Grainge e il Parco Naturale Kakadu — luglio 22, 2010

Grainge e il Parco Naturale Kakadu

Dopo una notte completamente insonne per un riflusso da jet lag, alle 6 del mattino è iniziata la gita con “Adventure Tour”. La comitiva è composta da una coppia di veneti in viaggio di nozze, Federica e Isi, una ragazza belga, una naeolaureata tedesca ed una coppia di australiani di Adelaide. Grainge è la guida che ci condurrà nel parco per i prossimi due giorni.

Il Parco Kakadu ricopre un’area immensa tra lagune e savana, cuore di una delle 700 tribù di aborigeni che popolano l’Australia e che per migliaia di anni hanno vissuto in simbiosi con la natura straordinaria di questo continente.

Villaggio degli Orrori

Partiamo dunque su un mezzo che da sé esprime avventura, una specie di minibus 4×4, attrezzato per il deserto, le strade sterrate e il guado di laghi o fiumi. Dietro, un carrello carico di provviste. La prima impressione è straordinaria e lo spirito del gruppo, nonostante il sonno, pare ottimo. Già dopo alcuni chilometri, tuttavia, iniziamo a dubitare delle capacità della nostra guida. Ci infiliamo in una strada sterrata nel bush, che ci conduce  in un’area completamente abbandonata, simile ad una sorta di villaggio degli orrori: palafitte sotto gli alberi, decadenti, squallide e sporche, circondate da immondizia e macchine, tante macchine, abbandonate. Un gruppo di cani randagi ci guarda e noi giriamo intorno a queste case, per poi svoltare e tornare indietro. L’impressione è che ci sia gente che ci vive ancora qui, ma lo squallore e l’ambientazione sono tali che dubitiamo si tratti di uno scorcio pittoresco che Grainge, la nostra guida, voleva mostrarci. Ha evidentemente sbagliato strada. Iniziamo così a girare in un bosco tutto uguale a sé stesso, finendo in stradine cul de sac …

Tra passeggeri ci guardiamo perplessi. Ad un certo punto, Grainge deve addirittura scendere a staccare il rimorchio dei viveri, perché rimane incastrato ed Isi, il ragazzo veneto, scende ad aiutarlo, più per compassione, che per spirito d’avventura.

Finalmente, dopo un girare silenzioso e sempre più inquietante, arriviamo al punto giusto, effettivamente uguale a tutti gli altri, ma che una guida dovrebbe saper riconoscere! La gita può finalmente iniziare.

Un gruppo di aborigeni, addetti a raccontare le tradizioni della loro tribù, ci accoglie. Uno di loro, ci conduce ad uno stagno, la cui acqua, pare, abbia effetti benefici sullo spirito. Prende una lattina arrugginita appesa ad un albero, la immerge nell’acqua. Poi, si riempie la bocca di quell’acqua e uno a uno ci bacia sulla fronte, rinnovando di volta in volta l’acqua. Il ragazzo è dolce e ricco di parole sugli alberi che ci circondano, ma tutto l’insieme sembra senza emozione, fatto per puro dovere, senza passione. Sono parole  ripetute come nenie imparate a memoria. E noi, beh, noi sembriamo un gruppetto di turisti “alpitour” a contatto con gli indigeni.

I coccodrilli

La vera tappa della giornata prevede una visita ad un’area abitata dai coccodrilli.

Il posto è magnifico. Ci sono corsi d’acqua, estuari di fiume in una zona sostanzialmente paludosa, che nel periodo delle piogge diventa un lago immenso. Saliamo su una piccola chiatta-battello e lentamente veniamo condotti dentro questo paesaggio meraviglioso. Tappeti di ninfee sull’acqua, un orizzonte verde infinito, alberi, pochi e sparsi e pieni di nidi di uccelli (questa è una base di appoggio degli uccelli migratori) e ovviamente volatili di ogni tipo a bordo acqua o in volo. Vediamo anche due bellissime aquile a caccia di pesci sopra le nostre teste.  … ma noi siamo qui per i coccodrilli.

Prima di partire, la guida sulla barca ci dà alcune indicazioni: stare sempre seduti, non mettere le mani in acqua, stare cauti. Sono cinque i coccodrilli che incontriamo durante la nostra navigazione. Avvistati di volta in volta, il guidatore del battello lentamente si avvicina, tantissimo: “Fin che stiamo sulla barca non ci sono problemi”, ci spiega, poi, ad ogni coccodrillo avvistato con vero amore dice: “Beautyful animals!”. In effetti un certo … fascino lo comunicano.

