Magnetic Island — agosto 1, 2010

Magnetic Island

Sembra che tutti i backpackers siano diretti a Magnetic Island. Ne parlavano già a Cairns, a Mission Beach c’erano quasi i preparativi. Il 30 agosto, infatti, c’è la grande festa di luna piena sull’isola.

Ma andiamo con ordine. 

Walkabout

Il viaggio da Mission Beach a Townsville, porto d’imbarco per l’isola, dura quattro ore. Quattro ore che nemmeno si sentono. L’autista ci accoglie con un abbigliamento da stereotipo di autista da cabaret: capellino con visiera blu, camicia azzurra, pantaloni blu cortissimi, a mezza coscia,  calzettoni lunghissimi di spugna azzurra e mocassino nero. La faccia ricorda Macario, solo un po’ rovinata e con un naso decisamente più grande. Pare simpatico, come tutti gli autisti trovati fino ad ora. In realtà non fa altro che trattarci come viaggiatori con la testa tra le nuvole, con mille raccomandazioni. Per fortuna, le sue ramanzine sono brevi, e durante il viaggio ci vediamo due film.

Nel pullman incontro Marion e Wil, le ragazze olandesi del Northern Territory, con la sorellina (“ina” per modo di dire perché è alta il doppio di me). Vicino a me siede Adrian, un ragazzo svizzero che, come tante persone, ormai, che ho incontrato nel mio viaggio, ha deciso di prendersi sette mesi di pausa. Il walkabout è esattamente questo. Prendersi una pausa, lunga, dalla vita reale ed esplorare l’Australia. In realtà il termine  si riferisce al lungo viaggio rituale che gli australiani aborigeni saltuariamente intraprendono attraversando a piedi le distese del bush australiano. Il termine fu coniato dai proprietari terrieri bianchi australiani per riferirsi agli schiavi aborigeni che sparivano dalle loro proprietà, spesso per settimane. Il motivo, più che esistenziale, è legato alla necessità di scambio, anche spirituale, con i membri delle altre tribù.

All’ostello di Mission Beach, l’ultima sera, ho conosciuto un giovane ragazzo italiano, che certamente non poteva passare inosservato. È stato il primo walkabout di casa nostra che ho incontrato nel mio viaggio. Alto, magro, capelli lunghi raccolti in una coda, pantaloni corti improponibili ed una maglietta a righe piena di buchi e di rammendi alla meno peggio. L’ho notato perché mentre cucinavo sentivo un parlare inglese decisamente italiano, ma soprattutto, rispetto alla quiete di quell’ostello, la sua voce ed il suo gesticolare sembravano scuotere l’atmosfera. Mi ha raccontato, tra un parola buttata di qua ed un gesto rivolto di là, che non ne poteva più dell’Italia ed è venuto in Australia. È di Bari e, da quanto ho capito, è scappato dalla mamma e dalla sorella, che ora, per il suo matrimonio, lo costringe ad un ritorno. “Ma per poco”, mi ha detto, “poi torno qui”. A Mission Beach lavora in un ristorante e in teoria, si paga  il pernottamento all’ostello pulendo i bagni. In teoria, perché le due ragazzi thailandesi, che gestiscono l’ostello, non facevano altro che richiamarlo all’ordine. La scena più o meno è questa. Le due ragazze, una delle quali è istruttrice di sky dive, dinamiche e decise, si preparavano la cena. Lui, due volte più alto, ronzava loro intorno e rubacchiava il loro cibo, intanto parlava un inglese cantato e gesticolava di continuo. Tra il cinguettio delle ragazze e la sua voce, che si imponeva su tutto, si era creata una  certa confusione e una ragazzina tedesca vicino a me guardava il tutto visibilmente preoccupata. Non aveva capito che le sgridate delle due ragazze erano ironiche, un gioco. Lui intanto parlava con me e quando loro hanno scoperto che ero italiana, mi hanno chiesto supporto e rivolgendosi a lui dicevano “You are a Mummy-Boy! All italians are Mummy-Boys”. Lui sconsolato guardava me e rispondeva “Vedi, my mother(e)”  ne indicava una ” e my sister(e)” e indicava l’altra, strascicando in una cantilena le parole e ridendo. E’ stato divertente e il giorno dopo una delle due ragazze mi ha salutato ancora divertita e ironica. Forse sembra una farsa teatrale ed esasperata nel mio racconto …, ma davvero lui era teatrale, totalmente allo sbaraglio e so italian.

