Steve e la Stuart Highway — luglio 23, 2010

Steve e la Stuart Highway

Darwin è ancora al buio, ma non per questo è silenziosa. Ubriachi e festaioli si muovono come zombie sulla Mitchell Street, quando la nuova comitiva si raduna.

La destinazione è Alice Springs, nel cuore dell’Australia: 1500 chilometri lungo una linea retta da nord a sud. La nuova truppa è così composta: due ragazze olandesi (Marion e Wil), una ragazza francese di padre italiano (Alexandra), un ragazzo chileno (Dayane), un ragazzo italiano (Giulio) di Castelfranco Veneto e un’altra ragazza olandese (Bridget) che sta studiando a Sidney. A completare la ciurma ci siamo Federica, Isi ed io. La guida, Steve, da subito ci pare molto diversa rispetto a  Grainge: capelli quasi rasta, braccialetti, atteggiamento più “casual”, più rilassato. 

Partiamo, dunque, verso sud, ancora assonnati e muti. Sono le cinque e mezzo e tutti, immagino, sono ancora avvolti dai sogni della notte. 

Stuart Highway

Il trasferimento che ci aspetta è molto lungo, e fatto in un pulmino potrebbe parere pesante, in realtà scopro strada facendo che è davvero un bel modo per spostarsi, per vedere la vastità del Northern Territory, la regione di Darwin, e intanto passare il tempo con altre persone e fare tante chiacchiere. La famosa Stuart Highway, che collega Darwin con Adelaide, è una linea retta diretta a sud.

John Stuart era un esploratore e questa strada porta il suo nome perchè fu lui a trascinare il primo cavo del telegrafo dal sud al nord.  Prima del telegrafo, i collegamenti tra Australia e terra madre erano lentissimi. Per fare andare e tornare un’informazione dall’Australia alla Casa Madre ci si impiegava 6 mesi (3 di andata e tre di ritorno). Le informazioni erano vera e propria merce trasportata via nave.  E’ facile immaginare l’isolamento in cui si trovava l’Australia.

Il governo decise allora di aprire una gara con un premio in denaro per chi per primo avrebbe raggiunto il Nord e da lì inviato un messaggio via telegrafo. Alla gara si iscrissero una coppia di esploratori, che purtroppo non ce la fecero e morirono per strada e, appunto, John Stuart, che al terzo tentativo riuscì a raggiungere il nord e inviare un messaggio.

Immagino quanto dura debba essere stata. La strada taglia in due una pianura rossa uguale a sè stessa per chilometri e chilometri. Gli unici riferimenti, ai tempi di Stuart,  erano il sole e le stelle. L’acqua, la recuperava dagli  alberi. Tanti alberi significava fonte sicura di acqua. Grazie alla sua tenacia, la vita in Australia sarebbe per sempre cambiata. Il povero John, tuttavia, non fu mai premiato e deluso tornò in Irlanda, poi a Londra dove morì  in solitudine. Il riconoscimento, evidentemente, lo raggiunse postumo. Non solo per il nome che lo lega a questa linea fondamentale di collegamento, ma per i tanti riferimenti che costantemente per strada si incrociano e che ricordano la sua epica avventura.

Per noi, nei prossimi tre giorni, la Stuart Highway sarà la nostra casa.

Dopo poche ore di viaggio, lasciata Darwin alle nostre spalle, ci fermiamo per la nostra prima sosta: un bagno rinfrescante e tonificante in un bacino d’acqua dolce, in mezzo a palme e alberi e alimentato da una fresca cascata. L’acqua è cristallina e la temperatura è semplicemente perfetta. È un risveglio perfetto, per il corpo, per la vista e per lo spirito dopo le fatiche di Kakadu, la notte nel teeny-hostel e la partenza in quasi piena notte.

