, nel cuore dell’Australia: 1500 chilometri lungo una linea retta da nord a sud. La nuova truppa è così composta: due ragazze olandesi (Marion e Wil), una ragazza francese di padre italiano (Alexandra), un ragazzo chileno (Dayane), un ragazzo italiano (Giulio) di Castelfranco Veneto e un’altra ragazza olandese (Bridget) che sta studiando a Sidney. A completare la ciurma ci siamo Federica, Isi ed io. La guida, Steve, da subito ci pare molto diversa rispetto a  Grainge: capelli quasi rasta, braccialetti, atteggiamento più “casual”, più rilassato. 

Partiamo, dunque, verso sud, ancora assonnati e muti. Sono le cinque e mezzo e tutti, immagino, sono ancora avvolti dai sogni della notte. 

Stuart Highway

Il trasferimento che ci aspetta è molto lungo, e fatto in un pulmino potrebbe parere pesante, in realtà scopro strada facendo che è davvero un bel modo per spostarsi, per vedere la vastità del Northern Territory, la regione di Darwin, e intanto passare il tempo con altre persone e fare tante chiacchiere. La famosa Stuart Highway, che collega Darwin con Adelaide, è una linea retta diretta a sud.

John Stuart era un esploratore e questa strada porta il suo nome perchè fu lui a trascinare il primo cavo del telegrafo dal sud al nord.  Prima del telegrafo, i collegamenti tra Australia e terra madre erano lentissimi. Per fare andare e tornare un’informazione dall’Australia alla Casa Madre ci si impiegava 6 mesi (3 di andata e tre di ritorno). Le informazioni erano vera e propria merce trasportata via nave.  E’ facile immaginare l’isolamento in cui si trovava l’Australia.

Il governo decise allora di aprire una gara con un premio in denaro per chi per primo avrebbe raggiunto il Nord e da lì inviato un messaggio via telegrafo. Alla gara si iscrissero una coppia di esploratori, che purtroppo non ce la fecero e morirono per strada e, appunto, John Stuart, che al terzo tentativo riuscì a raggiungere il nord e inviare un messaggio.

Immagino quanto dura debba essere stata. La strada taglia in due una pianura rossa uguale a sè stessa per chilometri e chilometri. Gli unici riferimenti, ai tempi di Stuart,  erano il sole e le stelle. L’acqua, la recuperava dagli  alberi. Tanti alberi significava fonte sicura di acqua. Grazie alla sua tenacia, la vita in Australia sarebbe per sempre cambiata. Il povero John, tuttavia, non fu mai premiato e deluso tornò in Irlanda, poi a Londra dove morì  in solitudine. Il riconoscimento, evidentemente, lo raggiunse postumo. Non solo per il nome che lo lega a questa linea fondamentale di collegamento, ma per i tanti riferimenti che costantemente per strada si incrociano e che ricordano la sua epica avventura.

Per noi, nei prossimi tre giorni, la Stuart Highway sarà la nostra casa.

Dopo poche ore di viaggio, lasciata Darwin alle nostre spalle, ci fermiamo per la nostra prima sosta: un bagno rinfrescante e tonificante in un bacino d’acqua dolce, in mezzo a palme e alberi e alimentato da una fresca cascata. L’acqua è cristallina e la temperatura è semplicemente perfetta. È un risveglio perfetto, per il corpo, per la vista e per lo spirito dopo le fatiche di Kakadu, la notte nel teeny-hostel e la partenza in quasi piena notte.

Ritemprati e ormai svegli risaliamo sul pulmino e iniziano le chiacchiere che ci accompagneranno per chilometri e chilometri. Steve, la nostra guida e autista, ci invita a presentarci l’un l’altro stuzzicandoci  anche a svelare quale è il nostro animale preferito e che nome daremmo ad una barca se fosse nostra. Piccoli espedienti per rompere il ghiaccio. E così scopro che Alexandra, la ragazza francese ha il padre di Terni, e’ alsaziana, sta girando da sola l’Australia dopo un anno di lavoro come infermiera in Nuova Caledonia e in Martinica; oppure scopro che il ragazzo chileno sta facendo un master in Process Management a Melbourne o ancora che Giulio, il 18enne italiano sta facendo una stage estivo in uno studio legale a Sydney e che ama i pappagalli. Insomma, tanti pezzi di vita, raccolti in un pulmino in movimento verso sud. 