Ma torniamo al mio viaggio.

Approdo all’isola

Magnetic Island si trova a soli 20 minuti di navigazione da Townsville. Con la faccenda della festa mi immaginavo di trovare un caos incredibile, invece è tutto molto tranquillo. Il fatto, per me più sorprendente è l’approdo all’isola. Il porto è nuovissimo e sembra lucidato. Nella mia esperienza di arrivo via mare ad un’isola c’è la Grecia, con in suoi porti rumorosi, pieni di vita, di gente che parte e arriva, mezzi che devono caricare, moto, macchine  e al molo, bar, ristoranti, negozi e gente, tanta gente che va, che sta, che viene. Qui sono ammutolita  dalla sorpresa nel percepire, per prima cosa il silenzio. Attracchiamo e non c’è nessun rumore, se non quello del traghetto. Nessun rumore. Nemmeno di gente, mezzi, lavori. La seconda sorpresa è la calma, la poca gente ed il niente intorno al porto. Tutto è pulito, lucido, disciplinato. È abbastanza incredibile se si pensa al fatto che Magnetic Island è vicinissima alla terra ferma e che questo è il fine settimana della luna piena.

Canopy

Io, vittima di una sorta di terrorismo psicologico dell’agenzia che mi ha prenotato i vari passaggi verso Brisbane, e anche, credo della pessima esperienza dell’ostello di Darwin, decido di concedermi un luogo un po’ più tranquillo (e ovviamente più costoso rispetto agli ostelli). Canopy è un insieme di bungalow, casette triangolari, semplicemente meraviglioso. La mia casetta ha una veranda, una cucina con salotto e di sopra, nel soppalco, il letto. Davanti alla veranda c’è una piccola piscina, quasi un laghetto naturale. Tutto intorno, palme e altre bellissime piante tropicali. Appena arrivata mi viene voglia di ballare sulla mia verandina da quanto sono contenta. Dopo l’umidità e lo sporco della stanza di Mission, mi sento arrivata in paradiso. Vado a fare la spesa e poi, sulla veranda mi bevo una birra fresca con crostini di pane e chutney di mango, mentre intorno a me volano fantastici pappagalli bianchi dalla cresta gialla. Unico difetto di questi bellissimi uccelli è la voce, gracchiante e sgraziata. Nel corso della serata altri uccelli, dalle zampe lunghissime, si avvicinano alla mia veranda, quasi a controllare chi sia il nuovo arrivato e due opossum, animali che a prima vista mi sembrano un incrocio tra topi giganti e piccoli wallabi, gironzolano intorno alla piscina.

Alla fine, non mi dispiace questa alternanza di ostello e luoghi un po’ più … raffinati. Gli ostelli sono fantastici per conoscere gente. Anzi, negli ostelli non riesci a stare solo, perché c’è sempre qualcuno che ti rivolge la parola. Le domande di rito che ci facciamo ormai le conosco: di dove sei, quanto ti fermi, dove sei diretto e da dove arrivi. Ogni racconto, oltre ad offrire un pezzo di vita, ti mette a disposizione tante informazioni per le tappe successive.

Poi però mi piace anche godermi alcuni giorni in piena solitudine. Lavarmi in un bagno tutto mio, dormire in una stanza tutta mia e parlare con gli altri solo se ne ho voglia.

Prima giornata a Maggie

Maggie è il nome che tutti danno all’isola. Le abbreviazioni, in effetti, sono molto frequenti. La verdura è vegie, i chilometri, semplicemente k e, appunto, Magnetic Island, diventa Maggie.

Il nome, Magnetic, è un’idea dal Capitano Cook, che nel 1777 aveva toccato la costa est australiana  e riteneva che su quest’isola ci fosse un campo magnetico. In realtà di magnetico qui non c’è nulla, se non la bellezza di questa piccola isola. Nelly Bay, la baia del porto, è un luogo assolutamente tranquillo. Strade che si inerpicano sulle colline, la foresta che entra nel villaggio, la natura ovunque. Le case si vedono a malapena, tutte circondate da palme di ogni tipo. Per strada c’è poca gente. La festa, come poi ho scoperto, per la luna piena si svolge in un ostello in un altra baia. Io, davvero con gusto, mi godo i grilli e la pace.