Ritemprati e ormai svegli risaliamo sul pulmino e iniziano le chiacchiere che ci accompagneranno per chilometri e chilometri. Steve, la nostra guida e autista, ci invita a presentarci l’un l’altro stuzzicandoci  anche a svelare quale è il nostro animale preferito e che nome daremmo ad una barca se fosse nostra. Piccoli espedienti per rompere il ghiaccio. E così scopro che Alexandra, la ragazza francese ha il padre di Terni, e’ alsaziana, sta girando da sola l’Australia dopo un anno di lavoro come infermiera in Nuova Caledonia e in Martinica; oppure scopro che il ragazzo chileno sta facendo un master in Process Management a Melbourne o ancora che Giulio, il 18enne italiano sta facendo una stage estivo in uno studio legale a Sydney e che ama i pappagalli. Insomma, tanti pezzi di vita, raccolti in un pulmino in movimento verso sud. 

Katherine Gorge

La tappa centrale della nostra prima giornata è Katherine Gorge, una gola immensa circondata da pareti verticali di pietra e boschi. Prima di esplorare la zona, tuttavia, affamati, occupiamo uno dei grill, a disposizione di chiunque, in un prato che il pomeriggio, scopriremo poi, si riempie di wallabi, i piccoli canguri dal musetto bianco che popolano le zone rocciose dell’Australia. Il prato è curatissimo, tutto è pulito, la quiete è avvolgente. Ognuno di noi, come si fa in barca o in campeggio, si occupa di qualcosa: chi taglia i pomodori, chi le cipolle, chi i cetrioli, chi scarica il carrello (piatti, salse, posate). Steve cucina, noi semplicemente divoriamo l’hamburger e poi, di nuovo, tutti insieme a lavare, asciugare e pulire e siamo pronti per la gita.

Ci sono diverse opzioni. C’è chi sceglie la canoa, chi, come me, preferisce camminare per sgranchire le gambe lungo un sentiero che si inerpica sulle rocce e ci conduce sull’altopiano. Fa molto caldo e la salita è faticosa, ma ne vale la pena. Dall’alto si vede all’orizzonte una pianura infinita e verde rotta dalle rocce verticali che abbiamo scalato, separate tra loro solo da un serpente tortuoso di acqua e da piccole spiagge bianchissime. Siamo circa a 250 metri sopra il fiume e riusciamo a vedere anche i nostri compagni di viaggio in canoa. Le ragazze olandesi avanzano spedite e atletiche. Alexandra e Giulio, invece, continuano a girare intorno a sè e quando dall’alto cerchiamo di urlare loro uno straccio di istruzioni (soprattutto Federica si dimena come un perfetto allenatore), sentiamo la voce di Alexandra urlare che “è un casino!”.

Di ritorno alla base per rinfrescarci dal caldo torrido e un sole tutt’altro che invernale

ci buttiamo nel fiume a ripulirci dal sudore e dalla stanchezza.

Siamo pronti per andare verso il nostro accampamento. L’organizzazione ci dà il cibo e le bibite colorate zuccherose alla ciliegia, ma se vogliamo una birra o del vino dobbiamo pensarci noi. Con nostro piacere, perché l’idea di entrare in un negozio lungo la strada che vende solo alcol ci piace, facciamo tappa, appunto, ad un Bottle Store e acquistiamo birra per l’aperitivo e vino rosso per la cena. Ci viene pure chiesto un documento e i dati vengono inseriti in un computer. Bene, l’Australia è informata.

L’accampamento

L’accampamento è  molto bello. Io temevo di trovare tende “igloo”, piccole e poco confortevoli. Temevo di dover condividere un materassino scomodo e sottile. Temevo che la privacy mi sarebbe stata negata. Trovo invece un micro villaggio. C’è una leggera tensostruttura attrezzata con cucina, frigo, tavolo e lavandino.  Tutto intorno ci sono le nostre tende, quasi piccole casette di tessuto, con dentro due letti ciascuna.

Inizia così il rito dell’accampamento: scaricare, “chop the vegi”, cioè tagliare la verdura, accendere un fuoco, con la legna raccolta per strada, apparecchiare. E’ di nuovo Steve il cuoco che ci prepara agnello stufato con cous cous: “delicious!”.

