Luke e le pietre rosse. — luglio 23, 2010

Luke e le pietre rosse.

La nuova truppa ci aspetta alle 5.15 nel parcheggio dell’ostello di Alice Springs. Fa molto freddo, è molto buio e noi siamo intorpiditi più che mai. Le nazioni del nuovo gruppo cambiano di nuovo. Unica costante siamo Isi, Fede ed io. Ci sono una coppia tedesca in viaggio di nozze, una ragazza canadese, un’altra silenziosissima ragazza tedesca e due meravigliose ragazzine giapponesi vestite come se il tour fosse in città, non in montagna. La guida, Luke, questa volta è più simile Grainge come aspetto (faccia piena, capelli corti), ma, come scopriremo poi molto, molto più preciso.

Abbiamo davanti a noi 800 chilometri da percorrere. Luke si mette al volante e fino alla prima pausa caffè ci lascia dormire. Il primo autogrill che incontriamo è davvero squallido e anonimo. Forse, ora che andiamo sempre più verso il nulla assoluto, i creativi lungo la strada non ci sono o forse Luke semplicemente non ama i creativi. Cosa più probabile perché ci concede 15 minuti per un caffè e colazione. Io ne approfitto e mi compro un berretto di lana. La temperatura è decisamente invernale.

Lentamente il paesaggio si illumina. Molto più povero di quanto visto fino ad ora ci regala però la vista di bellissimi cavalli selvaggi al pascolo lungo la strada. Ci sono solo cespugli bassi, a volte i “camp” di viaggiatori in camper o campeggi per i tour, qualche allevamento di mucche e il nulla. I colori sono sempre gli stessi, ma quasi imbruniti da un cielo coperto di nuvole grigie e dal freddo, che è visibile nella desolazione del paesaggio. A pranzo ci fermiamo in un luogo davvero squallido. Un camp per i tour operator, allestito con bungalow, bagni e piccole tettoie che proteggono un banco per preparare il cibo. Mangiamo i nostri panini (dopo il rituale dello scaricare, tagliare verdura e sistemare le salse) al freddo e in piedi. Il vento è gelido. Il gruppo non è ancora affiatato e di nuovo abbiamo  poco tempo a disposizione. Luke ha fretta e i minuti scorrono. Fede, Isi ed io rimpiangiamo lo spirito del “take it easy” di Steve e l’allegria dei nostri compagni. Siamo però anche consapevoli, che forse la nostalgia c’è proprio perché è stato intenso ed è durato poco. Forse al quarto giorno avremmo iniziato a non sopportarci più.

Kings Canyon

La destinazione di questa giornata è il Kings Canyon. Arriviamo ai piedi di un insieme di rocce frastagliate, rosse e immense. Intorno, nei prati, ci sono piante di meloni e i frutti sono marciti. Nessuno li mangia perchè sono velenosi. L’Australia è davvero una terra inospitale e di continue battaglie per la sopravvivenza se pure i meloni devono essere velenosi pur di sopravvivere.

Kings Canyon potrebbe essere raccontato come “la puntata prima di Devil Marbles”, una puntata che ha avuto luogo milioni di anni prima. Si sviluppa in seguito ad un terremoto ed eruzioni vulcaniche. La pietra è granito bianco, poi arrugginito e quindi diventato rosso per il ferro trasportato da vento e cicloni preistorici. Quello che ci si presenta davanti agli occhi è di nuovo uno spettacolo della natura! Noi ci incamminiamo in un percorso lungo 6 km, in mezzo ad un paesaggio che, se non fosse per il rosso, potrebbe essere lunare. Prima saliamo lungo un sentiero ripido, poi arrivati in cima, si apre una sorta di altopiano, pieno di  tante piccole cupole frastagliate, come fatte di dischi circolari uno sopra l’altro, in cui si vedono bene i diversi strati di sedimentazione. La vegetazione è ricchissima e i fiori che vediamo sono bellissimi. Ho letto che anche i fiori, per sopravvivere hanno dovuto adattarsi, rendendo la corolla molto appariscente in modo da attirare gli insetti per l’impollinazione. Le rocce e la montagna paiono disposte a ferro di cavallo. Nella parte interna, le due pareti, sui lati interni della “U”, sono lisce, dritte, maestose e quasi spaventose dall’altezza, dal pericolo che comunicano. Si vede benissimo lo stacco avvenuto per un terremoto milioni di anni fa. Le due pareti, infatti, se riavvicinate, potrebbero incastrarsi tra loro perfettamente. Sopra, il nostro sentiero dentro questa specie di città di pietra, segue le cupole, i terrazzamenti e intorno, all’orizzonte, vediamo la nostra  immensa pianura rossa ricoperta di cespugli.