Katherine Gorge

La tappa centrale della nostra prima giornata è Katherine Gorge, una gola immensa circondata da pareti verticali di pietra e boschi. Prima di esplorare la zona, tuttavia, affamati, occupiamo uno dei grill, a disposizione di chiunque, in un prato che il pomeriggio, scopriremo poi, si riempie di wallabi, i piccoli canguri dal musetto bianco che popolano le zone rocciose dell’Australia. Il prato è curatissimo, tutto è pulito, la quiete è avvolgente. Ognuno di noi, come si fa in barca o in campeggio, si occupa di qualcosa: chi taglia i pomodori, chi le cipolle, chi i cetrioli, chi scarica il carrello (piatti, salse, posate). Steve cucina, noi semplicemente divoriamo l’hamburger e poi, di nuovo, tutti insieme a lavare, asciugare e pulire e siamo pronti per la gita.

Ci sono diverse opzioni. C’è chi sceglie la canoa, chi, come me, preferisce camminare per sgranchire le gambe lungo un sentiero che si inerpica sulle rocce e ci conduce sull’altopiano. Fa molto caldo e la salita è faticosa, ma ne vale la pena. Dall’alto si vede all’orizzonte una pianura infinita e verde rotta dalle rocce verticali che abbiamo scalato, separate tra loro solo da un serpente tortuoso di acqua e da piccole spiagge bianchissime. Siamo circa a 250 metri sopra il fiume e riusciamo a vedere anche i nostri compagni di viaggio in canoa. Le ragazze olandesi avanzano spedite e atletiche. Alexandra e Giulio, invece, continuano a girare intorno a sè e quando dall’alto cerchiamo di urlare loro uno straccio di istruzioni (soprattutto Federica si dimena come un perfetto allenatore), sentiamo la voce di Alexandra urlare che “è un casino!”.

Di ritorno alla base per rinfrescarci dal caldo torrido e un sole tutt’altro che invernale

ci buttiamo nel fiume a ripulirci dal sudore e dalla stanchezza.

Siamo pronti per andare verso il nostro accampamento. L’organizzazione ci dà il cibo e le bibite colorate zuccherose alla ciliegia, ma se vogliamo una birra o del vino dobbiamo pensarci noi. Con nostro piacere, perché l’idea di entrare in un negozio lungo la strada che vende solo alcol ci piace, facciamo tappa, appunto, ad un Bottle Store e acquistiamo birra per l’aperitivo e vino rosso per la cena. Ci viene pure chiesto un documento e i dati vengono inseriti in un computer. Bene, l’Australia è informata.

L’accampamento

L’accampamento è  molto bello. Io temevo di trovare tende “igloo”, piccole e poco confortevoli. Temevo di dover condividere un materassino scomodo e sottile. Temevo che la privacy mi sarebbe stata negata. Trovo invece un micro villaggio. C’è una leggera tensostruttura attrezzata con cucina, frigo, tavolo e lavandino.  Tutto intorno ci sono le nostre tende, quasi piccole casette di tessuto, con dentro due letti ciascuna.

Inizia così il rito dell’accampamento: scaricare, “chop the vegi”, cioè tagliare la verdura, accendere un fuoco, con la legna raccolta per strada, apparecchiare. E’ di nuovo Steve il cuoco che ci prepara agnello stufato con cous cous: “delicious!”.

La serata finisce davanti al fuoco con una tazza di vino (i bicchieri non ci sono) e chiacchiere e giochi simili all’Indianata. Alexandra è la nostra animatrice. Il cielo sopra di noi ci cade quasi addosso da quante stelle contiene e con gli occhi puntati verso l’alto cerchiamo di riconoscere qualche costellazione, ma siamo nell’emisfero australe e ci troviamo in difficoltà … o forse è solo il vino che ci confonde le stelle.

Verso le undici andiamo tutti a letto. Io mi sistemo nel mio lenzuolino, mi infilo nel sacco a pelo e stanca chiudo gli occhi. Rumori strani intorno alla mia tenda, tuttavia, mi impediscono di addormentarmi. “Forse è un wallabi”, mi dico, “che saltella intorno alla mia casetta” e con questo pensiero finalmente il sonno mi avvolge.

Ormai non ci faccio quasi più caso, ma la sveglia, da una settimana a questa parte, è sempre all’alba, anzi, poco prima, quando il buio è  ancora intenso. Dobbiamo macinare tanti chilometri e quindi bisogna alzarsi presto.

Colazione, doccia gelida, carico del carrello, si parte. Di nuovo verso sud.

Le prime ore sono sempre avvolte dal silenzio, la musica è bassa, ma poi, dopo la prima pausa caffè  tutti si animano e il nostro pulmino prende vita. Di solito è Steve a stimolarci, sia con i suoi racconti, sia con i giochi, sia con la bella musica.