La serata finisce davanti al fuoco con una tazza di vino (i bicchieri non ci sono) e chiacchiere e giochi simili all’Indianata. Alexandra è la nostra animatrice. Il cielo sopra di noi ci cade quasi addosso da quante stelle contiene e con gli occhi puntati verso l’alto cerchiamo di riconoscere qualche costellazione, ma siamo nell’emisfero australe e ci troviamo in difficoltà … o forse è solo il vino che ci confonde le stelle.

Verso le undici andiamo tutti a letto. Io mi sistemo nel mio lenzuolino, mi infilo nel sacco a pelo e stanca chiudo gli occhi. Rumori strani intorno alla mia tenda, tuttavia, mi impediscono di addormentarmi. “Forse è un wallabi”, mi dico, “che saltella intorno alla mia casetta” e con questo pensiero finalmente il sonno mi avvolge.

Ormai non ci faccio quasi più caso, ma la sveglia, da una settimana a questa parte, è sempre all’alba, anzi, poco prima, quando il buio è  ancora intenso. Dobbiamo macinare tanti chilometri e quindi bisogna alzarsi presto.

Colazione, doccia gelida, carico del carrello, si parte. Di nuovo verso sud.

Le prime ore sono sempre avvolte dal silenzio, la musica è bassa, ma poi, dopo la prima pausa caffè  tutti si animano e il nostro pulmino prende vita. Di solito è Steve a stimolarci, sia con i suoi racconti, sia con i giochi, sia con la bella musica.

Mataranka

La prima tappa di questa seconda giornata è Mataranka, un villaggio che si trova in mezzo al nulla, famoso per due cose: la seconda guerra mondiale e le terme.

Durante la seconda guerra mondiale, con il timore di un’invasione giapponese a nord, era stata definita una linea entro la quale si sarebbe tentato, eventualmente, di respingere gli invasori. È una linea praticamente perpendicolare alla Stuart Highway che definiva gli avamposti militari. Mataranka era uno di questi posti. Furono costruite caserme, la zona fu riempita di carri armati, camion, jeep, serbatoi e materiale vario, che fortunatamente non fu mai usato. Finita la guerra, la maggior parte di queste cose fu messa in vendita, ma l’asta non riuscì a liberarsi di tutto e allora si decise letteralmente di seppellire l’invenduto. Mataranka oggi è circondata da fosse immense riempite di serbatoi, vecchie jeep e attrezzature belliche varie.

I turisti, tuttavia, non si fermano qui per questi reperti, ma per le terme. La vasca di acqua calda si trova in un bosco di palme. Una parte è costruita come una piscina, ma una parte è un vero e proprio torrente, dentro il quale tutti noi ci siamo buttati. Di nuovo un bagno mattutino rigenerante: stiamo immersi nell’acqua calda, in penombra, coperti dalle palme, non fosse per quale raggio di sole che riesce a filtrare e raggiungere l’acqua.  Ci adagiamo contro le pietre dalle quali l’acqua scende come fosse un idromassaggio. Di nuovo, come il giorno prima, l’acqua ci tonifica e ci ritempra.  Poi, un salto in bagno a cambiarci e via, di nuovo nel nostro pulmino, ai nostri posti, pronti per proseguire il viaggio.

La strada che ci conduce a sud è sempre uguale. Sempre dritta. Sempre circondata da terra rossa. Sempre, o quasi, deserta. La vegetazione è l’unica cosa che cambia un po’. Ci sono sempre meno alberi e sempre più cespugli, arbusti. L’acqua in questa zona pare essere una risorsa poco diffusa e le piante si adattano.

Gli unici punti di riferimento  lungo la strada sono le aree di servizio. Generalmente ci sono una pompa di benzina, un piccolo shop, un grande parcheggio. Lo spazio intorno al bar è generalmente enorme, rispetto al traffico che incontriamo, ma è adatto ad accogliere camion lunghi come un treno adeguati al transito su una strada senza curve.

Queste aree sono quasi miraggi in mezzo al nulla. Alcune di queste aree, tuttavia, con un’innata sensibilità di marketing, o forse, semplicemente con una buona dose di follia, si specializzano, propongono qualcosa di … “straordinario” per fare in modo che ci si fermi proprio lì.

