Airlie Beach e i pensieri volanti — agosto 3, 2010

Airlie Beach e i pensieri volanti

Sono arrivata ad Airlie Beach con  aspettative molto basse. Questa tappa è solo funzionale al mio imbarco per le Withsunday Islands, le isole che vedo all’orizzonte, immerse nella barriera corallina.

La Lonely Planet è spietata con questo villaggio e alla mia entrata in bus mi sembrava esagerata. Ci sono una baia bellissima, piena di barche a vela ormeggiate, un cielo blu intenso, la foresta tutto intorno e una strada principale che per circa un chilometro è vivacizzata da negozi, bar, ristoranti colorati. Per strada si vede un sacco di gente in ciabatte e tenuta da spiaggia che passeggia o beve un aperitivo.

La cosa che mi colpisce è che appena il sole scende, fa freddo, molto freddo. D’altra parte sto andando verso l’inverno, e per quanto mi trovi ancora in pieni tropici, lo sbalzo di temperature è notevole. Passeggio per il paese e francamente non mi sembra male, non fosse che dopo solo 500 metri, tutto ciò che ho visto si ripete. Sono soprattutto le agenzie viaggi a farla da padrone con i loro messaggi scritti, che sembrano urlati, per pianificare tour nelle isole, ma anche in tutta l’Australia. Dai ristoranti esce generalmente odore di  fish and chips e dai bar un profumo caramellato di caffè aromatizzato che si mescola al fritto. No, Airlie Beach non è male, ma certo va bene giusto come base di appoggio. Rispetto a Mission Beach, qui è tutto orientato al far spendere soldi.

La mia prima visita, tuttavia, l’ho fatto da un medico. Il cartello che indicava il medical center era simile a quelle delle agenzie viaggi con un DOCTOR scritto gigante, colorato a tal punto che pensavo si trattasse di una metafora per indicare la specializzazione in una qualche attività marina. Sono andata da un dottore perché da alcuni giorni sentivo qualcosa dentro l’occhio, o meglio … vedevo una leggera ombra e presa ormai dal … panico di avere qualcosa di gravissimo mi sono fatta forza. Il medico mi ha sorriso con dolce comprensione … ho un granello si sabbia o dello sporco che però ha fatto una leggerissima infezione e che non è riuscito a togliere. Mi ha dato gli antibiotici ed io felice per quello stupido granellino di sabbia me ne sono tornata all’ostello.

Condivido la stanza con una ragazza olandese che … parla nel sogno e sta notte, ad un certo punto, urlava: “Alex, the wave, the wave!!!” La mattina le ho chiesto se avesse fatto surf e lei meravigliata mi ha detto di si, che adora il surf. Allora le ho raccontato del suo entusiasmo notturno per un’onda che evidentemente la stava avvolgendo. 

Oggi la giornata ad Airlie Beach è stata molto, molto tranquilla. C’è molto vento e allora sono stata alla piscina dell’ostello per curare il mio occhio. Domani vado ancora dall’oculista e poi mi imbarco, ma sono tranquilla adesso, soprattutto dopo la giornata di lettura e di assoluto relax.

Ho finito il libro di una scrittrice australiana, che mi ha riportato dentro i paesaggi visti in questi giorni, ma anche dentro alcuni pensieri fatti tra me e me o condivisi con i vari sporadici compagni di viaggio.

Ci siamo infatti spesso confrontati sul fatto che gli australiani sembrano vivere le cose con una leggerezza che a noi europei manca. Certo, generalizzare è stupido, forse, e poi noi ci muoviamo da turisti e il contatto con gli australiani è limitato ai diversi tour, raramente si viaggia insieme a “aussies”. Eppure, quei pochi incontrati sono tutti nati in un lato dell’Australia e ad un certo punto hanno preso una macchina o una aereo e hanno attraversato il paese e lì si sono fermati, magari non per sempre. Tutto appare easy, semplice, poco complicato. Tra viaggiatori commentavamo come invece noi europei siamo più, troppo, introspettivi e sempre con un carico di vissuto addosso che a volte pesa, a volte rende le decisioni difficili, e, … soprattutto per noi italiani, ci rende difficile il trasloco, anche solo di pochi chilometri.

