Verso Sud — luglio 29, 2010

Verso Sud

Il pullman Greyhound per Mission Beach mi aspetta al porto alle nove del mattino. L’autista, un barbuto brillante e simpatico, per le due ore di viaggio non si limita a guidare, ma, man mano che avanziamo, ci fornisce informazioni di vario tipo: “alla vostra destra i campi da canna da zucchero”; “alla vostra sinistra i bananeti”, e così via. Il paesaggio, purtroppo è poco visibile da una intensa pioggia. Io ne approfitto per dormicchiare e leggere il giornale e così trovo due notizie interessanti che legano Cairns all’Italia.

Un’intera pagina del giornale locale di Cairns è dedicata ad Antonino De Rosa. Un italiano, che negli anni Cinquanta, a bordo di un nave da Crociera proveniente da Panama, si è fermato in Australia. Ha sposato un’italiana  e ha iniziato a costruire una casa nella via principale di Cairns, che allora era solo un campo, anzi, secondo i suoi ricordi un vero acquitrino.  Al piano superiore della casa ospitava migranti italiani e forniva loro aiuto, sotto affittava spazi commerciali e intanto avviava il suo business. Cairns gli ha dedicato un’intera pagina per la sua scomparsa. Ai figli, l’italiano lascia una florida azienda di vendita di latte. Mi ha colpito la sua storia, non solo per il legame che ha stabilito con Cairns, al punto da guadagnarsi una pagina intera, ma perché metà delle sue ceneri saranno riportate in Italia, a Salerno.

La seconda storia, sempre letta sul giornale, riguarda il Festival della parlata italiana che si è celebrato a Cairns. I partecipanti dovevano parlare per tre minuti  in modo corretto (sia grammaticalmente sia nella pronuncia) in italiano. La vincitrice ha detto al giornalista di essere molto felice, ma soprattutto, e qui mi sono venuti i dubbi sul festival,  ha aggiunto che  … “the pizza was bravo and the gelato benissimo”!

Absolute Backpackers

L’arrivo a Mission Beach è un misto di delusione e piacevoli scoperte. L’ostello è molto carino. Ha una piccola piscina, è tutto bianco, con una veranda, una cucina enorme circondata da vetrate dove ognuno può farsi da mangiare, un giardino verdissimo. La delusione riguarda la mia stanza, che è invece squallida e sporca per terra, inoltre è una camerata e noi sai mai chi ti mettono a dormire. Mi faccio coraggio, tanto è solo per pochi giorni, e vado nella zona animata. Intorno a me vedo solo ragazzini. Gente davvero giovane e un po’ mi dico: “ma io cosa ci faccio qui?”. L’atmosfera, tuttavia, è davvero tranquilla, lazy … Piove e i tavoli  di legno bianco sotto la veranda sono occupati da ragazzi in gruppo o solitari che leggono, mangiano, giocano a carte. Saranno giovani, ma sono loro che creano questa speciale atmosfera. I gestori ci mettono la loro con musica molto bella, che sottolinea la piacevolezza e la rilassatezza del luogo. Vado a fare la spesa e per la cena mi concedo una buona pasta, con pomodori freschi, feta e olive. Intorno a me tutti, più o meno, si fanno la pasta, ma … con un po’ più ingredienti: carne, verdure, spezie, salse e cipolle, tante cipolle …

Mission Beach

Non voglio farmi demoralizzare dalla pioggia, che sembra non esaurirsi mai. L’umidità è tale che nulla si asciuga e il materasso è assolutamente bagnato.  Mi infilo la giacca a vento e vado nel centro del paese.

Mission Beach è una località di mare famosa per gli sport estremi. Qui si fa sky dive, rafting … Il villaggio tuttavia, forse anche per la pioggia, appare più dimesso. Una strada asfaltata, alcune case colorate sui lati, spesso aperte, con grate e paraventi di legno coloratissimi, e tutto intorno la foresta pluviale. Mission Beach è letteralmente circondata dalla “giungla”. Nella via principale ci sono alcuni caffè, ristoranti, negozietti, qualche bed&breakfast o ostelli. 500 metri di vita e poi il nulla, la foresta. Io mi rifugio in uno di questi bar per tutta la mattina: divano, cappuccino enorme al latte di soya e giornali, giornali, giornali.

Quando finalmente la pioggia sembra darci una tregua, esco e vado verso la  spiaggia. Prima mi inoltro in una strada in mezzo a palme di ogni tipo, dove vengo circondata da tantissime farfalle. Mission Beach è famosa per le sue farfalle. Purtroppo non sono riuscita a fotografarle perché mi ronzavano intorno come ballerine agitate e leggere. I colori erano straordinari. Ho visto anche le farfalle che di solito sono stampate sui tessuti, quelle blu, azzurre e nere. Alcune erano grandi come il palmo della mia mano.

Un’altra cosa, per cui Mission Beach è famosa, è la spiaggia: 14 chilometri di sabbia dorata. Da un lato c’è la fila di palme che dà sulla strada, palme e altre piante più o meno selvagge, poi la spiaggia, larga metri e metri, con un bagnasciuga immenso e poi il mare, con il suo scrosciare oceanico. Seguendo con lo sguardo la spiaggia per i suoi 14 chilometri, sembra di essere in una terra vergine. La spiaggia è vuota, tranne per poche, pochissime persone. Io mi tolgo le ciabatte e inizio il mio cammino. A volte mi fermo, respiro a polmoni pieni, vado avanti, attraverso il ruscello che entra in mare (da cui in estate australiana scendono le meduse letali o i coccodrilli), guardo i residui di coralli spinti dal mare e le conchiglie sparse.