Larimah

Larimah è un piccolo villaggio, che accoglie uno dei primi folli landmarks che Steve ama tanto mostrarci. “Voi in Europa”, ci dice “avete i castelli, la storia, avete il Colosseo. Noi abbiamo solo duecento anni si storia, quindi dobbiamo inventarci le cose…”. Non finisce di fare questa introduzione che svolta e ci porta a vedere … la più grande bottiglia sulla Stuart Highway. Si tratta di una bottiglia, finta, grande, brutta vicino alla quale siede una gigantesca pantera rosa, in tinta con la vernice di questa locanda dagli infissi rosa, bungalow rosa, tutto rosa.  Scendiamo, foto di rito, risaliamo. Il viaggio continua.

Daly Waters Pub

A pranzo ci fermiamo in un altro luogo … creativo: il Daly Waters Pub. Daly Waters è un paese di cinque case, decadenti e decadute, una piccola pompa di benzina ed edifici “storici” abbandonati e distrutti. Per storici intendo per esempio l’ufficio postale, una baracca di legno sbiadito del secolo scorso. Unica vera attrazione di questo luogo polveroso e secco è, appunto, il Pub. Famoso perchè chiunque può lasciare qui un suo oggetto, un segno, una traccia del suo passaggio. Nel cortile interno, oltre a tavolini disordinati e un barbecue a nostra disposizione, ci sono cianfrusaglie di ogni genere: ciabatte e scarpe appese, mutande e reggiseni, biglietti da visita, cartoncini, magliette … di tutto. Giulio, il ragazzo italiano, lascia un elastico grigio sul quale ha scritto il suo nome.

Ci prepariamo il pranzo (pollo e hamburger alla griglia) e acquistiamo birra dal banco (questa è l’unica regola del luogo: non si possono bere proprie bibite). Prima di partire, coinvolti da un gruppo che sta facendo il nostro stesso viaggio, ma nella direzione opposta, ci cimentiamo in una gara a squadre (noi/loro) di “bevuta più rapida di birra”. Chiudiamo a pari merito, credo. Per la cronaca, la mia birra l’ho allungata con la limonata e Giulio ha partecipato bevendo acqua! 

L’albero di Stuart

Prima di immetterci sulla Stuart Highway, imbocchiamo una strada verso un aeroporto, il primo aeroporto costruito in Australia, e svoltiamo a sinistra. La pista di rullaggio è una perfetta striscia di polvere rossa. Steve ci porta direttamente sulla linea rossa, come fossimo un aereo. E partiamo. Dritti come un aereo. Noi ridiamo, “è matto”, ci diciamo. Lui sorride e lamenta il mancato volo perché noi non abbiamo steso le braccia come fossero ali. Inversione a “u” in mezzo alla pista e torniamo indietro.

In realtà non è l’aeroporto che vuole farci vedere. Tra gli “importanti landmarks” di questa nostra discesa verso sud non si può, infatti, non fare pausa all’albero di Stuart: un tronco, davvero solo un tronco, circondato da una catenella e da arbusti secchi, con un cartello sbiadito e scollato che spiega l’importanza di questo albero. Pare che Stuart, durante la sua esplorazione, si sia fermato qui e vi abbia inciso le sue iniziali. Iniziali che io davvero non ho visto! Noi guardiamo perplessi l’albero e Steve sorride furbescamente … noi abbiamo il Colosseo, loro l’albero di Stuart!

Tennant Creek

Dopo una giornata davvero lunga (600 chilometri) arriviamo a Tennant Creek, cittadina nata intorno alle frenetiche attività dei cercatori d’oro. Prima di andare al nostro camp, ci fermiamo al classico Bottle Store. Qui, più che un negozio, pare una fortezza. Il negozio è  solo una vetrina, chiusa da inferriate e il venditore vi è rinchiuso dentro. Sembra un banco dei pegni dei film americani. Noi compriamo la birra e via, verso l’accampamento.