Ammiro questa leggerezza, che a noi manca. Ammiro il modo di affrontare le cose. Un esempio banale. Quando ero a Cairns su una delle isolette in mezzo all’oceano, una ragazza tedesca aveva raccolto una conchiglia e voleva portarsela a casa. La nostra guida australiana non l’ha sgridata (è pieno di avvisi che vietano di raccogliere qualsiasi cosa, anche solo un granello di sabbia). Immagino che una nostra guida l’avrebbe sgridata e poi, probabilmente con tono moralizzante, le avrebbe detto che non si fa. La nostra guida invece le ha detto: “Vuoi davvero farlo?” e glielo ha detto con un sorriso sincero. Poi le ha spiegato il percorso di quella conchiglia dal suo formarsi al suo diventare sabbia. Lei senza dispiacere l’ha rimessa sull’isoletta.

Questo è quello che definisco una sorta di easy living. Mi ha però molto colpito oggi, nella mia lettura, che questa riflessione non è solo mia. La condivide, in parte, la scrittrice del libro appena letto.  Lei è australiana e avendo cambiato casa di continuo e vissuto spesso in modo avventuroso, ma soprattutto, credo, in quanto scrittrice e profonda conoscitrice del suo continente è andata oltre la mia banalizzazione. In un brano del suo  diario, a proposito di un’editrice inglese, si chiede cosa manchi alle donne australiane, che, rispetto alla saggezza dell’editrice, appaiono insulse, effimere e inquiete e senza peso. “Cosa ci priva di peso?”, si chiede. “È la sradicatezza delle nostre vite su questo continente, la continua sensazione di esilio (…), presente anche negli uomini, forse persino di più?”

E poi chiude dicendo che ha sempre odiato e desiderato un senso di appartenenza e di radicamento.

Certo, io sto viaggiando da turista con uno zaino in spalla di ostello in ostello, viaggiando in pullman e mangiando nelle pizzerie per i turisti. Bisognerebbe vivere qui, lavorare qui e capire, ma la riflessione di Dorothy Hewett (la scrittrice) mi rende questo paese ancora più interessante. In fondo qui gli inglesi ci mandavano i carcerati perchè in patria le prigioni erano piene. Poi il paese si è riempito di migranti da ogni parte del mondo. Inoltre, l’Australia è enorme e se le città e i villaggi turistici paiono più simili a noi, viene davvero da chiedersi che vita vivano i gestori delle folli aree si servizio lungo la Stuart Highway o i bambini, figli di allevatori che vivono in mezzo al nulla a 500-600 chilometri da una città. Molti di questi bambini vivono talmente isolati che non vanno a scuola, ma seguono le lezioni via radio.

Oggi, tra le altre cose, ho letto su una rivista che una ragazza di 16 anni, australiana, ha fatto il giro del mondo in barca a vela, solitaria. Cinque anni della sua infanzia, questa ragazzina  li ha vissuti a bordo di una barca che ha circumnavigato l’Australia e anche lei seguiva le lezioni via radio oppure, nelle tappe più lunghe sulla terraferma, in una scuola vera, ma solo per al massimo un semestre. Pare il destino naturale decidere di girare il mondo in barca a vela da sola. Come potrebbe vivere in una casa, in un luogo per la vita, una ragazza così?

È forse  per questo che gli australiani sono veri viaggiatori ed esploratori del mondo…

Vabbè, chi mi legge, avrà capito che oggi ad Airlie Beach non ho fatto null’altro se non leggere e … esplorare, anche solo tangezialmente, con i miei pensieri questo straordinario paese.

Domani mi imbarco. Dormirò per due notti in barca nelle Withsunday Islands.

Verso Sud — luglio 29, 2010

Verso Sud

Il pullman Greyhound per Mission Beach mi aspetta al porto alle nove del mattino. L’autista, un barbuto brillante e simpatico, per le due ore di viaggio non si limita a guidare, ma, man mano che avanziamo, ci fornisce informazioni di vario tipo: “alla vostra destra i campi da canna da zucchero”; “alla vostra sinistra i bananeti”, e così via. Il paesaggio, purtroppo è poco visibile da una intensa pioggia. Io ne approfitto per dormicchiare e leggere il giornale e così trovo due notizie interessanti che legano Cairns all’Italia.

