Grainge e il Parco Naturale Kakadu — luglio 22, 2010

Grainge e il Parco Naturale Kakadu

Dopo una notte completamente insonne per un riflusso da jet lag, alle 6 del mattino è iniziata la gita con “Adventure Tour”. La comitiva è composta da una coppia di veneti in viaggio di nozze, Federica e Isi, una ragazza belga, una naeolaureata tedesca ed una coppia di australiani di Adelaide. Grainge è la guida che ci condurrà nel parco per i prossimi due giorni.

Il Parco Kakadu ricopre un’area immensa tra lagune e savana, cuore di una delle 700 tribù di aborigeni che popolano l’Australia e che per migliaia di anni hanno vissuto in simbiosi con la natura straordinaria di questo continente.

Villaggio degli Orrori

Partiamo dunque su un mezzo che da sé esprime avventura, una specie di minibus 4×4, attrezzato per il deserto, le strade sterrate e il guado di laghi o fiumi. Dietro, un carrello carico di provviste. La prima impressione è straordinaria e lo spirito del gruppo, nonostante il sonno, pare ottimo. Già dopo alcuni chilometri, tuttavia, iniziamo a dubitare delle capacità della nostra guida. Ci infiliamo in una strada sterrata nel bush, che ci conduce  in un’area completamente abbandonata, simile ad una sorta di villaggio degli orrori: palafitte sotto gli alberi, decadenti, squallide e sporche, circondate da immondizia e macchine, tante macchine, abbandonate. Un gruppo di cani randagi ci guarda e noi giriamo intorno a queste case, per poi svoltare e tornare indietro. L’impressione è che ci sia gente che ci vive ancora qui, ma lo squallore e l’ambientazione sono tali che dubitiamo si tratti di uno scorcio pittoresco che Grainge, la nostra guida, voleva mostrarci. Ha evidentemente sbagliato strada. Iniziamo così a girare in un bosco tutto uguale a sé stesso, finendo in stradine cul de sac …

Tra passeggeri ci guardiamo perplessi. Ad un certo punto, Grainge deve addirittura scendere a staccare il rimorchio dei viveri, perché rimane incastrato ed Isi, il ragazzo veneto, scende ad aiutarlo, più per compassione, che per spirito d’avventura.

Finalmente, dopo un girare silenzioso e sempre più inquietante, arriviamo al punto giusto, effettivamente uguale a tutti gli altri, ma che una guida dovrebbe saper riconoscere! La gita può finalmente iniziare.

Un gruppo di aborigeni, addetti a raccontare le tradizioni della loro tribù, ci accoglie. Uno di loro, ci conduce ad uno stagno, la cui acqua, pare, abbia effetti benefici sullo spirito. Prende una lattina arrugginita appesa ad un albero, la immerge nell’acqua. Poi, si riempie la bocca di quell’acqua e uno a uno ci bacia sulla fronte, rinnovando di volta in volta l’acqua. Il ragazzo è dolce e ricco di parole sugli alberi che ci circondano, ma tutto l’insieme sembra senza emozione, fatto per puro dovere, senza passione. Sono parole  ripetute come nenie imparate a memoria. E noi, beh, noi sembriamo un gruppetto di turisti “alpitour” a contatto con gli indigeni.

I coccodrilli

La vera tappa della giornata prevede una visita ad un’area abitata dai coccodrilli.

Il posto è magnifico. Ci sono corsi d’acqua, estuari di fiume in una zona sostanzialmente paludosa, che nel periodo delle piogge diventa un lago immenso. Saliamo su una piccola chiatta-battello e lentamente veniamo condotti dentro questo paesaggio meraviglioso. Tappeti di ninfee sull’acqua, un orizzonte verde infinito, alberi, pochi e sparsi e pieni di nidi di uccelli (questa è una base di appoggio degli uccelli migratori) e ovviamente volatili di ogni tipo a bordo acqua o in volo. Vediamo anche due bellissime aquile a caccia di pesci sopra le nostre teste.  … ma noi siamo qui per i coccodrilli.

