Sydney e i miei ultimi giorni down under — agosto 19, 2010

Sydney e i miei ultimi giorni down under

Il piano iniziale prevedeva un’esplorazione capillare di tutti i quartieri, con salto alla famosa Bondi Beach, la spiaggia dei surfisti di Sydney, ed eventuale camminata a Mainly Beach.

Sono partita determinata, con segnati, da bravo Capricorno, giorno per giorno i cerchi sulla cartina. Dopo The Rocks, Newtown e Glebe era la volta di Dalinghurst e Paddington. Poi mi sono fermata. 

Dalinghurst e Paddington

Questi due quartieri si sviluppano intorno a Oxford Street. Una strada lunghissima, che si muove in diagonale a sud-est della City. Appena entrata nella via, larga, trafficata e piena di bar e negozi, due cose mi colpiscono. Le case sono basse, a due piani, costruite tutte tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900. Alcune sono decadenti, altre ridipinte e ristrutturate, tutte portano segni di Art Deco. Non sono tuttavia le case che saltano agli occhi, ma i colori. Mi verrebbe da dire che è tutto rosa e turchese, ma credo sia più che altro un ricordo distorto. Certo è che la prima parte di Oxford Street è decorata con bandiere arcobaleno, che molte case sono colorate e che ci sono tantissimi bar e locali. La prima parte di Oxford Street ospita la comunità gay di Sydney e si vede! Io mi godo il solito soy-latte in un bar su una piazza e semplicemente osservo. Tuttavia la strada non è sovraffollata e tutto è molto tranquillo. Immagino che qui sia soprattutto la sera che i bar si animano.

Continuo la mia esplorazione su Oxford Street e lentamente l’atmosfera cambia. Meno colori, meno bandiere. I negozi stessi diventano via via più raffinati. Sono entrata a Paddington, il quartiere “chic” di Sydney. In realtà non è su Oxford Street che si percepisce quanto più nelle piccole vie laterali. La mia preferita è William Street: una piccola strada leggermente in discesa, sulla quale si affacciano piccole case, splendide, in stile vittoriano. Larghe quanto una stanza, affiancate l’una all’altra, con il balconcino al primo e unico piano in ferro battuto, lavorato come un merletto, simile ai tavolini inglesi da giardino. Le case sono ristrutturate e molte ospitano piccoli negozi. Dai prezzi dei vestiti esposti, mi rendo conto di essere finita in una specie di “Via della Spiga”, che qui è vetrina degli stilisti australiani.

Giardini Botanici

Il giorno successivo, il mio penultimo giorno, me la prendo comoda. Visito l’Art Gallery del New South Wales, ma proprio la sezione di arte aborigena, che mi interessava, è in allestimento. La Galleria si trova a fianco dei Giardini Botanici e così decido di andare in mezzo al verde. Per i miei lettori deve apparire tutto confuso. “Ma come”, direte, “non avevi tanta voglia di andare in città e adesso ti rifugi in un parco?” Avete ragione e questa cosa ha colpito anche me. Per un mese i miei occhi si sono riempiti di orizzonti infiniti e pace e ora, l’orizzonte è delimitato dai palazzi, il traffico è pazzesco e di girare per la città un po’ mi sono stufata.  Non dipende da Sydney, dipende da me, che sono stanca e che non ho più l’ansia del “vedere tutto”. Per questo me ne vado ai Giardini Botanici, per avere un po’ di quiete e riposare gli occhi.

Illusa! Arrivo e vengo letteralmente travolta da un traffico continuo e ansimante. Non si tratta di macchine, ma di runners! È pausa pranzo e credo che tutta la city si sia riversata qui. C’è chi corre da solo, chi in coppia, ma soprattutto ci sono i gruppi da 10 o 20 o anche 30 persone che corrono velocemente, a volte guidati da un trainer che li incita “C’mon, guys!” Io devo appoggiarmi ai tronchi degli alberi per non essere travolta, perché arrivano da destra, da sinistra, dal sentiero dietro di me, … insomma, come se fossi in un incrocio di macchine all’ora di punta, dove le macchine sono persone.  E loro non si spostano, corrono veloci e la sensazione è che se non trovi riparo ti passano sopra. Mi rifugio in una zona apparentemente più tranquilla, ma come nel film Juno, ogni tanto una truppa passa, anticipata dal tonfo dei passi e dal respiro sofferente. Tutto ciò dura un’ora, poi sui Giardini Botanici cala la pace. Mi siedo sull’erba e davanti a me ho la baia, il ponte e l’Opera House. Finalmente un orizzonte armonioso. E finalmente il silenzio.