A proposito di birra, Steve ci racconta che a differenza delle altre città, qui la stazione del telegrafo è a 15 chilometri dal centro. Questo perché, ci racconta, si dice che un camion, carico di birra, si fosse rovesciato e i cercatori d’oro, accampati intorno al telegrafo, si siano riversati in massa intorno al camion, svuotando il carico per riversarlo avidamente in gola. Da quel punto non si sono più spostati e intorno al camion è nata la città. “Soooo typical australian …!”

Il  nostro accampamento è simile a quello della notte precedente, solo che questa volta siamo dentro una fattoria. Davanti a noi un mulino a vento si staglia nello sfondo arancio del tramonto regalandoci immagini suggestive. Appena scendiamo dal bus, ci rendiamo conto che stiamo andando verso il freddo: il vento pizzica, l’aria è pungente. Ciò nonostante decidiamo di dormire fuori. Ci sono dei sacchi appositi, quasi letti arrotolabili che proteggono dalle temperature più fredde. All’interno hanno un materassino di gommapiuma, fuori sono di telo gommato e cotone impermeabilizzato. Il cielo è bellissimo e vogliamo toglierci questo sfizio. La tecnica è la seguente: aprire il sacco, aprire poi il sacco a pelo, infilarsi nel lenzuolino, infilarsi nel sacco a pelo e chiuderlo, infilarsi nel sacco per esterni e chiuderlo e poi coprire la testa con il tessuto in cima. Siamo un tappeto di persone, avvolte come mummie, con lo sguardo al cielo. Meraviglioso!

Peccato che, … beh peccato che il mulino con il vento cigola minaccioso sopra le nostre teste, che nel tappeto umano qualcuno russa in modo indecente e che verso le 5 del mattino un vento gelido si insinua dentro il sacco. Non avevo chiuso bene la parte sulla testa e il vento, una volta entrato, è rimasto lì.

Ultima tappa verso Alice Springs

Uscire dal sacco, gettarsi in bagno, preparare la colazione, impacchettare tutto, pulire, caricare. Tutto questo nel buio pesto dalle cinque e mezza alle sei del mattino. Siamo pronti per l’ultima tratta con questo gruppo.

La pausa caffè la facciamo in una stazione di servizio, di quelle creative. Qui pare siano stati avvistati gli UFO e allora perché non trasformare tutto in navicelle spaziali e bagni per alieni (quello femminile sulla porta indica “femaliens“).  La nostra guida, prima di arrivare ci spiega che gli alieni ci potrebbero distruggere e dobbiamo quindi mimetizzarci… con la carta stagnola dobbiamo tutti trasformarci in alieni con antenne. Io, oltre le antenne, creo un anello laser, arma letale; Federica si fa la cuffia per comunicare con la base; Isi si fa gli occhiali d’argento … insomma così mascherati usciamo e così conciati ci beviamo il caffè, andiamo al bagno e a visitare il piccolo zoo sul retro che ospita alcuni pappagalli e alcuni emu, i volatili australiani simili agli struzzi. 

Ormai lo abbiamo capito. Per rendere meno pesante la trasferta, Steve ci fa tornare bambini e noi, francamente, seguiamo tutte le sue indicazioni e ci divertiamo. Oltre alle meraviglie della natura, le tappe che ci propone sono davvero un misto di kitsch, trash e squallore, in certi casi. Ma in fondo anche questa è l’Australia e vedere anche questo lato non mi dispiace affatto.

Devils Marbles

Per fortuna, tuttavia, l’Australia offre anche incanti veri della natura. Devils Marbles è uno di questi.  Dentro un piano infinito di arbusti verdi, erba secca e terra rossa, ammassati e sparpagliati come biglie (marbles) ci sono i sassi più suggestivi che io abbia mai visto. Intorno a noi sono disseminate pietre rosse ruggine, a forma ovale, tonda, poggiate sul terreno o in apparente bilico o sfida alla gravità, l’una sull’altra. È un paesaggio magico e ci muoviamo intorno e sopra queste pietre giocando con le loro forme o semplicemente immobili, per lo stupore, scoprendo di volta in volta nuovi scorci, nuovi incanti.