Un’intera pagina del giornale locale di Cairns è dedicata ad Antonino De Rosa. Un italiano, che negli anni Cinquanta, a bordo di un nave da Crociera proveniente da Panama, si è fermato in Australia. Ha sposato un’italiana  e ha iniziato a costruire una casa nella via principale di Cairns, che allora era solo un campo, anzi, secondo i suoi ricordi un vero acquitrino.  Al piano superiore della casa ospitava migranti italiani e forniva loro aiuto, sotto affittava spazi commerciali e intanto avviava il suo business. Cairns gli ha dedicato un’intera pagina per la sua scomparsa. Ai figli, l’italiano lascia una florida azienda di vendita di latte. Mi ha colpito la sua storia, non solo per il legame che ha stabilito con Cairns, al punto da guadagnarsi una pagina intera, ma perché metà delle sue ceneri saranno riportate in Italia, a Salerno.

La seconda storia, sempre letta sul giornale, riguarda il Festival della parlata italiana che si è celebrato a Cairns. I partecipanti dovevano parlare per tre minuti  in modo corretto (sia grammaticalmente sia nella pronuncia) in italiano. La vincitrice ha detto al giornalista di essere molto felice, ma soprattutto, e qui mi sono venuti i dubbi sul festival,  ha aggiunto che  … “the pizza was bravo and the gelato benissimo”!

Absolute Backpackers

L’arrivo a Mission Beach è un misto di delusione e piacevoli scoperte. L’ostello è molto carino. Ha una piccola piscina, è tutto bianco, con una veranda, una cucina enorme circondata da vetrate dove ognuno può farsi da mangiare, un giardino verdissimo. La delusione riguarda la mia stanza, che è invece squallida e sporca per terra, inoltre è una camerata e noi sai mai chi ti mettono a dormire. Mi faccio coraggio, tanto è solo per pochi giorni, e vado nella zona animata. Intorno a me vedo solo ragazzini. Gente davvero giovane e un po’ mi dico: “ma io cosa ci faccio qui?”. L’atmosfera, tuttavia, è davvero tranquilla, lazy … Piove e i tavoli  di legno bianco sotto la veranda sono occupati da ragazzi in gruppo o solitari che leggono, mangiano, giocano a carte. Saranno giovani, ma sono loro che creano questa speciale atmosfera. I gestori ci mettono la loro con musica molto bella, che sottolinea la piacevolezza e la rilassatezza del luogo. Vado a fare la spesa e per la cena mi concedo una buona pasta, con pomodori freschi, feta e olive. Intorno a me tutti, più o meno, si fanno la pasta, ma … con un po’ più ingredienti: carne, verdure, spezie, salse e cipolle, tante cipolle …

Mission Beach

Non voglio farmi demoralizzare dalla pioggia, che sembra non esaurirsi mai. L’umidità è tale che nulla si asciuga e il materasso è assolutamente bagnato.  Mi infilo la giacca a vento e vado nel centro del paese.

Mission Beach è una località di mare famosa per gli sport estremi. Qui si fa sky dive, rafting … Il villaggio tuttavia, forse anche per la pioggia, appare più dimesso. Una strada asfaltata, alcune case colorate sui lati, spesso aperte, con grate e paraventi di legno coloratissimi, e tutto intorno la foresta pluviale. Mission Beach è letteralmente circondata dalla “giungla”. Nella via principale ci sono alcuni caffè, ristoranti, negozietti, qualche bed&breakfast o ostelli. 500 metri di vita e poi il nulla, la foresta. Io mi rifugio in uno di questi bar per tutta la mattina: divano, cappuccino enorme al latte di soya e giornali, giornali, giornali.

Quando finalmente la pioggia sembra darci una tregua, esco e vado verso la  spiaggia. Prima mi inoltro in una strada in mezzo a palme di ogni tipo, dove vengo circondata da tantissime farfalle. Mission Beach è famosa per le sue farfalle. Purtroppo non sono riuscita a fotografarle perché mi ronzavano intorno come ballerine agitate e leggere. I colori erano straordinari. Ho visto anche le farfalle che di solito sono stampate sui tessuti, quelle blu, azzurre e nere. Alcune erano grandi come il palmo della mia mano.