Opera House: vista, tatto, ascolto

La vera sorpresa, se così si può dire, me la trovo davanti agli occhi quando raggiungo l’Opera House dai Giardini. L’impressione è completamente diversa rispetto alla vista dal molo. Avevo parlato di vele. Ora, mentre mi avvicino, sopra la grande scalinata vedo le figure, che sembrano enormi chiocciole aliene o le maschere di Guerre Stellari. Hanno qualcosa di fantascientifico, dell’immaginario fantascientifico degli anni 70, viste da questo lato. E salire le scale lentamente, avvicinarsi a queste bocche di vetro è come essere dentro un sogno, una visione. Certo, aggiungo che il mio Ipod mi ha fornito la colonna sonora giusta e che l’impostazione sul bianco e nero della macchina fotografica mi ha aiutato a vedere solo le ombre e le luci, solo i tratti essenziali. Rimango quasi due ore a girare intorno e la serenità di questa vacanza si è riappropriata di me. Mi mancavano la suggestione e l’emozione e l’Opera House me le ha regalate.

Ma manca ancora l’ultimo regalo di questa meravigliosa “icona” australiana. 

La mia ultima sera a Sydney e in Australia l’ho festeggiata con Giulio dentro l’Opera House ascoltando Beethoven, Tschaikovsky e un compositore australiano, diretti da Vladimir Ashkenazy.

Quando entriamo all’Opera House, Giulio ed io … siamo emozionati, entrambi. La nostra poltrona si trova a fianco del palco, in alto, con una vista perfetta sull’orchestra e sul direttore. Appena entro nella Concert Hall rimango senza parole dalla bellezza della sala, dalla sua grandezza, dalla fila di poltrone fuxia e crema che sembravano raggiungere il soffitto, dal palco ovale conchiglia, quasi al centro della sala. Il pubblico sta entrando e i musicisti stanno accordando i loro strumenti. Sono bloccata in contemplazione di tutto ciò.

Poi, tutti  ai loro posti ed esce il direttore generale della Sydney Symphony Orchestra e scopro che questa serata è una serata importante perché augura “bon voyage” all’orchestra e al suo direttore Ashkenazy per la tournee di due settimane in Europa. La prima tappa, ho letto sul giornale, è a Stresa, domenica prossima.

La serata è importante anche perché siamo in diretta sulla ABC, perché c’è la governatrice del New South Wales in sala. Insomma, siamo dentro un evento culturale importante per la città.

Arriva Ashkenazy e inizia la musica. Rimango rapita, ipnotizzata e commossa dalla forza e dalla delicatezza, dal seguire il direttore così da vicino, dal sentire la musica salire dal basso ed entrare nel corpo. Sembra di essere lì, in mezzo ai musicisti, dentro il pianoforte, in una sorta di simbiosi con gli strumenti, la sala, il pubblico.

Non potevo concludere in modo migliore i miei 40 giorni australiani. Fra poche ore parto e fra un giorno sarò in Italia. Dentro il mio cuore, oltre a Uluru e White Heaven, dopo questa serata, mi porto anche la musica dell’Opera House.

Finisce qui il mio diario australiano. Ma come commentato con i tanti compagni di viaggio trovati lungo il mio percorso, l’Australia è solo un trampolino, un magnifico trampolino, per esplorare il mondo. Qui senz’altro ci tornerò. C’è chi parla di mal d’Africa, io sento un po’ di mal di outback … e questo male non mi dispiace affatto.

Alla scoperta di Sydney — agosto 15, 2010

Alla scoperta di Sydney

Il mio arrivo a Sydney è sensazionale per me.