Mataranka

La prima tappa di questa seconda giornata è Mataranka, un villaggio che si trova in mezzo al nulla, famoso per due cose: la seconda guerra mondiale e le terme.

Durante la seconda guerra mondiale, con il timore di un’invasione giapponese a nord, era stata definita una linea entro la quale si sarebbe tentato, eventualmente, di respingere gli invasori. È una linea praticamente perpendicolare alla Stuart Highway che definiva gli avamposti militari. Mataranka era uno di questi posti. Furono costruite caserme, la zona fu riempita di carri armati, camion, jeep, serbatoi e materiale vario, che fortunatamente non fu mai usato. Finita la guerra, la maggior parte di queste cose fu messa in vendita, ma l’asta non riuscì a liberarsi di tutto e allora si decise letteralmente di seppellire l’invenduto. Mataranka oggi è circondata da fosse immense riempite di serbatoi, vecchie jeep e attrezzature belliche varie.

I turisti, tuttavia, non si fermano qui per questi reperti, ma per le terme. La vasca di acqua calda si trova in un bosco di palme. Una parte è costruita come una piscina, ma una parte è un vero e proprio torrente, dentro il quale tutti noi ci siamo buttati. Di nuovo un bagno mattutino rigenerante: stiamo immersi nell’acqua calda, in penombra, coperti dalle palme, non fosse per quale raggio di sole che riesce a filtrare e raggiungere l’acqua.  Ci adagiamo contro le pietre dalle quali l’acqua scende come fosse un idromassaggio. Di nuovo, come il giorno prima, l’acqua ci tonifica e ci ritempra.  Poi, un salto in bagno a cambiarci e via, di nuovo nel nostro pulmino, ai nostri posti, pronti per proseguire il viaggio.

La strada che ci conduce a sud è sempre uguale. Sempre dritta. Sempre circondata da terra rossa. Sempre, o quasi, deserta. La vegetazione è l’unica cosa che cambia un po’. Ci sono sempre meno alberi e sempre più cespugli, arbusti. L’acqua in questa zona pare essere una risorsa poco diffusa e le piante si adattano.

Gli unici punti di riferimento  lungo la strada sono le aree di servizio. Generalmente ci sono una pompa di benzina, un piccolo shop, un grande parcheggio. Lo spazio intorno al bar è generalmente enorme, rispetto al traffico che incontriamo, ma è adatto ad accogliere camion lunghi come un treno adeguati al transito su una strada senza curve.

Queste aree sono quasi miraggi in mezzo al nulla. Alcune di queste aree, tuttavia, con un’innata sensibilità di marketing, o forse, semplicemente con una buona dose di follia, si specializzano, propongono qualcosa di … “straordinario” per fare in modo che ci si fermi proprio lì.

Larimah

Larimah è un piccolo villaggio, che accoglie uno dei primi folli landmarks che Steve ama tanto mostrarci. “Voi in Europa”, ci dice “avete i castelli, la storia, avete il Colosseo. Noi abbiamo solo duecento anni si storia, quindi dobbiamo inventarci le cose…”. Non finisce di fare questa introduzione che svolta e ci porta a vedere … la più grande bottiglia sulla Stuart Highway. Si tratta di una bottiglia, finta, grande, brutta vicino alla quale siede una gigantesca pantera rosa, in tinta con la vernice di questa locanda dagli infissi rosa, bungalow rosa, tutto rosa.  Scendiamo, foto di rito, risaliamo. Il viaggio continua.

Daly Waters Pub

A pranzo ci fermiamo in un altro luogo … creativo: il Daly Waters Pub. Daly Waters è un paese di cinque case, decadenti e decadute, una piccola pompa di benzina ed edifici “storici” abbandonati e distrutti. Per storici intendo per esempio l’ufficio postale, una baracca di legno sbiadito del secolo scorso. Unica vera attrazione di questo luogo polveroso e secco è, appunto, il Pub. Famoso perchè chiunque può lasciare qui un suo oggetto, un segno, una traccia del suo passaggio. Nel cortile interno, oltre a tavolini disordinati e un barbecue a nostra disposizione, ci sono cianfrusaglie di ogni genere: ciabatte e scarpe appese, mutande e reggiseni, biglietti da visita, cartoncini, magliette … di tutto. Giulio, il ragazzo italiano, lascia un elastico grigio sul quale ha scritto il suo nome.