Per la tribù aborigena che abitava questa zona, questi sassi erano considerati le uova dello spirito creatore dell’universo, vale a dire l’arcobaleno. Per la geologia, invece, si tratta di granito, frutto di eruzioni vulcaniche avvenute quasi due milioni di anni fa, che nei millenni, con l’acqua e il vento è stato eroso, levigato, trasformato. In effetti è molto ventoso ed è stupendo stare sopra queste uova giganti con le braccia spalancate, è liberatorio, sembra di volare dentro un paesaggio magico. Il colore rosso, che riempie costantemente i nostri occhi, da quando siamo partiti, è semplicemente ferro, trasportato da vento, cicloni e tempeste preistoriche, poi arrugginito al contatto con l’ossigeno. Siamo, sostanzialmente, circondati da uova gigantesche di granito arrugginito.

La bettola di Michael Romeo

Per il pranzo, giusto per confermare la tradizione, ci fermiamo in un’area di servizio creativa, di quelle che si inventano. Questa appare abbastanza squallida. Un enorme parcheggio, una rimessa sporca e apparentemente abbandonata, verniciata di giallo, un giardinetto arredato con tavoli di legno, disordinato e poco curato e poi il bar. Noi scarichiamo le vettovaglie, e dopo il rito del taglio delle verdure ci prepariamo  i sandwich: pan carré, prosciutto, barbabietole, pomodori, insalata, senape. Il pezzo forte di quest’autogrill sgangherato è la collezione di Michael, il proprietario. Da anni raccoglie  monete, banconote e soprattutto bigliettini da visita dei suoi clienti e li archivia e organizza per nazione. Quando entriamo noi, il gruppo italiano, con un bastone ci fa vedere dove, nella parete, ha affisso le lire, dove i biglietti, dove i messaggi dei nostri connazionali. Noi lasciamo i biglietti da visita con una dedica e Giulio lascia un biglietto di entrata per la visita di un campanile in Sicilia. Come John Stuart con le incisioni sull’albero, così anche noi e tutti i viaggiatori lasciamo un segno del nostro  passaggio in questa terra arida e fascinosa.

Oggi a pranzo, tuttavia, non abbiamo solo riso o scherzato come di solito. Vicino ai nostri tavoli c’è una famiglia aborigena e come quasi tutti gli aborigeni che ho visto, pare trovarsi in una condizione devastante. Spesso, infatti, li ho visti ubriachi, scalzi, sporchi, spesso con la macchina come abitazione. La natura meravigliosa che ho visto fino ad oggi qui in Australia parla da sola e da sola fa capire quale straordinaria spiritualità si possa essere sviluppata intorno ad essa nelle tribù. È un legame con la terra che ne costituisce l’identità. Per millenni gli aborigeni hanno preservato e rispettato il mondo intorno a loro, ne sono diventati parte integrante, con l’anima e la magia. Non credo sia difficile comprendere come l’arrivo, duecento anni fa, dei bianchi intrusi abbia sconvolto queste tribù, la loro stessa identità. La loro anima è stata violentata. Fino agli anni Trenta i bianchi potevano sparare e uccidere gli aborigeni senza alcuna conseguenza. Ma fatto ancor più grave è che i diritti degli aborigeni sono stati riconosciuti solo nel 1992. Qui in Australia, fino a 18 anni fa, vigeva l’apartheid!

Con rabbia e incredulità, ci rimettiamo in viaggio.

Baci e abbracci

Stiamo andando a sud, stiamo entrando nell’inverno. Il passaggio ufficiale avviene quando attraversiamo il Tropico del Capricorno. Siamo quasi arrivati ad Alice Springs e c’è un po’ di tristezza. Questo gruppo è stato straordinario. Abbiamo giocato, esplorato, cantato e ballato.

L’ultima festa ci aspetta da Annie’s, il bar di un ostello ad Alice Springs dove abbiamo deciso di cenare insieme. Per Steve, le ragazze olandesi hanno composto una canzone di ringraziamento. Io ricordo solo il ritornello, una cantilena di “Steve, Steve, Steeeve …” che cantiamo tutti insieme per ringraziarlo. Ultima birra, ultime danze, poi scambio indirizzi, baci, abbracci. Sono stati solo tre giorni … sembrano molto di più.

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