Dopo un mese di girovagare, di spazi immensi, di luoghi a grandangolo, con gente diluita, quasi impercettibile, tranne in pochi luoghi, qui mi sono ritrovata in una città piena. Piena di traffico, di strade, sopraelevate, bus, treni, piena di luci, ma soprattutto piena di gente. Il mio albergo si trova vicino al Victoria Building, la “Galleria” dei negozi, affacciata su un incrocio, snodo di gente e di mezzi.

Lasciato lo zaino in hotel esco subito e l’impatto è fortissimo. L’impatto non solo visivo, ma anche fisico. Cammino come se non avessi mai visto una città e la gente, frettolosa, mi viene addosso, tanto sono stralunata. All’incrocio, poi, appena i semafori sono verdi per i pedoni, contemporaneamente da tutti i lati partono decine e decine di persone, non solo perpendicolarmente alla strada, ma anche in diagonale. Per alcuni minuti i pedoni occupano, attraversandolo in tutte le direzioni, quell’incrocio. Una meraviglia! Poi, con il rosso, tutto si ferma e sui marciapiedi inizia l’accumulo di nuove frotte di persone, che poi al verde ripartono. Un ciclo continuo.

Io mi limito a girare per il Victoria Building, che dall’esterno sembra un piccolo Harrods, e all’interno è un edificio raffinato e ben ristrutturato che ospita boutique di ogni tipo, abiti da sera e stilisti internazionali, marchi di design australiano, caffetterie e negozi di gioielli. Giro un po’, mi guardo intorno …  ansiosa di iniziare l’esplorazione della città. Ormai è buio, i negozi chiudono e me ne torno in hotel a preservare energie per il giorno dopo.

Glebe e Newtown

La prima giornata l’ho passata nei due quartieri “alternativi” di Sydney, attratta dal mercatino del sabato di Glebe. Immaginavo un mercato immenso e tanta gente e invece, con un po’ di delusione, trovo un mercatino piuttosto raccolto, vivibile, ma per me poco stimolante. Immaginavo il caos dei mercati di Londra … Le bancarelle vendono abbigliamento creativo di aspiranti stilisti e molto “vintage”: vestiti, cappotti, camicie, borse, scarpe usate. Anni fa sarei impazzita, oggi invece li passo svogliata …

Alla fine Glebe si raccoglie intorno a questo mercato e la vita, sebbene dimessa, è soprattutto fuori. Piccoli bar, qualche negozietto. Io mi fermo alla libreria Sappho, che mi ha consigliato un ragazzo francese conosciuto sulla barriera corallina a Cairns. Contrariamente a ciò che il nome potrebbe far pensare, non è una libreria gay. È un negozio di legno schricchiolante, che vende libri usati e libri antichi, vecchie copertine di libri di fantascienza e spartiti di musica. Ciò che attira qui i clienti, tuttavia, non sono tanto i libri, ma il bar, sul retro del negozio, che si estende in un cortile tra muri di mattoni rossi, ridipinti con graffiti, e qualche piccola palma. C’è una terrazza, ci sono i tavolini e un’atmosfera da colazione  di un sabato mattina. Io mi concedo un soy-latte (caffelatte con latte di soja), che si pronuncia soi-latteii.

Mi dirigo a piedi verso un altro quartiere, sempre consigliatomi dal ragazzo francese: Newtown.  La strada principale questa volta, risponde alle mie aspettative. Delimitata da case a due piani, vecchi laboratori o case operaie, la via è piena di negozietti di abbigliamento fantasioso, di dischi, di cartolerie bellissime, di librerie di ogni genere, dai libri d’arte ai libri usati. Una libreria, ricavata in una vecchia fabbrica, è talmente piena di libri, negli scaffali, negli scatoloni, impilati da terra al soffitto, che mi chiedo come si faccia  a trovare qualcosa. Noto solo un settore, ben indicato : marxismo, trotzkismo e stalinismo.