Ci prepariamo il pranzo (pollo e hamburger alla griglia) e acquistiamo birra dal banco (questa è l’unica regola del luogo: non si possono bere proprie bibite). Prima di partire, coinvolti da un gruppo che sta facendo il nostro stesso viaggio, ma nella direzione opposta, ci cimentiamo in una gara a squadre (noi/loro) di “bevuta più rapida di birra”. Chiudiamo a pari merito, credo. Per la cronaca, la mia birra l’ho allungata con la limonata e Giulio ha partecipato bevendo acqua! 

L’albero di Stuart

Prima di immetterci sulla Stuart Highway, imbocchiamo una strada verso un aeroporto, il primo aeroporto costruito in Australia, e svoltiamo a sinistra. La pista di rullaggio è una perfetta striscia di polvere rossa. Steve ci porta direttamente sulla linea rossa, come fossimo un aereo. E partiamo. Dritti come un aereo. Noi ridiamo, “è matto”, ci diciamo. Lui sorride e lamenta il mancato volo perché noi non abbiamo steso le braccia come fossero ali. Inversione a “u” in mezzo alla pista e torniamo indietro.

In realtà non è l’aeroporto che vuole farci vedere. Tra gli “importanti landmarks” di questa nostra discesa verso sud non si può, infatti, non fare pausa all’albero di Stuart: un tronco, davvero solo un tronco, circondato da una catenella e da arbusti secchi, con un cartello sbiadito e scollato che spiega l’importanza di questo albero. Pare che Stuart, durante la sua esplorazione, si sia fermato qui e vi abbia inciso le sue iniziali. Iniziali che io davvero non ho visto! Noi guardiamo perplessi l’albero e Steve sorride furbescamente … noi abbiamo il Colosseo, loro l’albero di Stuart!

Tennant Creek

Dopo una giornata davvero lunga (600 chilometri) arriviamo a Tennant Creek, cittadina nata intorno alle frenetiche attività dei cercatori d’oro. Prima di andare al nostro camp, ci fermiamo al classico Bottle Store. Qui, più che un negozio, pare una fortezza. Il negozio è  solo una vetrina, chiusa da inferriate e il venditore vi è rinchiuso dentro. Sembra un banco dei pegni dei film americani. Noi compriamo la birra e via, verso l’accampamento.

A proposito di birra, Steve ci racconta che a differenza delle altre città, qui la stazione del telegrafo è a 15 chilometri dal centro. Questo perché, ci racconta, si dice che un camion, carico di birra, si fosse rovesciato e i cercatori d’oro, accampati intorno al telegrafo, si siano riversati in massa intorno al camion, svuotando il carico per riversarlo avidamente in gola. Da quel punto non si sono più spostati e intorno al camion è nata la città. “Soooo typical australian …!”

Il  nostro accampamento è simile a quello della notte precedente, solo che questa volta siamo dentro una fattoria. Davanti a noi un mulino a vento si staglia nello sfondo arancio del tramonto regalandoci immagini suggestive. Appena scendiamo dal bus, ci rendiamo conto che stiamo andando verso il freddo: il vento pizzica, l’aria è pungente. Ciò nonostante decidiamo di dormire fuori. Ci sono dei sacchi appositi, quasi letti arrotolabili che proteggono dalle temperature più fredde. All’interno hanno un materassino di gommapiuma, fuori sono di telo gommato e cotone impermeabilizzato. Il cielo è bellissimo e vogliamo toglierci questo sfizio. La tecnica è la seguente: aprire il sacco, aprire poi il sacco a pelo, infilarsi nel lenzuolino, infilarsi nel sacco a pelo e chiuderlo, infilarsi nel sacco per esterni e chiuderlo e poi coprire la testa con il tessuto in cima. Siamo un tappeto di persone, avvolte come mummie, con lo sguardo al cielo. Meraviglioso!

Peccato che, … beh peccato che il mulino con il vento cigola minaccioso sopra le nostre teste, che nel tappeto umano qualcuno russa in modo indecente e che verso le 5 del mattino un vento gelido si insinua dentro il sacco. Non avevo chiuso bene la parte sulla testa e il vento, una volta entrato, è rimasto lì.

Ultima tappa verso Alice Springs

Uscire dal sacco, gettarsi in bagno, preparare la colazione, impacchettare tutto, pulire, caricare. Tutto questo nel buio pesto dalle cinque e mezza alle sei del mattino. Siamo pronti per l’ultima tratta con questo gruppo.