Non ho raccolto nulla, fino ad ora. Né un sasso, né una conchiglia, né un pezzo di calcare derivante dai coralli. Qui ci sono ovunque parchi naturali e il corallo diventa sabbia. Non va toccato. I sassi, invece, quelli visti nel Northern Territory sono sacri. Sulla Lonely Planet si racconta, che molta gente a Uluru si è portata via un sasso e una volta tornata a casa ha sentito il bisogno di riportarlo in Australia, con la sensazione addosso di avere rubato qualcosa. In effetti, in questi giorni di pioggia finalmente ho potuto leggere il libro di Marlo Morgan, un’americana che ha vissuto, suo malgrado, per sei mesi con una tribù di aborigeni. Molte cose nel libro sono talmente stupefacenti che viene da chiedersi quanto ci sia di vero. A proposito dei sassi, lei ha raccontato come Uluru fosse il luogo sacro di incontro delle tribù, oggi ceduto ai turisti, a noi. Lo so, lo so … sono a Mission Beach, parliamo d’altro. Ma forse perché piove, forse perché mi sono presa delle giornate di riposo e la mente vaga libera, continua a tornarmi in mente Uluru, come se quando ero lì non mi fossi resa conto del tutto di ciò che stavo provando. E allora adesso sono qui, nella veranda tranquilla di Mission Beach e sento ancora la forza di Uluru, le vibrazioni e la sua spiritualità. Per questo non raccoglierò alcun sasso o alcuna conchiglia. Nonna, ti porterò le foto dei sassi!

Ma torniamo a Mission Beach, perché comunque qui, pur essendo questa una destinazione turistica, vince sempre la natura. Anche sulla sabbia.

Cammino sulla spiaggia e vedo dei fori perfetti e tutto intorno delle palline di sabbia che tracciano, affiancate l’una all’altra, dei disegni, quasi immagini floreali. Ne vedo una, poi un’altra e poi un’altra ancora … e non mi accorgo di essere in mezzo ad un immenso disegno, quasi un’opera d’arte, di palline di sabbia e fori. Immenso. Guardo meglio e vedo un movimento impercettibile. Come un tremolio vago. Mi avvicino con il muso ai fori e scopro chi sono gli artisti: piccoli granchi color sabbia, che per mimetizzarsi da me, si fanno pallina in mezzo alle palline da loro prodotte e diventano irriconoscibili. Le palline hanno, infatti, la loro dimensione. Quelle dei cuccioli sono come la punta di uno spillo, le altre grandi come un mirtillo. È talmente perfetto il disegno che si penserebbe ad un gesto consapevole. Invece sono solo le tane, e le palline è solo sabbia meticolosamente sottratta al fondo della spiaggia.

Donne on the road

Avevo già notato nelle mie tappe precedenti che ci sono molte donne solitarie in viaggio. Probabilmente perché l’Australia è un paese sicuro. Si sta tranquille. La sera, ceno con una ragazza inglese, Alice, che si è presa un anno sabbatico. Sette mesi per decidere che fare. Era soffocata dal lavoro, mi racconta, indecisa sul futuro ed è partita. Alice è la viaggiatrice più “vecchia” che io abbia incontrato: 41 anni. Io tiro un respiro di sollievo e mi dico:  “Non sono la più vecchia, meno male”. Scherzi a parte passo una bella serata con Alice a mangiare bistecca e chips a 5 dollari nel casinò di fronte al nostro ostello. La giornata finisce  poi finita con un quiz nella veranda dell’ostello. Io sono in squadra con Alice e tre ragazze irlandesi (e qui, chiedo scusa a Mark, che so mi sta leggendo: non capivo nulla!) e vinciamo! Grazie anche al suggerimento di una ragazza tedesca, appena arrivata, che ci salva in corner. Insomma, il bello di questo viaggiare è che puoi startene per i fatti tuoi o farti coinvolgere. Sono tutti viaggiatori come te, spesso soli, aperti e curiosi e avidi di esperienze.

Sunshine!

La mia seconda giornata a Mission Beach è inaugurata dal sole. Siamo tutti in spiaggia. Non si deve, tuttavia, pensare ad un affollamento. Oltre al fatto che la spiaggia è enorme, la gente qui è poca. Il sole picchia e io mi butto più volte in mare a saltare le onde. Finalmente estate!

Ad un certo punto mi viene voglia di caffè. Nulla. Non c’è nulla nei paraggi. Uscita verso la strada, cerco almeno un baracchino, un chiosco … Davanti a me, una coppia di, direi, pensionati, italiani passeggia con un cane. Mi sembrano talmente di casa che chiedo loro se conoscono lì vicino un bar. Sorridono e in pochi minuti mi raccontano che vivono da 15 anni a Mission Beach, dopo 30 anni di Sydney. Che stanno benissimo e qui, rispetto alle spiagge italiane sovraffollate, c’è la libertà. Mi invitano a bere un caffè da loro, ma io ho  lasciato le mie cose da Alice in spiaggia  e mi scoccia, visto che deve partire, costringerla a sorvegliare la mia borsa. Di ritorno verso l’ostello, passo davanti alla loro casa: una bella costruzione di legno, coperta da banani e palme. Erano così affettuosi con me e forse contenti di poter raccontare con orgoglio la loro scelta di vita. Rimpiango solo il buon caffè.

Domani riparto, verso sud. La destinazione questa volta è un’isola: Magnetic Island.

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