Prima di partire, la guida sulla barca ci dà alcune indicazioni: stare sempre seduti, non mettere le mani in acqua, stare cauti. Sono cinque i coccodrilli che incontriamo durante la nostra navigazione. Avvistati di volta in volta, il guidatore del battello lentamente si avvicina, tantissimo: “Fin che stiamo sulla barca non ci sono problemi”, ci spiega, poi, ad ogni coccodrillo avvistato con vero amore dice: “Beautyful animals!”. In effetti un certo … fascino lo comunicano.

Uno in particolare, che quasi si può toccare con mano, è enorme, circa 450 chili. Sta con il muso spaventosamente aperto, in acqua. La corazza è perfetta e bellissima. La faccia … mostruosa. È  immobile. D’istinto penso che sia finto, messo lì per i turisti, ma il suo occhio indubbiamente mi dice che quello è un coccodrillo vero.  Noi siamo vicinissimi e lo guardiamo con ammirazione e paura insieme e lui, che pare finto, immobile, muove in modo impercettibile l’occhio e ci osserva. Davvero impressionante, soprattutto se si pensa che una bestia del genere, basta sfiorarla sulla coda e da immobile si trasforma in una animale agilissimo che in un nanosecondo ti sbrana.

La vera avventura

Dopo i coccodrilli siamo stati trasferiti in un’area ristoro per il nostro pranzo. Dovevamo fermarci solo un’oretta, saremmo invece rimasti lì 8 ore!

Il problema è tecnico: si è rotta la cinghia del motore.

Ci troviamo in una zona in cui il cellulare non prende e, cosa per noi incredibile, la nostra guida non ha alcun modo per comunicare con la sua centrale. Oltre questo inconveniente tecnico, la nostra giovane ed inesperta guida mostra decisamente di non essere in grado di gestire le emergenze, né pare preoccuparsi più di tanto. Da un lato va detto che in Australia sembra vigere il principio del fare le cose con calma, ma in questo caso manca completamente qualsiasi forma di iniziativa. Grainge, ad un certo punto, finalmente, fa autostop per raggiungere un’area coperta dalla rete telefonica. Dopo un bel po’ torna e dopo un bel po’ ancora arriva un suo collega con la cinghia del motore di riserva. Le distanze qui sono immense e quindi i tempi di attesa sono davvero lunghi.

I due si mettono al lavoro per sistemare il motore, ma verso le 18.30, al tramonto del sole e con il buio in agguato, Grainge, dopo ore di silenzio, si avvicina a noi e ci dice che avremmo dovuto dormire lì.  Noi ci rifiutiamo,  chiediamo  o un mezzo sostitutivo o una macchina per riportarci a Darwin.

In tutte queste ore di attesa, almeno una cosa è stata piacevole. Seduti ad un tavolo, cercando l’ombra dal caldo torrido, abbiamo chiacchierato per ore e tra di noi abbiamo iniziato a conoscerci.

Fatto sta che Grainge, in seguito alle nostre proteste, spedisce  il suo collega  a cercare una soluzione.  Noi, intanto, prepariamo il  fuoco, apparecchiamo un tavolo, accendiamo le candele, stappiamo una bottiglia di vino e Isi, prepara una pasta squisita cotta nel wok. Una pasta la cui semplicità dobbiamo continuamente difendere dagli eccessi gastronomici di Grainge, che insiste nell’arricchirla con carne, verdure e spezie varie.

A tavola brindiamo alla prima settimana di nozze del cuoco e sua moglie e ci gustiamo le penne al pomodoro e zucchine, i bicchieri di vino e la luce fioca e misteriosa delle candele accese nel buio del bush.

Dimentichiamo per un po’ le ore di attesa e prima ancora di chiederci che ne sarà di noi, arriva il mezzo sostitutivo che ci porta in un “camp” per la notte. Il bilancio della giornata?

Lunga ed estenuante, ma gratificata da belle ore di amicizia.

 

Le cascate Jim Jim

Il secondo giorno con Grainge prevede la visita alle cascate Jim Jim. Per arrivarci si percorre una strada sterrata piena di buche e pozze di acqua, tinte di rosso dal rosso intenso della terra. È un rosso-marrone chiaro e pastoso. Le pozze sembrano secchiate di colore, pronte per l’uso.  Il bosco, piuttosto rado, e’ un misto di alberi dai tronchi quasi argentati e palme sottili e alte, in un contrasto di forme, ombre e colori incantevole.