La pausa caffè la facciamo in una stazione di servizio, di quelle creative. Qui pare siano stati avvistati gli UFO e allora perché non trasformare tutto in navicelle spaziali e bagni per alieni (quello femminile sulla porta indica “femaliens“).  La nostra guida, prima di arrivare ci spiega che gli alieni ci potrebbero distruggere e dobbiamo quindi mimetizzarci… con la carta stagnola dobbiamo tutti trasformarci in alieni con antenne. Io, oltre le antenne, creo un anello laser, arma letale; Federica si fa la cuffia per comunicare con la base; Isi si fa gli occhiali d’argento … insomma così mascherati usciamo e così conciati ci beviamo il caffè, andiamo al bagno e a visitare il piccolo zoo sul retro che ospita alcuni pappagalli e alcuni emu, i volatili australiani simili agli struzzi. 

Ormai lo abbiamo capito. Per rendere meno pesante la trasferta, Steve ci fa tornare bambini e noi, francamente, seguiamo tutte le sue indicazioni e ci divertiamo. Oltre alle meraviglie della natura, le tappe che ci propone sono davvero un misto di kitsch, trash e squallore, in certi casi. Ma in fondo anche questa è l’Australia e vedere anche questo lato non mi dispiace affatto.

Devils Marbles

Per fortuna, tuttavia, l’Australia offre anche incanti veri della natura. Devils Marbles è uno di questi.  Dentro un piano infinito di arbusti verdi, erba secca e terra rossa, ammassati e sparpagliati come biglie (marbles) ci sono i sassi più suggestivi che io abbia mai visto. Intorno a noi sono disseminate pietre rosse ruggine, a forma ovale, tonda, poggiate sul terreno o in apparente bilico o sfida alla gravità, l’una sull’altra. È un paesaggio magico e ci muoviamo intorno e sopra queste pietre giocando con le loro forme o semplicemente immobili, per lo stupore, scoprendo di volta in volta nuovi scorci, nuovi incanti.

Per la tribù aborigena che abitava questa zona, questi sassi erano considerati le uova dello spirito creatore dell’universo, vale a dire l’arcobaleno. Per la geologia, invece, si tratta di granito, frutto di eruzioni vulcaniche avvenute quasi due milioni di anni fa, che nei millenni, con l’acqua e il vento è stato eroso, levigato, trasformato. In effetti è molto ventoso ed è stupendo stare sopra queste uova giganti con le braccia spalancate, è liberatorio, sembra di volare dentro un paesaggio magico. Il colore rosso, che riempie costantemente i nostri occhi, da quando siamo partiti, è semplicemente ferro, trasportato da vento, cicloni e tempeste preistoriche, poi arrugginito al contatto con l’ossigeno. Siamo, sostanzialmente, circondati da uova gigantesche di granito arrugginito.

La bettola di Michael Romeo

Per il pranzo, giusto per confermare la tradizione, ci fermiamo in un’area di servizio creativa, di quelle che si inventano. Questa appare abbastanza squallida. Un enorme parcheggio, una rimessa sporca e apparentemente abbandonata, verniciata di giallo, un giardinetto arredato con tavoli di legno, disordinato e poco curato e poi il bar. Noi scarichiamo le vettovaglie, e dopo il rito del taglio delle verdure ci prepariamo  i sandwich: pan carré, prosciutto, barbabietole, pomodori, insalata, senape. Il pezzo forte di quest’autogrill sgangherato è la collezione di Michael, il proprietario. Da anni raccoglie  monete, banconote e soprattutto bigliettini da visita dei suoi clienti e li archivia e organizza per nazione. Quando entriamo noi, il gruppo italiano, con un bastone ci fa vedere dove, nella parete, ha affisso le lire, dove i biglietti, dove i messaggi dei nostri connazionali. Noi lasciamo i biglietti da visita con una dedica e Giulio lascia un biglietto di entrata per la visita di un campanile in Sicilia. Come John Stuart con le incisioni sull’albero, così anche noi e tutti i viaggiatori lasciamo un segno del nostro  passaggio in questa terra arida e fascinosa.

Oggi a pranzo, tuttavia, non abbiamo solo riso o scherzato come di solito. Vicino ai nostri tavoli c’è una famiglia aborigena e come quasi tutti gli aborigeni che ho visto, pare trovarsi in una condizione devastante. Spesso, infatti, li ho visti ubriachi, scalzi, sporchi, spesso con la macchina come abitazione. La natura meravigliosa che ho visto fino ad oggi qui in Australia parla da sola e da sola fa capire quale straordinaria spiritualità si possa essere sviluppata intorno ad essa nelle tribù. È un legame con la terra che ne costituisce l’identità. Per millenni gli aborigeni hanno preservato e rispettato il mondo intorno a loro, ne sono diventati parte integrante, con l’anima e la magia. Non credo sia difficile comprendere come l’arrivo, duecento anni fa, dei bianchi intrusi abbia sconvolto queste tribù, la loro stessa identità. La loro anima è stata violentata. Fino agli anni Trenta i bianchi potevano sparare e uccidere gli aborigeni senza alcuna conseguenza. Ma fatto ancor più grave è che i diritti degli aborigeni sono stati riconosciuti solo nel 1992. Qui in Australia, fino a 18 anni fa, vigeva l’apartheid!