Uno in particolare, che quasi si può toccare con mano, è enorme, circa 450 chili. Sta con il muso spaventosamente aperto, in acqua. La corazza è perfetta e bellissima. La faccia … mostruosa. È  immobile. D’istinto penso che sia finto, messo lì per i turisti, ma il suo occhio indubbiamente mi dice che quello è un coccodrillo vero.  Noi siamo vicinissimi e lo guardiamo con ammirazione e paura insieme e lui, che pare finto, immobile, muove in modo impercettibile l’occhio e ci osserva. Davvero impressionante, soprattutto se si pensa che una bestia del genere, basta sfiorarla sulla coda e da immobile si trasforma in una animale agilissimo che in un nanosecondo ti sbrana.

La vera avventura

Dopo i coccodrilli siamo stati trasferiti in un’area ristoro per il nostro pranzo. Dovevamo fermarci solo un’oretta, saremmo invece rimasti lì 8 ore!

Il problema è tecnico: si è rotta la cinghia del motore.

Ci troviamo in una zona in cui il cellulare non prende e, cosa per noi incredibile, la nostra guida non ha alcun modo per comunicare con la sua centrale. Oltre questo inconveniente tecnico, la nostra giovane ed inesperta guida mostra decisamente di non essere in grado di gestire le emergenze, né pare preoccuparsi più di tanto. Da un lato va detto che in Australia sembra vigere il principio del fare le cose con calma, ma in questo caso manca completamente qualsiasi forma di iniziativa. Grainge, ad un certo punto, finalmente, fa autostop per raggiungere un’area coperta dalla rete telefonica. Dopo un bel po’ torna e dopo un bel po’ ancora arriva un suo collega con la cinghia del motore di riserva. Le distanze qui sono immense e quindi i tempi di attesa sono davvero lunghi.

I due si mettono al lavoro per sistemare il motore, ma verso le 18.30, al tramonto del sole e con il buio in agguato, Grainge, dopo ore di silenzio, si avvicina a noi e ci dice che avremmo dovuto dormire lì.  Noi ci rifiutiamo,  chiediamo  o un mezzo sostitutivo o una macchina per riportarci a Darwin.

In tutte queste ore di attesa, almeno una cosa è stata piacevole. Seduti ad un tavolo, cercando l’ombra dal caldo torrido, abbiamo chiacchierato per ore e tra di noi abbiamo iniziato a conoscerci.

Fatto sta che Grainge, in seguito alle nostre proteste, spedisce  il suo collega  a cercare una soluzione.  Noi, intanto, prepariamo il  fuoco, apparecchiamo un tavolo, accendiamo le candele, stappiamo una bottiglia di vino e Isi, prepara una pasta squisita cotta nel wok. Una pasta la cui semplicità dobbiamo continuamente difendere dagli eccessi gastronomici di Grainge, che insiste nell’arricchirla con carne, verdure e spezie varie.

A tavola brindiamo alla prima settimana di nozze del cuoco e sua moglie e ci gustiamo le penne al pomodoro e zucchine, i bicchieri di vino e la luce fioca e misteriosa delle candele accese nel buio del bush.

Dimentichiamo per un po’ le ore di attesa e prima ancora di chiederci che ne sarà di noi, arriva il mezzo sostitutivo che ci porta in un “camp” per la notte. Il bilancio della giornata?

Lunga ed estenuante, ma gratificata da belle ore di amicizia.

 

Le cascate Jim Jim

Il secondo giorno con Grainge prevede la visita alle cascate Jim Jim. Per arrivarci si percorre una strada sterrata piena di buche e pozze di acqua, tinte di rosso dal rosso intenso della terra. È un rosso-marrone chiaro e pastoso. Le pozze sembrano secchiate di colore, pronte per l’uso.  Il bosco, piuttosto rado, e’ un misto di alberi dai tronchi quasi argentati e palme sottili e alte, in un contrasto di forme, ombre e colori incantevole.

In mezzo si vedono dei tratti di bosco bruciati. Verrebbe da pensare a dannosi incendi. In realtà si tratta di fuochi controllati e sistematicamente accesi per rinnovare il sottobosco. I tronchi degli alberi sembrano quasi affumicati. Si tratta di una pratica aborigena di lontanissima tradizione. Lo scopo è quello di rinverdire e rigenerare la vegetazione. Quando i bianchi presero possesso di queste terre avevano proibito gli incendi, trattando gli aborigeni come distruttori della natura. Proprio loro, gli aborigeni, che per millenni hanno vissuto in simbiosi spirituale con la natura! Oggi, infatti, anche i non aborigeni, amministratori dei parchi, hanno iniziato a bruciare il sottobosco perché si sono accorti che effettivamente la vegetazione, in questo modo, si rigenera.