In mezzo si vedono dei tratti di bosco bruciati. Verrebbe da pensare a dannosi incendi. In realtà si tratta di fuochi controllati e sistematicamente accesi per rinnovare il sottobosco. I tronchi degli alberi sembrano quasi affumicati. Si tratta di una pratica aborigena di lontanissima tradizione. Lo scopo è quello di rinverdire e rigenerare la vegetazione. Quando i bianchi presero possesso di queste terre avevano proibito gli incendi, trattando gli aborigeni come distruttori della natura. Proprio loro, gli aborigeni, che per millenni hanno vissuto in simbiosi spirituale con la natura! Oggi, infatti, anche i non aborigeni, amministratori dei parchi, hanno iniziato a bruciare il sottobosco perché si sono accorti che effettivamente la vegetazione, in questo modo, si rigenera.

Parcheggiata la macchina iniziamo a camminare lungo una specie di sentiero, dentro una gola, tra sassi enormi e alberi ingombranti. Questo sentiero è in realtà il greto del fiume che con la stagione delle piogge si trasforma in un torrente dirompente.

Il paesaggio si fa sempre più montagnoso, angusto e  il sentiero sempre più ostile. Ad un certo punto la vediamo, la cascata Jim Jim. Sebbene debole perché siamo nella “dry season”, è  magnifica. Il getto d’acqua è circondato da una quinta immensa: 150 metri di pietra verticale. È come se ci trovassimo dentro un immenso cilindro. Ci spogliamo e con un po’ di tremore ci gettiamo nel lago alla base del cilindro, da cui poi parte il torrente, il nostro sentiero. L’acqua è gelida! È  come avere mille aghi sulla pelle, ma dopo qualche bracciata il corpo si abitua. Una sensazione fantastica. Io, con la mia nuotata da papera, non riesco ad arrivare alla cascata. Nuoto, ma rimango ferma.  Federica e Griet, la ragazza belga, raggiungono invece la cascata e mi raccontano poi che il vento era tale da impedirle di  mettersi sotto il getto d’acqua. Non oso immaginare quale violenza abbia tutto questo nella stagione delle piogge!

Oltre questo cilindro naturale, verso il fondo valle ci sono piccole spiagge bianchissime con acqua verde e pietre nere. Un paesaggio davvero da Eden. Sembra davvero il paradiso terrestre.

Pitture rupestri

L’ultima parte del tour con Grainge la passiamo su un altopiano del parco ricco di pitture rupestri degli aborigeni. La cosa straordinaria di questo posto è che si trova su un massiccio di pietra, scavato al suo interno in modo naturale dall’acqua, e dunque segnato da  grotte,  scale e piazze o anfiteatri naturali, tra un livello e l’altro. La parte più alta è un enorme immensa terrazza, piatta, fatta di pietra quasi nera. Da qui, tutt’intorno, si vede una pianura verdissima, infinita, magica. Questa pianura in estate è sommersa di acqua. Ora è rigogliosa e magnifica, come magnifiche sono le pietre intorno a noi che creano figure, ombre quasi fossero immense sculture create dall’uomo. Da questo punto è facile intuire quanto il paesaggio abbia condizionato la spiritualità degli aborigeni. Questa terrazza, sebbene in questo momento è frequentata da noi turisti, sembra essere un luogo di energie fortissime e lo spazio infinito intorno è quassi mistico, adatto alla contemplazione.

La sera arriviamo a Darwin stanchi morti e decidiamo di cenare tutti insieme per scambiarci indirizzi, contatti e passare ancora un po’ di tempo insieme. Poi, dopo i baci e la promessa di rivederci … con Isi e Federica, che continuano il tour con me, me ne vado all’ostello dove l’agenzia ci ha sistemato per la notte. È esattamente l’opposto di quanto descritto fino ad ora. Disordine, musica dance, alcol, spazi angusti e echi della movida adolescenziale. Un altro mondo, ma non importa. Questa è Darwin e la notte è breve.

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