Dai Romani ai Portoghesi: i nostri ultimi giorni in Marocco — gennaio 25, 2012

Dai Romani ai Portoghesi: i nostri ultimi giorni in Marocco

È curioso come sia straniante attraversare paesaggi che paiono scorci “di casa” in un paese altro. Come solo l’attraversamento dei villaggi ridia la certezza che non siamo a casa, ma in un paese straniero, diverso per cultura, ricchezza e religione. È quello che ho provato mentre il nostro autista ci portava da Fez a Volubilis, meraviglioso sito romano nella pianura del Marocco delle città imperiali. Sembrava di essere nel centro d’Italia, delle colline umbre, coltivate, rigogliose e dolci nel loro mutare pendenze e colori per i segni dell’agricoltura. Il verde che abbiamo attraversato era fresco, giovane, quello del grano che spunta dalla terra arata. Boschi di ulivi, sali e scendi linee nere, alberi isolati in controluce. Una visione riposante per occhi stanchi dalla saturazione di cose e oggetti e gente e suoni dei suk di Fez. Una visione calmante grazie al sole limpido. La sensazione di essere a casa. Ma poi, appunto, la certezza di non esserci a casa, per i sacchi di nylon, le bottiglie di plastica, i tubi e le carte che sparsi sporadicamente nei campi si fanno via via più frequenti man mano che ci si avvicina ai villaggi, caotici agglomerati di case, assenze di piani urbanistici, il caos, la rottura dell’armonia ma anche la vivacità dei centri abitati. Vivacità a colore. Mandarini, menta, datteri, carne, e poi asini, carretti, bambini col pallone, donne uomini per strada. E polvere.

Volubilis, la bellezza romano nel paesaggio marocchino

Volubilis, il sito romano, Patrimonio dell’Umanità dal 1997, fondato nel III sec. a.C. e abbandonato dai romani nel 280 d.C., si annuncia meraviglioso dall’alto della strada. La nobiltà di una città romana, con il Campidoglio, gli archi, le colonne, immersa nel paesaggio soave e luminoso del verde che s’impone. La pace. La bellezza. Nel periodo di suo massimo splendore a Volubilis ci vivano 20.000 persone. Intatti ancora parecchi mosaici, che Niccolò ed io ammiriamo scambiandoli sempre per mosaici diversi rispetto a quanto scrive la nostra guida. Errore nostro, questo perdersi tra le rovine delle antiche abitazioni, perché abbiamo rinunciato alla guida locale, stanchi ormai del dover mercanteggiare su tutto, anche qui, dentro queste mura. Ci lasciamo letteralmente perdere dentro la città. Cerchiamo di immaginare come fossero le case, quali le porte di entrata, quali gli spazi privati dei ricchi mercanti. Seguiamo la retta del “decumanus maximus”, ma poi entriamo di lato tra un mosaico e le colonne a scoprire questa magnifica città.

Moulay Idriss, fuga dalla città santa

Poco distante dal sito romano, dopo un pranzo deludente, arriviamo a Moulay Idriss. C’è di nuovo qualcosa di familiare, alla prima vista. Una città arroccata su due colline. Case bianche, una attaccata all’altra, che salgono fino alla cima. Moulay Idriss prende il nome dal santo più venerato del Marocco, colui che vi portò l’Islam. Sede di pellegrinaggi, vanta un mausoleo, il cui accesso è vietato ai non musulmani. La strada principale è il solito caos di negozi, caffè e gente, profumo di kefta alla griglia, gli spiedini di carne macinata. L’atmosfera tuttavia è diversa. Forse perché siamo in campagna, oggi splende il sole ed è giorno di mercato. C’è un vivace via vai e le case bianche, la strada spaziosa offrono uno scorcio nuovo di Marocco per noi.