Lungo strada, sotto un murales che rappresenta Martin Luther King e il suo “I have a dream”, un piccolo gruppo di difensori dell’australianità (sono tutti bianchi, quindi mi chiedo quale australianità difendano) manifesta contro l’immigrazione. Ad un certo punto un altro gruppo di persone (questa volta sono bianchi, indiani, neri …) si avvicina e inizia ad urlare “No Nazi in Newtown”. Scoppia la rissa. I nazi rispondono alle provocazioni, gli altri gli spaccano i cartelli, si menano ed io sono lì in mezzo che scatto qualche foto, ma poi, i “nazi” mi fanno paura, perché sembrano davvero picchiatori. Uno, vestito da militare e tutto muscoli, davvero non scherza. Mentre arriva la polizia, mi allontano pensando che mettersi sotto la frase di Martin Luther King in un quartiere evidentemente multietnico a manifestare a favore dei bianchi è davvero da … nazi!

Insomma, anche questo, credo esprima il carattere di Newtown. Un quartiere alternativo, … vivace, con gente vestita in tutti i modi, ma senza seguire davvero una moda o un trend. Mangio un’insalata al sole e osservo il movimento … ma devo sbrigarmi. Ho un appuntamento all’Opera House.

Opera House, prima visione

Quando mi trovavo ad Airlie Beach, via internet ho comprato due biglietti per un concerto all’Opera House, diretto da Ashkenazy. Ci vado, l’ultima mia sera in Australia, con Giulio, il ragazzo di Castelfranco conosciuto nel Northern Territory. L’appuntamento ce l’ho con lui.

Arrivo dunque a Circular Quay, il molo principale da dove partono tutti i traghetti e le crociere. È il molo a fianco al quale è stata costruita l’Opera House.

Quest’edificio credo sia uno dei più fotografati al mondo, il simbolo di Sydney. Tutti lo abbiamo in mente. Mi ci presento dunque con un immaginario, un’idea che deriva dalle tante immagini viste. E quest’immaginario, nel mio caso, viene sconvolto, viene tradito, positivamente tradito. Immaginavo un’area vuota, libera, lo spazio intorno e sul mare l’Opera House. Invece …

L’Opera House è sul mare, ma prima di arrivarci si passa attraverso un tante cose. Sydney è una città che si è sviluppata in una baia su un terreno collinoso. Oltre al sali e scendi, nella zona dei moli principali (Circular Quay) c’è di tutto, che nemmeno un grandangolo potrebbe raccogliere, ma che nel raggio visivo dei miei occhi, che si muovono frenetici da un lato all’altro, entra completamente: il ponte alle spalle,  la cui presenza è fortissima e imponente, i moli, con traghetti, barche, battelli di ogni genere, le casse e i gli uffici dei vari cruiser, le crociere per la baia, i bar, sopra la testa c’è una strada (sono molte le strade sopraelevate a Sydney) e poi la gente (turisti, ma anche gente che è lì per lavoro, che da lì si muove o torna dal lavoro …). In fondo, infine, vedo lo spazio che si allarga e verso il mare è pieno di bar, con musica dal vivo, pieni zeppi di gente che al tramonto si gode un bicchiere di vino e sopra, si apre la scalinata che porta all’Opera House e dietro vedo, imponenti, le “vele” bianche, splendide. Sono stordita. Per tutti gli “ostacoli” visivi che mi hanno portato lì, ma che non sono ostacoli, sono la vita di questo pezzo di Sydney. In cima alla scalinata vedo Giulio, che alza un braccio e mi saluta. Che bello trovare un amico a Sydney, che bello trovarlo dentro questa ubriacatura di immagini.

Ci abbracciamo, entriamo, ritiriamo i biglietti prenotati e poi ci incamminiamo verso la zona del mio hotel dove lui prende il bus per casa. Nel frattempo mi chiedo come si possa fotografare qualcosa che è stato fotografato così tante volte, come si riesce a far entrare nella foto tutte queste sensazioni?

The Rocks

La mia seconda giornata la pianifico bene, ma poi strada facendo cambierò i programmi. Sydney è così. È una città che sorprende ed è bello lasciarsi sorprendere nella sua esplorazione.