Parcheggiata la macchina iniziamo a camminare lungo una specie di sentiero, dentro una gola, tra sassi enormi e alberi ingombranti. Questo sentiero è in realtà il greto del fiume che con la stagione delle piogge si trasforma in un torrente dirompente.

Il paesaggio si fa sempre più montagnoso, angusto e  il sentiero sempre più ostile. Ad un certo punto la vediamo, la cascata Jim Jim. Sebbene debole perché siamo nella “dry season”, è  magnifica. Il getto d’acqua è circondato da una quinta immensa: 150 metri di pietra verticale. È come se ci trovassimo dentro un immenso cilindro. Ci spogliamo e con un po’ di tremore ci gettiamo nel lago alla base del cilindro, da cui poi parte il torrente, il nostro sentiero. L’acqua è gelida! È  come avere mille aghi sulla pelle, ma dopo qualche bracciata il corpo si abitua. Una sensazione fantastica. Io, con la mia nuotata da papera, non riesco ad arrivare alla cascata. Nuoto, ma rimango ferma.  Federica e Griet, la ragazza belga, raggiungono invece la cascata e mi raccontano poi che il vento era tale da impedirle di  mettersi sotto il getto d’acqua. Non oso immaginare quale violenza abbia tutto questo nella stagione delle piogge!

Oltre questo cilindro naturale, verso il fondo valle ci sono piccole spiagge bianchissime con acqua verde e pietre nere. Un paesaggio davvero da Eden. Sembra davvero il paradiso terrestre.

Pitture rupestri

L’ultima parte del tour con Grainge la passiamo su un altopiano del parco ricco di pitture rupestri degli aborigeni. La cosa straordinaria di questo posto è che si trova su un massiccio di pietra, scavato al suo interno in modo naturale dall’acqua, e dunque segnato da  grotte,  scale e piazze o anfiteatri naturali, tra un livello e l’altro. La parte più alta è un enorme immensa terrazza, piatta, fatta di pietra quasi nera. Da qui, tutt’intorno, si vede una pianura verdissima, infinita, magica. Questa pianura in estate è sommersa di acqua. Ora è rigogliosa e magnifica, come magnifiche sono le pietre intorno a noi che creano figure, ombre quasi fossero immense sculture create dall’uomo. Da questo punto è facile intuire quanto il paesaggio abbia condizionato la spiritualità degli aborigeni. Questa terrazza, sebbene in questo momento è frequentata da noi turisti, sembra essere un luogo di energie fortissime e lo spazio infinito intorno è quassi mistico, adatto alla contemplazione.

La sera arriviamo a Darwin stanchi morti e decidiamo di cenare tutti insieme per scambiarci indirizzi, contatti e passare ancora un po’ di tempo insieme. Poi, dopo i baci e la promessa di rivederci … con Isi e Federica, che continuano il tour con me, me ne vado all’ostello dove l’agenzia ci ha sistemato per la notte. È esattamente l’opposto di quanto descritto fino ad ora. Disordine, musica dance, alcol, spazi angusti e echi della movida adolescenziale. Un altro mondo, ma non importa. Questa è Darwin e la notte è breve.

Ancora Darwin — luglio 15, 2010

Ancora Darwin

Questa giornata l’ho inaugurata con una “bella” ceretta.  

Ho un amico che ama andare dal barbiere quando si trova in viaggio, a me piace frequentare i centri estetici. Si riesce a chiacchierare a lungo e a volte scoprire “i segreti” del luogo. La ragazza che si è presa cura di me questa mattina, in effetti, mi ha raccontato parecchie cose. “Anni fa” mi ha detto “sono stata a fare un giro in Europa e tutti gli europei che incontravo conoscevano luoghi e cose dell’Australia di cui mai avevo sentito parlare”. Così lo scorso anno ha deciso di girare il suo paese per 365 giorni. Era bello ascoltarla mentre raccontava della diversità dei luoghi: Sidney, la città nevrotica del business; Perth in mezzo al nulla (“per giorni sulla strada per Perth non abbiamo incrociato macchine”), Ayers Rock (dove andrò settimana prossima) calda di giorno, gelida di notte e senza nessuna possibilità di fare una chiamata o di mandare una mail …

A proposito di Darwin mi ha detto che in questa stagione (la “dry season”) si sta bene, ma nella “wet season” non si riesce a stare: fa caldo e l’umidità è tale che sembri costantemente sotto una doccia.