Con rabbia e incredulità, ci rimettiamo in viaggio.

Baci e abbracci

Stiamo andando a sud, stiamo entrando nell’inverno. Il passaggio ufficiale avviene quando attraversiamo il Tropico del Capricorno. Siamo quasi arrivati ad Alice Springs e c’è un po’ di tristezza. Questo gruppo è stato straordinario. Abbiamo giocato, esplorato, cantato e ballato.

L’ultima festa ci aspetta da Annie’s, il bar di un ostello ad Alice Springs dove abbiamo deciso di cenare insieme. Per Steve, le ragazze olandesi hanno composto una canzone di ringraziamento. Io ricordo solo il ritornello, una cantilena di “Steve, Steve, Steeeve …” che cantiamo tutti insieme per ringraziarlo. Ultima birra, ultime danze, poi scambio indirizzi, baci, abbracci. Sono stati solo tre giorni … sembrano molto di più.

Grainge e il Parco Naturale Kakadu — luglio 22, 2010

Grainge e il Parco Naturale Kakadu

Dopo una notte completamente insonne per un riflusso da jet lag, alle 6 del mattino è iniziata la gita con “Adventure Tour”. La comitiva è composta da una coppia di veneti in viaggio di nozze, Federica e Isi, una ragazza belga, una naeolaureata tedesca ed una coppia di australiani di Adelaide. Grainge è la guida che ci condurrà nel parco per i prossimi due giorni.

Il Parco Kakadu ricopre un’area immensa tra lagune e savana, cuore di una delle 700 tribù di aborigeni che popolano l’Australia e che per migliaia di anni hanno vissuto in simbiosi con la natura straordinaria di questo continente.

Villaggio degli Orrori

Partiamo dunque su un mezzo che da sé esprime avventura, una specie di minibus 4×4, attrezzato per il deserto, le strade sterrate e il guado di laghi o fiumi. Dietro, un carrello carico di provviste. La prima impressione è straordinaria e lo spirito del gruppo, nonostante il sonno, pare ottimo. Già dopo alcuni chilometri, tuttavia, iniziamo a dubitare delle capacità della nostra guida. Ci infiliamo in una strada sterrata nel bush, che ci conduce  in un’area completamente abbandonata, simile ad una sorta di villaggio degli orrori: palafitte sotto gli alberi, decadenti, squallide e sporche, circondate da immondizia e macchine, tante macchine, abbandonate. Un gruppo di cani randagi ci guarda e noi giriamo intorno a queste case, per poi svoltare e tornare indietro. L’impressione è che ci sia gente che ci vive ancora qui, ma lo squallore e l’ambientazione sono tali che dubitiamo si tratti di uno scorcio pittoresco che Grainge, la nostra guida, voleva mostrarci. Ha evidentemente sbagliato strada. Iniziamo così a girare in un bosco tutto uguale a sé stesso, finendo in stradine cul de sac …

Tra passeggeri ci guardiamo perplessi. Ad un certo punto, Grainge deve addirittura scendere a staccare il rimorchio dei viveri, perché rimane incastrato ed Isi, il ragazzo veneto, scende ad aiutarlo, più per compassione, che per spirito d’avventura.

Finalmente, dopo un girare silenzioso e sempre più inquietante, arriviamo al punto giusto, effettivamente uguale a tutti gli altri, ma che una guida dovrebbe saper riconoscere! La gita può finalmente iniziare.

Un gruppo di aborigeni, addetti a raccontare le tradizioni della loro tribù, ci accoglie. Uno di loro, ci conduce ad uno stagno, la cui acqua, pare, abbia effetti benefici sullo spirito. Prende una lattina arrugginita appesa ad un albero, la immerge nell’acqua. Poi, si riempie la bocca di quell’acqua e uno a uno ci bacia sulla fronte, rinnovando di volta in volta l’acqua. Il ragazzo è dolce e ricco di parole sugli alberi che ci circondano, ma tutto l’insieme sembra senza emozione, fatto per puro dovere, senza passione. Sono parole  ripetute come nenie imparate a memoria. E noi, beh, noi sembriamo un gruppetto di turisti “alpitour” a contatto con gli indigeni.