Un’altra cosa, per cui Mission Beach è famosa, è la spiaggia: 14 chilometri di sabbia dorata. Da un lato c’è la fila di palme che dà sulla strada, palme e altre piante più o meno selvagge, poi la spiaggia, larga metri e metri, con un bagnasciuga immenso e poi il mare, con il suo scrosciare oceanico. Seguendo con lo sguardo la spiaggia per i suoi 14 chilometri, sembra di essere in una terra vergine. La spiaggia è vuota, tranne per poche, pochissime persone. Io mi tolgo le ciabatte e inizio il mio cammino. A volte mi fermo, respiro a polmoni pieni, vado avanti, attraverso il ruscello che entra in mare (da cui in estate australiana scendono le meduse letali o i coccodrilli), guardo i residui di coralli spinti dal mare e le conchiglie sparse.

Non ho raccolto nulla, fino ad ora. Né un sasso, né una conchiglia, né un pezzo di calcare derivante dai coralli. Qui ci sono ovunque parchi naturali e il corallo diventa sabbia. Non va toccato. I sassi, invece, quelli visti nel Northern Territory sono sacri. Sulla Lonely Planet si racconta, che molta gente a Uluru si è portata via un sasso e una volta tornata a casa ha sentito il bisogno di riportarlo in Australia, con la sensazione addosso di avere rubato qualcosa. In effetti, in questi giorni di pioggia finalmente ho potuto leggere il libro di Marlo Morgan, un’americana che ha vissuto, suo malgrado, per sei mesi con una tribù di aborigeni. Molte cose nel libro sono talmente stupefacenti che viene da chiedersi quanto ci sia di vero. A proposito dei sassi, lei ha raccontato come Uluru fosse il luogo sacro di incontro delle tribù, oggi ceduto ai turisti, a noi. Lo so, lo so … sono a Mission Beach, parliamo d’altro. Ma forse perché piove, forse perché mi sono presa delle giornate di riposo e la mente vaga libera, continua a tornarmi in mente Uluru, come se quando ero lì non mi fossi resa conto del tutto di ciò che stavo provando. E allora adesso sono qui, nella veranda tranquilla di Mission Beach e sento ancora la forza di Uluru, le vibrazioni e la sua spiritualità. Per questo non raccoglierò alcun sasso o alcuna conchiglia. Nonna, ti porterò le foto dei sassi!

Ma torniamo a Mission Beach, perché comunque qui, pur essendo questa una destinazione turistica, vince sempre la natura. Anche sulla sabbia.

Cammino sulla spiaggia e vedo dei fori perfetti e tutto intorno delle palline di sabbia che tracciano, affiancate l’una all’altra, dei disegni, quasi immagini floreali. Ne vedo una, poi un’altra e poi un’altra ancora … e non mi accorgo di essere in mezzo ad un immenso disegno, quasi un’opera d’arte, di palline di sabbia e fori. Immenso. Guardo meglio e vedo un movimento impercettibile. Come un tremolio vago. Mi avvicino con il muso ai fori e scopro chi sono gli artisti: piccoli granchi color sabbia, che per mimetizzarsi da me, si fanno pallina in mezzo alle palline da loro prodotte e diventano irriconoscibili. Le palline hanno, infatti, la loro dimensione. Quelle dei cuccioli sono come la punta di uno spillo, le altre grandi come un mirtillo. È talmente perfetto il disegno che si penserebbe ad un gesto consapevole. Invece sono solo le tane, e le palline è solo sabbia meticolosamente sottratta al fondo della spiaggia.

Donne on the road

Avevo già notato nelle mie tappe precedenti che ci sono molte donne solitarie in viaggio. Probabilmente perché l’Australia è un paese sicuro. Si sta tranquille. La sera, ceno con una ragazza inglese, Alice, che si è presa un anno sabbatico. Sette mesi per decidere che fare. Era soffocata dal lavoro, mi racconta, indecisa sul futuro ed è partita. Alice è la viaggiatrice più “vecchia” che io abbia incontrato: 41 anni. Io tiro un respiro di sollievo e mi dico:  “Non sono la più vecchia, meno male”. Scherzi a parte passo una bella serata con Alice a mangiare bistecca e chips a 5 dollari nel casinò di fronte al nostro ostello. La giornata finisce  poi finita con un quiz nella veranda dell’ostello. Io sono in squadra con Alice e tre ragazze irlandesi (e qui, chiedo scusa a Mark, che so mi sta leggendo: non capivo nulla!) e vinciamo! Grazie anche al suggerimento di una ragazza tedesca, appena arrivata, che ci salva in corner. Insomma, il bello di questo viaggiare è che puoi startene per i fatti tuoi o farti coinvolgere. Sono tutti viaggiatori come te, spesso soli, aperti e curiosi e avidi di esperienze.