La camminata è bellissima, non solo per il paesaggio, ma anche perché tonifica le gambe. Le due ragazze giapponesi ci seguono più lentamente. Sia per una sorta di passeggiata fra le nuvole, sia perché di tanto in tanto si fermano a fotografare Jojo, un orsetto di peluche, che una delle due ha legato al collo, come fosse un loro amico. Quando Luke le chiama: “C’mon Girls”, si mettono a correre e insieme ridono con un sospiro, quasi, e la mano davanti alla bocca. In coro, come fossero una voce sola, un sospiro infantile. Quando Luke spiega una cosa, fanno uscire un debole e soave cantato “ohhhh” dalla loro bocca, che mi ricorda i Tele Tabbies.

Tramonto mordi e fuggi

Luke ha fretta perché vuole arrivare in tempo per farci vedere il tramonto da una duna di sabbia lungo la strada. Arriviamo giusto in tempo, ci inerpichiamo sulla piccola duna e nel vento gelido facciamo le nostre foto di rito.  In realtà abbiamo scoperto che il momento più spettacolare del tramonto avviene quando il sole è sceso e gli ultimi raggi colorano le nuvole. Questo è lo scenario che ci accompagna gli ultimi chilometri verso il camp. Sopra di noi c’è un tetto di nubi dense e piene, che con il sole tramontato, si trasforma in una coperta rossa, arancione, quasi fucsia. È come avere il magma di un vulcano sopra la testa. Una sensazione unica, fortissima.

Campeggio e amicizia

Arriviamo finalmente al nostro camp ad Ayers Rock, in un’area destinata ai tour come il nostro. Ci sono le solite cucine e le solite tende. Mi sembra che ci saranno almeno 30 piccoli campi dentro l’intera area. Vediamo i fuochi di quelli arrivati prima di noi, i ragazzi mangiare, i mezzi con carico parcheggiati sulla strada sterrata. Anche qui, come con Steve, prima si mangia, poi ci si sistema in tenda o all’esterno, perché ancora non ha provato i brividi, nel vero senso della parola, di una nottata outdoor.

Ci mettiamo dunque a preparare la cena e Isi si trasforma nel grande chef, anche ”per controllare che non mettano troppe schifezze sul cibo”, mi dice. Anche le ragazze giapponesi sono state messe alla griglia e io le faccio una foto, per la quale entrambe si mettono in posa come se fossero dentro un manga. Il menu prevede salsicce di cammello, bistecche di canguro e verdure e patate. Noi tre italiani siamo gli unici che si sono comprati anche la birra. Fa molto freddo e anche noi accendiamo un fuoco, intorno al quale Luke ci raduna dopo cena per insegnarci a suonare il didgeridoo, un legno scavato, strumento musicale degli aborigeni. Ci sediamo un po’ annoiati perche Luke non è di certo un animatore, quando dal buio pesto dietro la nostra tenda cucina sento cantare “Steve, Steve, Steve ….”. Dal buio emerge Federica con Alexandra, Marion, Wil e Bridget che sono accampate poco lontano da noi. Salto in piedi, urliamo, ci abbracciamo, ci baciamo, come se fossimo amiche da una vita che non si vedono da una vita. Facciamo cinque minuti di chiacchiera accelerata ma dobbiamo ovviamente … fare gruppo con il nostro gruppo.  Alexandra la rivediamo poi più tardi in bagno e da una doccia all’altra aggiorna me e Federica sugli ultimi pettegolezzi di un presunto flirt tra le ragazze olandesi e il nostro Steve.

Riscaldata da una doccia bollente, recupero il mio sacco a pelo e vestita con pantaloni da jogging, pigiama, tre magliette, pile leggero e sciarpa mi metto a dormire. Un bel sonno profondo di cinque ore.

La magia di Uluru

La mattina Luke ci fa fare tutto con ritmo spedito … solo più tardi ne capisco il motivo. Arriviamo ai piedi di Uluru poco dopo le 7 del mattina. E’ ancora buio. E siamo i primi. 

Uluru è un monolite rosso, che si erge nella pianura piattissima e si  vede dalla distanza di 200 chilometri. La sua circonferenza è  poco più di 10 chilometri. È la montagna sacra degli aborigeni. Solo per questa montagna un viaggio in Australia deve essere fatto.