I coccodrilli

La vera tappa della giornata prevede una visita ad un’area abitata dai coccodrilli.

Il posto è magnifico. Ci sono corsi d’acqua, estuari di fiume in una zona sostanzialmente paludosa, che nel periodo delle piogge diventa un lago immenso. Saliamo su una piccola chiatta-battello e lentamente veniamo condotti dentro questo paesaggio meraviglioso. Tappeti di ninfee sull’acqua, un orizzonte verde infinito, alberi, pochi e sparsi e pieni di nidi di uccelli (questa è una base di appoggio degli uccelli migratori) e ovviamente volatili di ogni tipo a bordo acqua o in volo. Vediamo anche due bellissime aquile a caccia di pesci sopra le nostre teste.  … ma noi siamo qui per i coccodrilli.

Prima di partire, la guida sulla barca ci dà alcune indicazioni: stare sempre seduti, non mettere le mani in acqua, stare cauti. Sono cinque i coccodrilli che incontriamo durante la nostra navigazione. Avvistati di volta in volta, il guidatore del battello lentamente si avvicina, tantissimo: “Fin che stiamo sulla barca non ci sono problemi”, ci spiega, poi, ad ogni coccodrillo avvistato con vero amore dice: “Beautyful animals!”. In effetti un certo … fascino lo comunicano.

Uno in particolare, che quasi si può toccare con mano, è enorme, circa 450 chili. Sta con il muso spaventosamente aperto, in acqua. La corazza è perfetta e bellissima. La faccia … mostruosa. È  immobile. D’istinto penso che sia finto, messo lì per i turisti, ma il suo occhio indubbiamente mi dice che quello è un coccodrillo vero.  Noi siamo vicinissimi e lo guardiamo con ammirazione e paura insieme e lui, che pare finto, immobile, muove in modo impercettibile l’occhio e ci osserva. Davvero impressionante, soprattutto se si pensa che una bestia del genere, basta sfiorarla sulla coda e da immobile si trasforma in una animale agilissimo che in un nanosecondo ti sbrana.

La vera avventura

Dopo i coccodrilli siamo stati trasferiti in un’area ristoro per il nostro pranzo. Dovevamo fermarci solo un’oretta, saremmo invece rimasti lì 8 ore!

Il problema è tecnico: si è rotta la cinghia del motore.

Ci troviamo in una zona in cui il cellulare non prende e, cosa per noi incredibile, la nostra guida non ha alcun modo per comunicare con la sua centrale. Oltre questo inconveniente tecnico, la nostra giovane ed inesperta guida mostra decisamente di non essere in grado di gestire le emergenze, né pare preoccuparsi più di tanto. Da un lato va detto che in Australia sembra vigere il principio del fare le cose con calma, ma in questo caso manca completamente qualsiasi forma di iniziativa. Grainge, ad un certo punto, finalmente, fa autostop per raggiungere un’area coperta dalla rete telefonica. Dopo un bel po’ torna e dopo un bel po’ ancora arriva un suo collega con la cinghia del motore di riserva. Le distanze qui sono immense e quindi i tempi di attesa sono davvero lunghi.

I due si mettono al lavoro per sistemare il motore, ma verso le 18.30, al tramonto del sole e con il buio in agguato, Grainge, dopo ore di silenzio, si avvicina a noi e ci dice che avremmo dovuto dormire lì.  Noi ci rifiutiamo,  chiediamo  o un mezzo sostitutivo o una macchina per riportarci a Darwin.

In tutte queste ore di attesa, almeno una cosa è stata piacevole. Seduti ad un tavolo, cercando l’ombra dal caldo torrido, abbiamo chiacchierato per ore e tra di noi abbiamo iniziato a conoscerci.

Fatto sta che Grainge, in seguito alle nostre proteste, spedisce  il suo collega  a cercare una soluzione.  Noi, intanto, prepariamo il  fuoco, apparecchiamo un tavolo, accendiamo le candele, stappiamo una bottiglia di vino e Isi, prepara una pasta squisita cotta nel wok. Una pasta la cui semplicità dobbiamo continuamente difendere dagli eccessi gastronomici di Grainge, che insiste nell’arricchirla con carne, verdure e spezie varie.

A tavola brindiamo alla prima settimana di nozze del cuoco e sua moglie e ci gustiamo le penne al pomodoro e zucchine, i bicchieri di vino e la luce fioca e misteriosa delle candele accese nel buio del bush.

Dimentichiamo per un po’ le ore di attesa e prima ancora di chiederci che ne sarà di noi, arriva il mezzo sostitutivo che ci porta in un “camp” per la notte. Il bilancio della giornata?