Come prima giornata decido di sfruttare uno dei sentieri nella foresta che mi porta ad Arcadia Bay. Sono solo 6 chilometri, ma prima si sale, si sale, si sale e fa molto caldo. A volte, camminando, mi viene il dubbio di essere sulla strada giusta, perché non c’è nessuno, solo alberi, eucalipti e sassi. Inoltre vedo il mare alla mia sinistra e in base alla piantina, dovrei averlo alla destra. Nel dubbio se procedere o tornare indietro, ogni tanto mi fermo, bevo e guardo la piantina. Poi la “folgorazione”. Sono salita di continuo e trovandomi sulla punta del promontorio, il mare che vedo è quello dell’altro lato dell’isola. Rincuorata continuo e, infatti, poco dopo arrivo ad Arcadia Bay. Sudata e stanca mi immagino un tuffo rinfrescante in mare, ma la puzza che proviene dalla spiaggia mi fa presagire che il bagno deve aspettare. La piccola baia infatti è ricoperta di un alga (alga bloom) rossa e puzzolentissima. Decido allora di spostarmi e con un bus vado a Horseshoe Bay. Qui,  rispetto a Nelly Bay, ci si sente in un paese turistico. Bar e ristoranti sul lungo mare e gente. Ma pur sempre pochi bar, pochi ristoranti e poca gente e la spiaggia è quasi vuota. Incontro, ad un incrocio, Adrian, il ragazzo svizzero e una ragazza tedesca, conosciuta a Mission Beach. Mi spiegano che al terzo incontro bisogna offrirsi da bere. Mi raccontano della festa, piuttosto deludente, poi ci salutiamo, auspicando, chissà dove, un terzo incontro.

Io mi soffermo a guardare questa spiaggia, con il mare turchese, la sabbia e poi l’erba e gli angoli per il barbecue e i tavoli e l’ordine e la pace … E’ così diversa la vita da spiaggia qui. L’idea del chiringuito sulla sabbia è lontanissima dal modo in cui si vive la giornata “ammare”. Da un lato di notte la marea sale e non si può costruire nulla e da ottobre a marzo qui il bagno non si fa, per le meduse cubo.

 Koala Village

Nel pomeriggio vado al Koala Village. Avrei dovuto immaginare che era una “roba da turisti”, ma vorrei tanto vedere un koala … e allora spendo i miei 33 dollari. Un ranger ci accoglie all’entrata del parco. È una copia in piccolo di Crocodile Dundee, non solo per come è vestito, ma anche per come parla, per le cose da “saggio uomo” che ci racconta (sui mali del mondo civilizzato e la bellezza della natura). Ci inonda di  informazioni sui serpenti, sui coccodrilli, sui ragni (per i quali sembra avere una forte attrazione). Quando parla dei serpenti, mette in mano a noi visitatori un serpente per la foto. Quando parla di coccodrilli ci mette in mano un piccolo coccodrillo con la bocca incerottata per la foto. Io mi rifiuto, non per la paura, ma perché non mi interessa. Provo solo a toccare la pancia del coccodrillo.  Gli altri mi guardano con incomprensione e mi tranquillizzano, mi dicono di non avere paura e probabilmente non capiscono come mai io abbia speso i soldi senza fare la foto con il serpente. Accetto, tuttavia, il rito della foto con due animali che mi piacciono. Prima un pappagallo, al quale passo un seme dalla mia bocca al suo becco, come se ci baciassimo, e poi il koala.

In questo parco ci sono alcuni koala. Uno, addirittura, sta sul ramo con il suo cucciolo appena nato. L’altro, quello che prendiamo in braccio se ne sta a mangiare eucalipto con una faccia dolcissima. Il pelo del koala è quasi stopposo alla vista, ma in realtà è morbidissimo. Per tenerlo in braccio, bisogna stare fermi, perché il koala non è un orsachiotto ghiotto di coccole. È un animale che se ne sta per i fatti suoi. Insomma, per farla breve, il ranger prende il koala e me lo mette tra le braccia.