Dall’hotel mi dirigo a piedi verso la Walsh Bay, la baia a ovest dell’Opera House. Questa era una zona di moli e cantieri. I quattro moli sono stati perfettamente ristrutturati, lasciando evidenti le vecchie mura di mattoni rossi, le pareti di legno verniciato e taluni strumenti, quali le carrucole per il carico delle navi. Uno di questi moli oggi è occupato da appartamenti, che immagino siano molto costosi, in cui le aperture sono diventate immense vetrate e con l’accesso diretto alla propria barca ormeggiata. Un altro, invece, è occupato per intero dal teatro di Sydney, con la sala, le sale prove ed i laboratori. Purtroppo non posso entrare, ma riesco a intravedere una sala prova, con i soffitti e travi a vista, un palco grezzo, sedie sparse, costumi appesi ed un grande tavolo a centro. Al fianco di questa sala, c’è un piccolo caffè, che più che altro sembra una cucina. I clienti non ci possono entrare e ordinano da una finestrella e stanno seduti fuori. Da un’altra piccola finestra, che si apre sulla vecchia parete di legno, si vedono dolci golosi su piatti a più piani coperti da una campana di vetro.  È domenica mattina, tutto è calmo e silenzioso e solo intorno ai pochi tavolini di questo bar c’è un po’ di vita. Io mi prendo un caffè, schifoso, ma non importa. Mi godo il mare, la vista sul teatro e alcuni attori e attrici in calzamaglia che escono dalle sale per una pausa.

La mia destinazione, tuttavia, non è questo molo, ma quello vicino all’Opera House, quello al confine con The Rocks, il vecchio quartiere operaio, fatto di case basse in mattoni, quasi soffocato oggi dai grattacieli alle loro spalle. Il mio piano prevede un rapido tour, un salto al mercatino, ma poiché tutto mi sembra molto turistico, l’idea è di fermarmi poco. Giro per le stradine, mi infilo in qualche angusto passaggio che porta sul retro, giro tra le bancarelle, entro nei negozi di souvenir. È pieno di turisti e i bar e ristoranti mi sembrano davvero … finti. Io mangio qualcosa in un bar irlandese, pensando di proseguire la mia esplorazione altrove.

Ma poi …, poi entro nel piccolo museo gratuito che racconta la storia di The Rocks. Il museo è organizzato molto bene, con percorsi su tre piani, brevi e facili, appetibili anche per i bambini. Ma soprattutto questo museo, attraverso la storia di The Rocks, racconta la storia di Sydney e ne rimango affascinata.

Intanto scopro che Cook non ha “scoperto” l’Australia, perché il primo insediamento è del 1600 da parte degli olandesi nella costa occidentale dove oggi si trova Perth.

A Sydney gli inglesi sono arrivati nel XIX secolo e dapprima hanno tenuto buoni rapporti con gli aborigeni, ma poi, quando hanno iniziato a sfruttare le risorse naturali e gli aborigeni si sono ribellati, la convivenza pacifica è finita. La tribù originaria è stata praticamente decimata, sia con i fucili, sia a causa di malattie portate dall’Europa.

In Inghilterra, nel frattempo, trovano che Sydney (il nome deriva dall’allora governatore delle colonie britanniche) sia una destinazione ideale per i detenuti che in  madre patria non ci stanno più. È come mandarli al confino. Arrivano così navi di prigionieri che in realtà non necessariamente stanno in galera, ma che iniziano attività commerciali, proprio intorno al porto, cioè a The Rocks. Costruiscono case e laboratori e inizia il commercio di grasso di balena, poi la corsa all’oro richiama sempre più gente, inoltre, le mogli ed i figli dei prigionieri raggiungono i loro cari, insomma la zona cresce e si sviluppa.

Nel 1850 a The Rocks c’erano 50 pub. Questo rende l’idea di cos’era davvero questa zona: marinai e prostitute, farabutti e ubriaconi, sporcizia, traffici … un bordello ed una latrina a cielo aperto. La vita del porto, dei mercati, degli scambi, degli imbrogli, delle fughe …

All’inizio del secolo scorso si decise che la zona doveva essere ripulita. La peste, che in quegli anni aveva colpito molti porti del Pacifico, portata dai ratti a bordo delle navi, è l’occasione che serviva. Inizia così lo smantellamento di una grossa parte di The Rocks. Le case vengono abbattute per fare posto a costruzioni “moderne” e per il ponte, il Harbour Bridge, quello che tutti conosciamo per i fuochi d’artificio di Capodanno.