Lunga ed estenuante, ma gratificata da belle ore di amicizia.

 

Le cascate Jim Jim

Il secondo giorno con Grainge prevede la visita alle cascate Jim Jim. Per arrivarci si percorre una strada sterrata piena di buche e pozze di acqua, tinte di rosso dal rosso intenso della terra. È un rosso-marrone chiaro e pastoso. Le pozze sembrano secchiate di colore, pronte per l’uso.  Il bosco, piuttosto rado, e’ un misto di alberi dai tronchi quasi argentati e palme sottili e alte, in un contrasto di forme, ombre e colori incantevole.

In mezzo si vedono dei tratti di bosco bruciati. Verrebbe da pensare a dannosi incendi. In realtà si tratta di fuochi controllati e sistematicamente accesi per rinnovare il sottobosco. I tronchi degli alberi sembrano quasi affumicati. Si tratta di una pratica aborigena di lontanissima tradizione. Lo scopo è quello di rinverdire e rigenerare la vegetazione. Quando i bianchi presero possesso di queste terre avevano proibito gli incendi, trattando gli aborigeni come distruttori della natura. Proprio loro, gli aborigeni, che per millenni hanno vissuto in simbiosi spirituale con la natura! Oggi, infatti, anche i non aborigeni, amministratori dei parchi, hanno iniziato a bruciare il sottobosco perché si sono accorti che effettivamente la vegetazione, in questo modo, si rigenera.

Parcheggiata la macchina iniziamo a camminare lungo una specie di sentiero, dentro una gola, tra sassi enormi e alberi ingombranti. Questo sentiero è in realtà il greto del fiume che con la stagione delle piogge si trasforma in un torrente dirompente.

Il paesaggio si fa sempre più montagnoso, angusto e  il sentiero sempre più ostile. Ad un certo punto la vediamo, la cascata Jim Jim. Sebbene debole perché siamo nella “dry season”, è  magnifica. Il getto d’acqua è circondato da una quinta immensa: 150 metri di pietra verticale. È come se ci trovassimo dentro un immenso cilindro. Ci spogliamo e con un po’ di tremore ci gettiamo nel lago alla base del cilindro, da cui poi parte il torrente, il nostro sentiero. L’acqua è gelida! È  come avere mille aghi sulla pelle, ma dopo qualche bracciata il corpo si abitua. Una sensazione fantastica. Io, con la mia nuotata da papera, non riesco ad arrivare alla cascata. Nuoto, ma rimango ferma.  Federica e Griet, la ragazza belga, raggiungono invece la cascata e mi raccontano poi che il vento era tale da impedirle di  mettersi sotto il getto d’acqua. Non oso immaginare quale violenza abbia tutto questo nella stagione delle piogge!

Oltre questo cilindro naturale, verso il fondo valle ci sono piccole spiagge bianchissime con acqua verde e pietre nere. Un paesaggio davvero da Eden. Sembra davvero il paradiso terrestre.

Pitture rupestri

L’ultima parte del tour con Grainge la passiamo su un altopiano del parco ricco di pitture rupestri degli aborigeni. La cosa straordinaria di questo posto è che si trova su un massiccio di pietra, scavato al suo interno in modo naturale dall’acqua, e dunque segnato da  grotte,  scale e piazze o anfiteatri naturali, tra un livello e l’altro. La parte più alta è un enorme immensa terrazza, piatta, fatta di pietra quasi nera. Da qui, tutt’intorno, si vede una pianura verdissima, infinita, magica. Questa pianura in estate è sommersa di acqua. Ora è rigogliosa e magnifica, come magnifiche sono le pietre intorno a noi che creano figure, ombre quasi fossero immense sculture create dall’uomo. Da questo punto è facile intuire quanto il paesaggio abbia condizionato la spiritualità degli aborigeni. Questa terrazza, sebbene in questo momento è frequentata da noi turisti, sembra essere un luogo di energie fortissime e lo spazio infinito intorno è quassi mistico, adatto alla contemplazione.

La sera arriviamo a Darwin stanchi morti e decidiamo di cenare tutti insieme per scambiarci indirizzi, contatti e passare ancora un po’ di tempo insieme. Poi, dopo i baci e la promessa di rivederci … con Isi e Federica, che continuano il tour con me, me ne vado all’ostello dove l’agenzia ci ha sistemato per la notte. È esattamente l’opposto di quanto descritto fino ad ora. Disordine, musica dance, alcol, spazi angusti e echi della movida adolescenziale. Un altro mondo, ma non importa. Questa è Darwin e la notte è breve.

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