È come avere un peluche vivente tra le mani. Pesa circa sette chili e ha un sederone ed una pancia giganti. La faccia è un misto tra l’addormentato e il sornione. Pensare che questo animale ha un cervello piccolissimo e che se ne sta lì tutto il giorno a mangiare e dormire fa davvero tenerezza.

Per l’ultima parte del tour il ranger ci accompagna nella foresta dove scuotendo i rami, mette in volo centinaia (e non esagero) di farfalle che volano sopra le nostre teste. Sembra di essere dentro una favola, una magia. La luce è filtrata dai rami ed entra a malapena e centinaia di ali colorate svolazzano nei suoi riflessi. Davvero uno spettacolo suggestivo. Altro che i serpenti!

All’uscita dal parco passiamo sotto un albero che ospita decine e decine di pappagalli coloratissimi. Io meravigliata, mi metto a fotografarli, senza accorgermi che intanto il ranger ha recuperato un pentolone di riso e in un battibaleno tutti questi pappagalli con un cinguettio stridente e assordante, tutti insieme, si buttano sul pentolone e iniziano a volare agitati intorno a noi. Alcuni mi si attaccano alla testa e sono talmente esagitati, che sento le loro zampe grattare e infilarsi tra i capelli. Mi fanno quasi paura e per un attimo mi sento  dentro il film “Uccelli” di Hitchcock.

La prima giornata a Maggie si chiude con un bagno in piscina e un relax vero nella mia veranda.

 Ho scollinato

Ho scollinato e sono a metà del mio viaggio. Mi sembra di essere qui da una vita e mi sembra pazzesco avere nei miei occhi tante immagini così diverse di luoghi visitati in quasi venti giorni.

Oggi è domenica e decido di passare la giornata in spiaggia. Mi compro il pranzo, prendo il giornale e con il bus mi faccio portare all’imbocco della strada per Arthur Bay, una piccola spiaggia, dentro il parco marino. Il mare si raggiunge solo a piedi ed io … sbaglio strada. Invece di andare verso il basso, seguo un percorso che mi porta al forte di Magnetic Island. Quest’isola, infatti, era diventata strategica durante la seconda guerra mondiale, quando la guerra nel Pacifico minacciava l’Australia. Qui era stata costruita una fortificazione ed una contraerei per  proteggere Brisbane da eventuali attacchi giapponesi. Oggi, c’è solo il percorso, molto amato, perché qui  abitano i koala. Meno male che ho sbagliato strada!

Il ranger mi ha fatto vedere e toccare il koala, ma dentro una specie di piccolo zoo. Qui, invece, i koala sono liberi. Ne vedo tre a parecchia distanza tra loro. Come già detto, sono animali solitari. Uno di loro è sdraiato su un ramo con zampe a penzoloni e se la dorme di gusto. Una dolcezza incredibile. Qualche ramo più sopra, un cucciolo appallottolato, sonnecchia, anche lui. Con tutta quella ciccia e quel pelo c’è da chiedersi come non soffrano il caldo.

Arthur Bay

La spiaggia che finalmente raggiungo è un piccolo sogno: pietre grigie, enormi, sabbia quasi rossastra, acqua turchese. E’ una meta prediletta per lo snorkeling, ma io, essendo sola, non mi fido a lasciare la borsa in spiaggia e perdermi tra i coralli, che qui crescono quasi a ridosso della battigia. Mi godo semplicemente il sole, l’acqua fresca e il paesaggio bellissimo.

Domani si riparte. Lascio questa bella isola con un po’ di nostalgia. Se abitassi a Sydney o a Brisbane, forse qui mi cercherei una casetta. È davvero il luogo del rifugio, della pace. Oltretutto è riconosciuta per il suo impegno ecologico. Pannelli solari ovunque (la cui vendita in TV è fortemente pubblicizzata grazie agli incentivi statali) e shop e bar “organic” o “bio” o “eco”. Credo che cambierà nei prossimi anni perché ho visto molti lotti in vendita, ma non sarà mai troppo costruita. Il troppo in Australia non è possibile. Potrebbe, tuttavia, diventare un’isola costosa. Già ora, rispetto al continente, tutto è un po’ più salato.

Prossima destinazione Airlie Beach.

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