Decidiamo di entrare nella città, di salire le strette e ripide vie e arrivare alla terrazza panoramica per ammirare la vista dall’alto. Ma rinunciamo. La Lonely Planet scrive che qui si potrà vivere il vero Marocco, come un marocchino, senza gente che ti disturba. Purtroppo dobbiamo smentirla. Non appena entriamo nelle mura, uomini da tutte le parti, con il solito sorriso invitante, indicano la terrazza panoramica e a gesta ci dicono che possono accompagnarci. In uno zigzag stanco e nervoso, nel tentativo di evitarli entriamo in una strada sotto un portico che sale. Siamo soli ad esclusione di due uomini. Uno davanti a noi si ferma e ci dice di nuovo della terrazza, del panorama etc. e l’altro muto ci segue dietro con passo frettoloso. Ci fermiamo. Diciamo no! Quello dietro ci guarda facendo finta di esser lì per caso, l’altro insiste. Noi siamo semplicemente stanchi di non poter almeno una volta vedere qualcosa da soli, senza avere mille occhi, mille sorrisi, mille mani che ti seguono, ti prendono, t’indicano la strada. A volte mi sembra di essere dentro i bazar dei cartoni della Disney. Visi furbi. Visi che non sai se ti puoi fidare o no. Basta! Decidiamo di rinunciare. Di tornare indietro. Moulay Idriss fino ad alcuni anni fa era chiusa ai turisti. Per noi rimane chiusa ancora oggi. Non abbiamo voglia di sfondare muri di persone. Vogliamo la pace.

Un salto sul treno verso la nostra ultima tappa.

Mancano ormai tre giorni alla partenza. Il treno ci aspetta nella stazione di Fez. Carichi di bagagli, zaino, borsa e tappeti ci portiamo al nostro binario, al nostro vagone. Mancano dieci minuti alla partenza, quando prima ancora di salire, il capotreno esce dal locomotore e sventola un panno bianco. Niccolò lo vede e urla: “Sali che il treno parte!” Poi tutto accade in cinque secondi.

Io guardo l’orologio e il tabellone del binario. Vedo che c’è tempo e mi chiedo come mai si parta in anticipo, intanto Niccolò, preoccupato di perdere il treno, attiva di nuovo le molle magiche che ha sotto le scarpe e fa un salto dalla banchina al vagone, bypassando, a me pare, gli scalini. Nella foga, sbatte con le borse da tutte le parti e perde il rotolo di “pellicola” (da cucina, non da fotografia) che spuntava dallo zaino. Io vedo il suo salto, vedo il rotolo finire sotto il binario, vedo il suo sguardo che mi urla di salire, vedo il capotreno con il panno bianco e presa dal panico mi arrampico sui gradini e salgo.

Salita sul treno … il treno è fermo e non parte. Fermo. Sudati per questi cinque secondi di dispendio di energia, cerchiamo il nostro scompartimento, ci sediamo e iniziamo a ridere. Ridere, ridere, ridere … quasi fino a El Jadida, la nostra ultima tappa in Marocco.

El Jadida e i bambini a caccia di una colomba.

Abbiamo prenotato in una maison d’hotes più raffinata, per gli ultimi due giorni, gestita da due francesi in pensione. Lui ex dirigente della Renault, lei con accento romano incredibile, acquisito nei loro passati dieci anni di vita nella nostra capitale.

El Jadida è il luogo in cui riposarsi. È il luogo in cui ci si può muovere senza disturbo. Nessuno ti ammicca, ti chiama, ti tira per la giacca, nessuno cerca di venderti qualcosa. Affacciata sul mare, strade larghe e piene di bar, negozi, edifici decadenti, tracce del passato coloniale. È la città della gentilezza. In un caffè, frequentati da soli uomini, l’anziano cameriere si scusa con me perché la toilette per le donne non c’è. El Jadida è soprattutto la cittadella portoghese. Costruita sul mare, protetta da muri, dichiarata anch’essa Patrimonio dell’Umanità, è un piccolo gioiello. Entriamo e con pace e serenità ci lasciamo attrarre dai suoi scorci, entriamo nelle viuzze deserte senza alcuna preoccupazione, se non quella di gustare in pieno questo luogo. Le mura sono percorribili a piedi.  Arriviamo in alto, vediamo i tetti, il mare, i pescatori, la città araba costruita dopo, ma soprattutto vediamo, o meglio, veniamo immersi dentro uno spettacolo che pare inventato, che pare un film.

Sopra i bastioni della cittadella, lungo le mura, bambini concentrati e agitati corrono con una bottiglia di acqua in mano e una bacinella. Saltano da un muro all’altro, tornano giù, risaltano su. La testa, lo sguardo vigile verso il cielo. Un salto, un indicare qualcosa, un urlare, uno sfrecciare e poi tutti silenzio. Versi di piccioni riprodotti. Sguardi puntati verso i piccioni in volo, acqua versata nella bacinella e il richiamo caldo e invitante, una specie di cinguettio e di tubare insieme. Sono bellissimi questi ragazzi. Noi, nemmeno ci vedono. Sembra una gara, una caccia, un gioco o forse, solo uno scherzo. Poi, ci sarà raccontato, che una colomba bianca era fuggita dalla gabbia e che i ragazzi cercavano di portarla a “casa”. 

Si avvicina un uomo, basco in testa, perfetto italiano, pitbull al guinzaglio. Parliamo un po’ e poi lui dice di aver dell’ottimo cioccolato. Diciamo di no,grazie, e mentre ci allontaniamo mi chiedo, ingenuamente, come mai un marocchino venda del cioccolato …

La cittadella portoghese è in parte decaduta e in rovina. Tuttavia alcuni stranieri hanno iniziato a comprare e ristrutturare. La danese che ci porterà in macchina a Marrakech, ha comprato una casa anni fa. Anche lei in pensione, organizza tour per i turisti e sostanzialmente si gode la vita in un luogo tranquillo, sempre mite, e affascinante. La vecchia chiesa è stata acquistata da un francese che ne farà un hotel. Curioso, poi, dentro questa cittadella, di nuovo familiare, vedere la moschea vicino alla chiesa. Io, telecamera alla mano, la filmo indietreggiando lentamente, quando improvvisamente sento cedere il terreno sotto i miei piedi. Bum. Cado dentro un tombino, per fortuna pieno di spazzatura, quindi morbido per le mie caviglie e non profondo …

È l’ultima sera. Scegliamo un bel ristorante. Vogliamo trattarci bene. E la cena sarà talmente chic che Niccolò non dormirà tutta la notte e starà male per tutto il viaggio di ritorno. Quanto più sane erano le nostre cene da Said, nella Medina di Fez, 10 euro in due e tagine gustoso e sano!

Si torna a casa …

All’aeroporto ci accompagna la signora danese. Una nonna sportiva, ma pur sempre cauta. Invece di andare direttamente da El Jadida a Marrakech decide di prendere l’autostrada via Casablanca, allungando il viaggio, ma rendendolo certamente più confortevole.

L’aereo che ci aspetta sarà il nostro ultimo pezzo di Marocco. Ed è curioso come la Ryan Air sia più tollerante in fatto di bagagli. È come se l’aeromobile fosse una riproduzione in aria del caos delle medine. Gente, voci, parole, bambini che strillano, uomini che si alzano, si spostano, camminano e donne che fanno altrettanto e poi borse, sacche, valigie, ingorghi creati nel corridoio e costringono a zigzag impossibili negli spazi ristretti di un volo low cost. E visi rassegnati di steward … Non si può pretendere che ci si snaturi all’improvviso semplicemente salendo la scaletta dell’aereo.

Bum bum, poooong, ihhhh. Atterraggio. Siamo arrivati. Ed è come se questo tanto entrato negli occhi, nell’udito, del naso, quest’ammasso di cose, questo groviglio di colori e di gente, questo troppo di tutto ora avesse bisogno di silenzio. Bisogno di pace per essere ricordato, impresso da qualche parte nella memoria. Rivissuto con il piacere di averlo vissuto, visto, assaggiato, anche se non tutto è stato facile e non tutto, davvero, ci è piaciuto. Ma ecco, credo che ricorderemo questo viaggio facendo nostro un proverbio arabo:

Quando la memoria va a raccogliere i rami secchi, torna con il fascio di legna che preferisce.

E il Marocco che preferiamo è quello della hamada, delle dune, del dromedario, di Said, dei colori, ma si, anche quello dell’ubriacatura dei suk, dei cibi buoni, della musica di Fint, delle oasi, dei dolci, della simpatia dei bambini di Skoura, del fascino del passato e delle speranze per il futuro …

(8-10 gennaio 2012)

Venghino Signori, si va in scena: in treno da Marrakech a Fez. — gennaio 21, 2012

Venghino Signori, si va in scena: in treno da Marrakech a Fez.

Lo chiamavano il “Marocco Utile” i francesi quel pezzo di terra che in sei ore attraverseremo in treno. Terra fertile, mare, porti, agricoltura e commerci. Lo si vede quasi subito, appena le rotaie girano verso la costa. Il paesaggio che abbraccia la linea ferroviaria subisce una trasformazione quasi immediata. Campi coltivati, come fosse primavera, con germogli verde brillante di grano. Rettangoli vasti e perfetti e puliti. File di campi di fichi d’india, recinti naturali per tenere lontani gli animali, cinghiali e volpi, dai cascinali, dalle coltivazioni. Il nostro scompartimento è pieno, gente tranquilla e silenziosa.

Mi alzo per comprare dei panini. Dalla pace del nostro vagone passo di vettura in vettura al caos, al pianto di bimbi, ai pacchi e le sacche, al vocio di passeggeri scombinati, al rombo del treno, spaventoso per me quando scorgo le porte aperte e vedo la velocità a un passo da me, e mi appiccico alle pareti e afferro con forza le maniglie per paura di cadere fuori, mentre rilassati ragazzi, mescolano il fumo delle sigarette a boccate di aria di passaggio con il muso affacciato fuori, come fosse una finestra.  

Sembrano due mondi diversi, quello del nostro vagone, prima classe, con il mondo dei vagoni in testa, la seconda. Ma per poco, in realtà. Entriamo a Casablanca alla stazione del centro e il nostro scompartimento si svuota.  Siamo solo noi, ora, e siamo ignari del teatro di figure e personaggi che ci accompagnerà da qui in avanti, fino alla nostra destinazione: Fez.

Il primo personaggio della serie entra nel nostro scompartimento e si siede vicino al corridoio. Ha una valigetta, una ventiquattrore di stoffa, sbiadita e sgualcita. Ci sorride subito. Il viso è gioviale, il sorriso generoso, basso di statura, odora intensamente di capra. Si presenta con entusiasmo. Dopo le domande di rito (di dove siete e dove andate) dice di essere una guida turistica nazionale, di essere di Meknes e che se vogliamo ci può dare un po’ di indicazioni per Fez. Non riusciamo nemmeno a rispondere, perché agitato si alza improvvisamente e dice di aver visto un suo amico, che lo raggiunge, ma che torna. Si alza e con la borsa stretta tra le braccia esce, quasi trafelato.  Niccolò ed io ci guardiamo con un punto di domanda nello sguardo. “Mah”, diciamo e torniamo alla nostra pace, a guardare fuori dal finestrino. Stiamo attraversando Casablanca e il treno entra nella seconda stazione della città. Prima di arrivare, due uomini entrano nello scompartimento. Vestiti di scuro, uno ha un giubbotto nero, è senza capelli. L’altro, più giovane, gli si siede di fronte, entrambi vicino al corridoio. Entrambi hanno musi duri, sguardi severi. Sono serissimi e si guardano. Il più giovane ci chiede di dove siamo: “Italie” rispondiamo, in francese. Poi, all’improvviso, uno si alza ed esce  e poco dopo il suo compare lo segue. Nel frattempo la guida di Meknes passa nel corridoio e viene letteralmente presa dai due figuri vestiti di nero e accompagnata giù dal treno.

Il treno riparte e dopo un po’ torna la guida di Meknes, che evidentemente è riuscita a risalire e che evidentemente non era andata da un amico, ma aveva scorto i due neri figuri, evidentemente poliziotti a controllo del treno. Con la stessa agitazione si siede e ci programma le tre giornate di Fez. Lui è di Meknes, spiega, e non può farci da guida a Fez, ma poiché è saggio diffidare delle guide non autorizzate, ci propone lui una guida. Che la può chiamare subito e prenotare i nostri tre giorni. Noi rifiutiamo  il suo … aiuto. Diciamo che no, che non vogliamo pianificare ora le cose. Lui insiste un po’ e poi, offeso, se ne va, ricordandoci prima di uscire dallo scompartimento che dobbiamo diffidare delle guide non ufficiali.

Siamo di nuovo soli. Perplessi. Ridiamo… Ma altri personaggi sono pronti ad entrare in scena. Sono due, di nuovo due uomini. Uno con il faccione tondo e i capelli grigi. L’altro giovane. Si siedono anche loro vicino al corridoio. Il più anziano ad un certo punto si sdraia e mette quasi la testa sulle mie gambe. L’altro allunga le gambe e dorme, ma a me inquieta un po’ perché tiene un occhio sempre aperto.

L’illusione delle apparenze. Ecco, questa potrebbe essere una buona sintesi di ciò che provo e che sovente accade, qui in Marocco. Persone gentilissime, ma furbe e menzognere, ti portano a diffidare degli altri. La guida di Meknes, ad esempio, che aveva un viso più generoso e solare e aperto rispetto ai chi lo ha cacciato dal treno, era un furfantello mentre  i “buoni” erano quelli con la faccia cattiva vestiti di nero.  Anche ora qualche dubbio ci assale. Il controllore controlla i biglietti e uno dei due si deve spostare. Forse sono davvero solo due lavoratori stanchi, due pendolari che ora dormono dopo una giornata di lavoro. L’illusione delle apparenze.

A Meknes siamo soli, di nuovo, ma di nuovo per poco.

L’ultima comparsa è un ragazzo. Si siede di nuovo vicino al corridoio. È giovane, allegro, positivo. Ci fa alcune domande, le solite (dove andate, da dove venite?) e poi d’un tratto chiede se i posti a fianco sono liberi. Noi annuiamo e lui, con un sorriso dice: “Bene, allora vado a prendere mia sorella”. Si alza, esce e se ne va. E non torna più. Come se la sorella fosse scomparsa o come se anche lui fosse solo, di nuovo, un’illusione delle apparenze.. …

Siamo ormai soli da un po’. Ad un tratto  il treno frena bruscamente e si spengono le luci. Poi riparte. Fuori ormai è buio. Non si vede nulla. Si ferma di nuovo. Sentiamo trambusto, voci. Una torcia nel corridoio si avvicina e ci punta la luce. È il controllore. Siamo arrivati, ci dice. Dovete scendere. Non ci eravamo nemmeno accorti di essere entrati in stazione, perché siamo in fondo al treno, perché stavamo chiacchierando, perché eravamo ormai tranquilli dopo ore di viaggio e di illusioni superate senza danno.

Finalmente, dunque, siamo arrivati. Raccogliamo i bagagli e i tappeti e scendiamo. Dentro la stazione ci aspetta il nostro autista. Gli andiamo incontro. Ci salutiamo e saliamo in macchina e via, verso la Medina, verso la nostra casa per prossimi tre giorni.

(4 gennaio 2012)

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