Questo ponte venne inaugurato ufficialmente nel 1932. Il costruttore andò in fallimento per quanto erano lievitati i costi. Basti pensare che gli ultimi conti sono stati saldati nel 1988! Nel museo di The Rocks c’è un video che mostra la costruzione del ponte e racconta le esperienze degli operai. Un’opera immensa, fatta a mano, che avrebbe cambiato per sempre le abitudini della città e la sua fisionomia.

Ma per The Rocks non è finita. Mentre una parte della città alle sue spalle si sviluppa con palazzi alti e grattacieli, queste piccole case di mattoni rossi, quelle non abbattute dopo la peste, resistono. L’ultima battaglia storica del quartiere è del  1973, quando l’amministrazione della città decide di abbattere definitivamente quelle case per costruire appartamenti e uffici su grattacieli e palazzi moderni. È una battaglia tra la conservazione e la speculazione. The Rocks questa volta resiste. In quelle case, infatti, ci abitavano famiglie operaie che erano lì da generazioni, spesso discendenti di irlandesi, arrivati 100, 150 anni prima. Siamo negli anni Settanta e la difesa di The Rocks diventa una battaglia sociale. Alle proteste si uniscono i sindacati, le femministe, gli aborigeni che chiedono più terra … e alla fine vincono. Non gli aborigeni, credo, ma gli abitanti di The Rocks.

Per fortuna, perché anche se è una meta turistica oggi (che sicuramente giova all’economia della città) le case a due piani di mattoni, ristrutturate molto bene e ancora vive, in forte contrasto con i grattacieli di vetro sullo sfondo e al lato il ponte e infine il molo e l’Opera House rendono unica questa città. Inoltre, il progetto degli anni 70 avrebbe snaturato il paesaggio magnifico della baia, lo avrebbe forse banalizzato. Se, infatti ,a Sydney si fanno critiche, sono proprio quelle relative alla mancanza di architetture forti e innovative (Opera House esclusa ed escluso anche un grattacielo progettato da Renzo Piano) e quel progetto mi pare fosse davvero poco innovativo.  Ma soprattutto, The Rock rende speciale questo pezzo di città, perché ne rappresenta un momento storico, quando irlandesi e inglesi, ma anche asiatici e poi italiani e turchi e greci … arrivavano, senza nemmeno saperlo, per costruire una nuova nazione in una terra di cui nulla si sapeva. C’era chi pensava che dietro i colli di Rocks, ci fosse la Cina!

Sono rimasta talmente affascinata che ho camminato ancora per le sue strade, poi sono salita sul ponte e a piedi sono andata sulla altra sponda. Qui mi ha accolto un Luna Park, di quelli antichi, decaduto anni fa, ora ristrutturato e pieno di bambini urlanti. A fianco c’è una piscina olimpica, costruita del 1936, in parte ristrutturata con grandi vetrate, conosciuta per i tanti record battuti nelle sue corsie.

Per tornare verso l’hotel prendo un traghetto che attraversa un bel pezzo di baia al tramonto. Rivedo tutto, l’Opera House, il Harbour Bridge, The Rocks, i moli, il teatro, ma dall’altro lato. Ripasso mentalmente quanto scoperto oggi e provo a immaginare com’era 150 anni fa questa baia.

Per chiudere la giornata, da Darling Harbour, il porto di Sydney, circondato da ristoranti immensi, dall’acquario, edifici e hotel di lusso, prendo il treno su monorotaia che sopraelevato, attraversando diversi quartieri, tra cui China Town, mi riporta al Victoria Building. Speravo di vedere una prospettiva diversa della città, ma il trenino su monorotaia sopraelevato è più “Schein” che “Sein” e un ulteriore elemento nella confusione visiva di alcuni angoli di questa città.

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