Sunshine!

La mia seconda giornata a Mission Beach è inaugurata dal sole. Siamo tutti in spiaggia. Non si deve, tuttavia, pensare ad un affollamento. Oltre al fatto che la spiaggia è enorme, la gente qui è poca. Il sole picchia e io mi butto più volte in mare a saltare le onde. Finalmente estate!

Ad un certo punto mi viene voglia di caffè. Nulla. Non c’è nulla nei paraggi. Uscita verso la strada, cerco almeno un baracchino, un chiosco … Davanti a me, una coppia di, direi, pensionati, italiani passeggia con un cane. Mi sembrano talmente di casa che chiedo loro se conoscono lì vicino un bar. Sorridono e in pochi minuti mi raccontano che vivono da 15 anni a Mission Beach, dopo 30 anni di Sydney. Che stanno benissimo e qui, rispetto alle spiagge italiane sovraffollate, c’è la libertà. Mi invitano a bere un caffè da loro, ma io ho  lasciato le mie cose da Alice in spiaggia  e mi scoccia, visto che deve partire, costringerla a sorvegliare la mia borsa. Di ritorno verso l’ostello, passo davanti alla loro casa: una bella costruzione di legno, coperta da banani e palme. Erano così affettuosi con me e forse contenti di poter raccontare con orgoglio la loro scelta di vita. Rimpiango solo il buon caffè.

Domani riparto, verso sud. La destinazione questa volta è un’isola: Magnetic Island.

Australia: il piano di viaggio — luglio 11, 2010

Australia: il piano di viaggio

Domani finalmente inizia la mia avventura australiana!

Il trasferimento dall’Italia

Sarà una giornata lunghissima. Dopo uno scalo a Londra, volo su Singapore e poi Darwin. Volerò complessivamente per 19 ore, ma il viaggio da Linate a Darwin durerà 24 ore. Parto nel primo pomeriggio del 12 luglio e arrivo nella notte del 14. Quindi, pur viaggiando per 24 ore, la percezione sarà di un viaggio lungo un giorno e mezzo. Questo perchè in Australia “la febbre del sabato sera” si vive circa 9 ore prima di noi.  Mi sono attrezzata con letture, musica e tappi per le orecchie e poi ho letto i consigli utili di Lonely Planet su come ammazzare il tempo negli aereoporti. Almeno negli scali potrò divertirmi un po’.

Lo zaino

Lo zaino pesa circa 12 chili. Ho seguito anche qui consigli utili per una sua organizzazione razionale, mettendo capi simili dentro buste a rete. Una per le magliette, una per i pantaloni, una per costumi e cose da spiaggia, una per medicine e cianfrusaglie (utili, solo cose utili!) … Inoltre, le istruzioni spiegano in modo chiaro dove mettere le cose pesanti, per distribuire meglio il peso.

Ho anche uno zaino più piccolo con macchina fotografica e il necessario on the road (o on the air). Questo pesa di più, in proporzione, ma ci sono dentro anche  i libri.  A proposito di letture, la scelta ha tenuto conto di due fattori fondamentali: l’interesse da parte mia e il peso/dimensione. Intendo, infatti, sebbene a malincuore, lasciarli a fine lettura in Australia, alimentando un book crossing per italiani all’estero. Mi accompagneranno quindi:

Piano di viaggio

Bene, ora la cosa più importante (soprattutto per mia mamma e mia nonna che mi seguiranno con un dito sull’atlante): il piano di viaggio. Data la stagione (inverno), ho scelto il nord tropicale, il deserto e la barriera corallina. Non ho voglia di sentire ancora inverno sulla mia pelle. I miei 40 giorni a testa in giù, dunque,  prevedono tre tappe già fisse: Darwin, Cairns e Sidney e un tour nel deserto. I dettagli dei miei spostamenti si trovano qui (aspettate che si carichi e cliccate sulla freccia).

Buona lettura a chi mi seguirà.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: