Ho strappato una promessa … — agosto 23, 2012

Ho strappato una promessa …

Di questa vacanza la cosa che mi mancherà di più sarà la casa. Bianca, a curve, affacciata sul mare. Se guardo fuori dalla vetrata, ora, mentre scrivo, vedo il blu, il verde, le rocce, il bianco delle barche e sento l’acqua che sbatte contro gli scogli. Sento, è vero, anche i motori dei tanti gommoni e motoscafi e mi immagino come sarebbe starci qua un mese, in giugno. Mi immagino il mio leggere e il mio scrivere e il mio poltrire e il mio contemplare con questa visione quando tutto intorno tace.

Questa mattina abbiamo visto tre delfini mentre facevamo colazione e poco dopo una tartaruga passeggiava tra i cespugli del giardino.

È una casa degli anni Sessanta, forse Cinquanta. Immagini sbiadite appese alle pareti. Vecchi libri in francese sulla Sardegna, angoli strani, una scala che sale, una torretta, un divano di pietra, una grande cucina e davanti il mare e l’arcipelago della Maddalena.

La mattina, quando ne ho voglia, scendo dal letto, indosso il costume, prendo la maschera e vado a nuotare. Pochi metri e sono in acqua. È pieno di pesci. Sciami che disegnano scie sottomarine, come fossero costellazioni. Che luccicano con i raggi del sole filtrati dall’acqua salata, molto salata, e ancora calma. E mia. La mattina l’acqua la sento mia.

E mi muovo in mezzo a loro, nuoto con i pesci, li guardo e sento la pace, sento la felicità.

E poi, intorno a questa casa c’è la Sardegna. D’accordo. È agosto ed è pieno di gente, di bimbi che piangono, di famiglie, di gruppi talvolta caciaroni, ma è talmente bello che questi rumori non rompono l’incanto.

È talmente bello vivere intorno a questa casa, che siamo usciti pochissimo a cena, e la nostra cucina si è tinta di sapori sardi: ravioli di ricotta e  limone in sugo di salsiccia, seadas cosparse di miele, cannonau intenso e mirto e biscotti al mosto, ai fichi, alle mandorle. Cene migliori di qualsiasi ristorante, nella pace della nostra veranda, guardando la Maddalena, le isole, da qui, da questa casa.

Se poi penso sull’interno della Sardegna, al quel piccolo pezzo di Gallura che ho visto, la parola che mi sento di usare è “sorpresa”. Colline rotte da montagne aguzze o da pietre che sembrano immensi giganti dormienti o mostri o figure fantasiose. Vigne, ulivi, mirto che rompono il giallo della terra ormai secca in questo agosto torrido, con un verde sorprendentemente vivo, sebbene dai toni scuri. Strade dolci e vuote che salgono e scendono. Ieri queste strade ci hanno portato a vedere una tomba nuragica, raccontata e spiegata da una ragazza, piccolina, ma piena di energia. Le sue parole ci hanno portato dentro la civiltà nuragica con una tale passione dal voler sapere tutto, dal farmi fare una promessa e dallo strappare una promessa: qui si torna, e non per il  mare, sebbene meraviglioso, ma per seguire alcune tracce di questa popolazione che ancora oggi è in parte sconosciuta.

E sentir parlare di quest’isola, di quando i micenei portavano informazioni e innovazione e raccoglievano informazioni e merce e innovazione. Di quando i sardi hanno abbandonato la costa, per svilupparsi all’interno, di quando commerci antichi ponevano quest’isola tra le rotte primarie. E ancora, il fascino delle maestranze, degli architetti che hanno costruito città, fortezze, tombe, dal grande valore simbolico. Andiamo tutti a vedere il Macchu Picchu, che è giusto, ma lo sappiamo cosa ha sviluppato la Sardegna prima ancora di chiamarsi Sardegna? Lo sappiamo quale eredità ci ha lasciato?

Ho vissuto quest’isola dentro i contrasti: il mare conosciuto e l’interno ignoto. Ma anche i sorrisi forzati di donne in abito da sera a Porto Rafael, le comitive sui barconi che attraversano l’arcipelago, l’edilizia intorno e dentro Palau che fa orrore, le navi di magnati russi con motoscafi, motoscooter ed elicotteri a bordo … e intorno a loro un paesaggio marino, commovente se visto dalla terrazza, sul tetto della nostra casa, dopo il tramonto, quando c’è ancora luce, ma i colori sfumano dal viola al blu, all’azzurro delle isole e della costa corsa, all’arancio sbiadito del cielo.

La mattina presto e la sera torna sempre la pace. È la pace dopo lo Sturm und Drang del turismo necessario, ma talvolta irriverente. Mi mancherà quest’immagine, quella del paesaggio che si riappropria di sé stesso, quando scendono le luci o quando salgono la mattina presto e tutti dormono ancora.

Come sempre, in ogni luogo che amo, dico: tornerò. È un modo per soffrire meno l’avvicinarsi del distacco. I tedeschi definiscono l’Italia come un “Nostalgieland”, un paese delle nostalgie. Non amo la nostalgia, ma come dare loro torto quando sei dentro una tale imponenza e una tale delicatezza insieme. Ma appunto, non amo la nostalgia. E allora mi godo le visioni dell’entroterra, della costa, delle isole, del vino fresco, della bottarga, del pecorino sul pane carasau, del profumo di mirto, e mi prometto che tornerò.

Il mio bisnonno era sardo. E giunta l’ora di esplorare meglio la terra che per una piccolissima porzione scorre nel mio sangue.

Musica e pecora: ferragosto in Gallura — agosto 19, 2012

Musica e pecora: ferragosto in Gallura

Il buono, il brutto e il cattivo, madidi di sudore e in groppa ai loro cavalli, ci aspettano al varco dietro una curva a gomito. Il paesaggio intorno è fatto di pietre che salgono su colline brulle, e si mescolano ad arbusti bassi e verdi, ma verdi di un verde che sembra ancora più scuro per la terra gialla rovente. La musica che ci accompagna è quella di Morricone, quella del far west dei film della nostra infanzia. Sono lì davanti a noi, con la faccia scura, unta e impolverata. Come un miraggio nel deserto, sembrano aspettarci al varco, allineati sull’asfalto della strada provinciale. Ma non è un miraggio. È di più. È la suggestione di questo viaggio tra curve e pietre e ulivi e arbusti che ci porta nel sud del Gallurese. Morricone è la colonna sonora che abbiamo scelto, anche se è altra la musica che stiamo andando ad ascoltare e a vedere.

A Berchidda ci celebra la 25esima edizione del Time in Jazz Festival. Per Ferragosto, fuori dal paese, intorno alla chiesetta di San Michele, Paolo Fresu e Omar Sosa ci stanno aspettando.

Entriamo a piedi lungo uno sterrato dentro il paesaggio sfiorato poco prima in macchina. La chiesa è piccola e al suo esterno, affacciata sulla vallata, ci accoglie una terrazza di tavoli e panche di cemento, usurate dal tempo, e protette da immensi olivi centenari. La tanta gente ha già occupato le panche, o si è organizzata con sedie da campeggio, materassini, parei o si è arrampicata sugli alberi.  Al fianco della chiesa, un pianoforte a coda e una tromba ci preannunciano il concerto.

Paesaggio e musica

Mi guardo intorno e vedo facce di ogni tipo. Ragazzi tatuati, signore con il cappello di paglia e il rossetto rosso, uomini con t-shirt di altri concerti strette su pance abbondanti, ragazze in canotta, gonne lunghe e birkenstock ai piedi. Gli accenti sono misti, dal sardo stretto alla “e” larga milanese. Turisti e gente del luogo: siamo tutti lì, assiepati, compressi, schiacciati, accaldati. Finalmente arrivano i musicisti. Noi li vediamo di sbieco e all’inizio è difficile concentrarsi. Dietro ci sono i ragazzi che serviranno il pranzo, che ridono e parlottano, al fianco sento clic, e trrr, e zzzz, di macchinette fotografiche impazzite. Poi si aggiungono i dlin e dlon di messaggi e di cellulari. E crrrr di scarpe graffiate sugli alberi. E poi il lamento di un bimbo. Solo in lontananza sento un pianoforte e una tromba che sono lì a pochi metri da me, ma paiono così lontani. Allora chiudo gli occhi. Seleziono ciò che voglio sentire, come se il mio udito s’immettesse in un canale preferenziale. Mi arrivano i suoni. Il calore del pianoforte e il calore della tromba.

E finalmente arriva la magia. Riapro gli occhi e li alzo e vedo i rami contorti degli ulivi sopra la testa, e le teste di un pubblico rapito e vado oltre, accompagnata dal pianoforte. Oltre la terrazza, lascio scorrere la musica come fosse un secchio di vernice densa che si butta nei campi sottostanti. Il pianoforte la sparge sui prati secchi, ne segue il contorno come un fiume dentro i suoi argini e poi arriva la tromba che costringe a un cambio di direzione, e accelera il ritmo e porta i suoni intorno agli ulivi, quasi a riprodurne il crescere contorto e poi salta sui sassi, sui massi e ridiscende. Ora è il pianoforte che sceglie il ritmo, che spinge la tromba divertita a seguirne le note calde. Un gioco di suoni, non creati per questo paesaggio, ma che diffusi dentro questa natura sembrano trovare anfratti, terreni, alberi e arbusti in cui avvinghiarsi, avvallamenti in cui adagiarsi, in cui immedesimarsi.

La pace, l’armonia e poi gli applausi che non finiscono più. E per me quel paesaggio che cambia forma definitivamente, che posso ricordare solo così, con il soffio di questa musica che lo plasma come fosse un gioco.

La zuppa e la festa

La gioia a fine concerto continua. Si mangia. 800 persone schiacciate nei banchi devono essere nutrite e una schiera di volontari con evidente esperienza di sagre, stende tovaglie di carta sui tavoli, distribuisce piatti e bicchieri (tutto biodegradabile), disseta con acqua e vinaccio il pubblico assetato e lo nutre con teglie di zuppa berchiddese: spianata (pane sardo simile alla piadina) imbevuto nel brodo di pecora e poi passato al forno come fosse pasta per lasagne in strati di pane e sugo. Piatto povero e ricco e nonostante il caldo buonissimo. Il secondo giro prevede la pecora bollita. A noi arrivano solo le ossa, ma non importa. Non è il cibo. È la sagra. Sembra di essere ospiti di un allegro  matrimonio di campagna su una terrazza protetta da ulivi centenari. Ora un brindisi urlato da una parte, ora un applauso ai musicisti che mangiano con noi, ora un canto sardo improvvisato. Fa caldo, molto caldo … è ferragosto.

E che ferragosto. In festa con 800 sconosciuti, accorsi come noi intorno alla chiesetta di San Michele per condividere un pianoforte e una tromba, una zuppa e una pecora.

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