Né le parole, né le immagini possono descrivere cosa sia. Noi siamo arrivati prima di tutti gli altri gruppi e ci siamo incamminati subito lungo il percorso che ne segue il perimetro. La prima parte, sebbene suggestiva, sembra mostrarci una montagna quasi a parallelepipedo uguale su tutti i suoi lati. Ma non è così. Uluru sembra un essere vivente (o dormiente come dice Federica), sembra, non semplicemente un sasso, ma qualcosa pieno di vita. Lungo il percorso troviamo spesso cartelli che proibiscono di fotografare un certo lato, perché sacro agli aborigeni. C’è il punto sacro alle donne, il punto sacro agli uomini e poi a certi animali e cosi via. Certe pareti sembrano quasi una sciara di vulcano, altri sembrano parlare: nella parete liscia, che sembra sabbia rossa compressa, verticale eppure morbida, ci sono squarci, fori, rotture che sembrano bocche, occhi, varchi di spiriti magici. Non pensate che io scriva così per “finzione narrativa”. La sensazione è davvero che qui vivano gli spiriti. Lentamente sale il sole, il percorso si riempie di gente, ma siamo comunque in pochi e possiamo lasciarci incantare completamente. Una piccola deviazione ci porta verso un laghetto, in uno scorcio della montagna che sembra tuffarci dentro il paradiso terrestre. È talmente inusuale per le forme ed i colori che sembra non reale. Poco dopo troviamo le pitture rupestri  aborigene dentro  una piccola grotta. Raccontano la storia familiare attraverso i simboli. Ad esempio quella che a noi sembra un “c” rappresenta un uomo seduto.

Le zone sacre dentro questa montagna hanno tutte una storia, spesso dal carattere educativo contro, ad esempio la disonestà, le menzogne, i soprusi. I protagonisti sono animali  di quest’area. Camminiamo per due ore. E per l’intera giornata e per i giorni successivi credo questa esperienza mi riempirà l’anima. Anche adesso, che sto scrivendo e sono lontana, mi sembra di percepire ancora le vibrazioni e le energie di questo splendido e magico monolite rosso.

Al parcheggio ritroviamo Alexandra, per un ultimo saluto. Ci mangiamo una fetta di torta e via, Luke ci porta a fare l’ultima camminata.

Le cupole di Kata Tjuta

Kata Tjuta è una montagna, di nuovo rossa, della stessa consistenza di Uluru, sebbene con alle spalle un’evoluzione diversa. Qui ci troviamo di fronte ad un insieme di cupole gigantesche, rosse, ovviamente, e alte centinaia di metri. Ci inoltriamo tra due di esse per una breve camminata, dentro Walpa Gorge. Procediamo con un gelido vento  contrario dentro un corridoio che ai suoi lati è chiuso da  pareti verticali e altissime. La gola si stringe sempre più fino alla chiusura, un muro, morbido nelle linee,  di pietra in ombra, quasi marrone. Dietro si staglia il ceruleo saturo e pieno del cielo pulito dal vento.

L’amministrazione del parco ha costruito un piccolo palco con alcune sedie. Sembra davvero una quinta naturale e, di nuovo, magica, pronta ad accogliere musica o teatro o forse anche solo il silenzio della contemplazione.  Ci fermiamo poco, ma è sufficiente per vedere un wallabi saltare a velocità immensa verso l’uscita della gola. Si muove come fosse il padrone di casa. Viene in mente “Alice nel paese delle meraviglie”, il coniglio frettoloso e l’entrata in un mondo fatto di magia.

I cammelli

Nel breve tratto da qui al campo, lungo la strada vediamo un cammello (in realtà è un dromedario) selvatico. Si gira, il labbro inferiore storto e pigro. Ci guarda, si muove, ci guarda con una faccia indolente e poi si mette a correre, dandoci le spalle e sculettando in modo buffissimo. I cammelli sono arrivati in Australia  verso la metà del 1800, importati dall’Afganistan. Erano animali da soma adatti alle zone desertiche. Si può dire che abbiano contribuito alla costruzione della linea del telegrafo. Poi, con l’arrivo dei motori, gli australiani hanno iniziato ad ucciderli, perché ce ne erano troppi e non servivano più. Oggi vivono in libertà e vengono … cacciati per la bontà della loro carne.

Ultime ore nel Northern Territory

La mia permanenza in questa zona si sta concludendo. Dopo pranzo vengo accompagnata all’aeroporto dove un aereo mi aspetta per Cairns, città del Queensland sulla barriera corallina. Torno ad essere una viaggiatrice solitaria. In realtà ho appuntamento a cena con Fede e Isi domani a Cairns, poi le nostre strade si separeranno definitivamente.

Dall’aereo vedo la distesa infinita della terra rossa, vedo Uluru allontanarsi, vedo la linea retta, forse la Stuart Highway, tagliare in due la terra. Sebbene sia contenta di cambiare aria, di tornare in zone più calde, di vedere altro, vengo assalita da un po’ di malinconia. Mi ero abituata a questi colori, a questa vita in transito, agli amici incontrati. Sono passati solo 10 giorni dal mio arrivo in Australia. 

Appena atterro a Cairns, tuttavia, la nostalgia scompare. Il verde mi riempie gli occhi, la temperatura mi pare piacevole e, per festeggiare, a cena mi concedo tonno e mango verde in salsa di cocco e una buona birra. La vita spartana del Northern Territory finisce qui e la voglia di scoprire cose nuove cancella definitivamente la malinconia.

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