Il centro estetico si trova al water front che ho visitato ieri. Leggendo il giornale, di nuovo al Caffè Roma, ho scoperto che per poco non assistevo ad una vera baruffa puritana. Il quotidiano locale, infatti, ha riportato la notizia di una madre che ieri al water front avrebbe chiamato la polizia perché una ragazza belga prendeva il sole in topless.  La madre sosteneva che il figlio avrebbe imitato gli uomini, i quali passando davanti all’europea spregiudicata non potevano non far cadere lo sguardo sul seno. “I do not want my son learning how to be a disgusting pervert” avrebbe dichiarato la signora. La ragazza belga si sarebbe invece limitata a considerare come il seno sia qualcosa che i bambini vedono comunque e sempre.  Il problema, secondo la signora, è che il water front è occupato da stranieri (i giovani viaggiatori europei) privi di rispetto per la morale del luogo. Verrebbe da dire: a casa vostra fate come volete, ma qui … Tuttavia, la signora evidentemente non sapeva, che non esiste divieto di topless e quindi la ragazza belga ha fatto, in quanto lecito, come ha voluto lei.

***

Cullen Bay è la marina di Darwin, si trova a nord della città ed è una zona residenziale, dalle apparenze multimilionarie per le ville sulla marina con importanti imbarcazioni ormeggiate davanti al giardino.

È una classica marina: ristoranti, barche a vela, catamarani, motoscafi. Cullen Bay, tuttavia, è una marina deserta, o per lo meno lo era oggi.

Tutto è perfetto, pulito, ordinato, ma silenzioso e vuoto. Forse si anima nel fine settimana, ma oggi dava l’idea di un quartiere indolente e … spento. Sedie vuote, ristoranti vuoti, nessuno sui pontili, nessuno nei giardini delle ville, nessuno sui balconi dei residence. C’eravamo solo io, i camerieri e qualche sparuto turista.

Anche la spiaggia dietro la marina era deserta. Ma questo perché è sconsigliato il bagno. I cartelli che avvertivano del pericolo da medusa cubo erano ovunque.

E tuttavia è una bella spiaggia. La bassa marea ha lasciato striature sulla sabbia e l’acqua piatta, certamente calda e trasparente, era stupenda, ma nessuno, nemmeno solo con i piedi nudi ha osato avvicinarsi. Non solo la spiaggia di Cullen Bay, ma anche quella successiva, Mindil Beach, era deserta. Il bagno a Darwin non si fa, punto e basta.

Mindil Beach, tuttavia, mi ha offerto qualcos’altro oltre la bella spiaggia: il sunset market. Dietro le dune sotto le palme c’era un mercato immenso.

È un appuntamento fisso ogni giovedì e sabato e i frequentatori sono perfettamente organizzati:  tavoli e sedie da picnic, borsa frigo con vino bianco e bicchieri di cristallo e il cibo  …, beh il cibo lo offre il mercato, perché oltre alla bancarelle di cianfrusaglie “hand made”,  il pezzo forte di questo mercato è il mangiare. Si cammina lungo una fila lunghissima di bancarelle e roulotte che emanano profumi di ogni tipo: noodles asiatici, zuppe di alghe, pesce fritto, gamberi all’indonesiana, cucina maori, grigliate di carne, sushi, pesce crudo e ostriche, gelati dai colori improponibili e dolci spumosi e ricchi di panna e zucchero. È  addirittura difficile identificare l’origine geografica di tutte le pietanze. Non solo l’Asia è rappresentata, ma anche l’Europa con pizza, gyro pyta e kebab. Per quanto riguarda la cucina australiana una bancarella vende carne essiccata di canguro e coccodrillo.

Intorno a questi profumi, vapori e, a volte, odori strani, piccole band o musicisti solitari suonano e cantano e un gruppo di cabarettisti intrattiene i bambini. Il parco è strapieno e quando me ne vado una fila di macchine sta ancora arrivando.

Ma io devo tornare per preparare la mia partenza.

Domani, infatti, inizia la prima parte del tour. Per fortuna, sono passata all’agenzia per verificare che fosse tutto a posto. Avendo prenotato dall’Italia, temevo che qualche dettaglio mi potesse mancare e ho fatto bene. Ho scoperto che i bagagli li devo lasciare qui per i primi due giorni e poi, invece, saranno trasportati nel deserto insieme a me. Domani, infatti, ci spostiamo qui vicino, nel parco Kakadu, un parco tropicale dove passerò una notte. Poi torno a Darwin per ripartire il giorno successivo verso il centro dell’Australia.

Mi devo quindi organizzare per un bagaglio molto compatto e leggero, ma con il necessario. Il mascara rimane qui, ma l’antizanzare va portato, giusto per fare un esempio. Ho  dovuto comprare alcuni oggetti da campeggio. Qui a Darwin c’è un negozio meraviglioso per i campeggiatori. È come un gigantesco magazzino che  contiene tutto: dalla calzamaglia a righe ai sali di sopravvivenza, dalle tende (anche una tenda WC con relativo sgabello) alle zanzariere, simili a velette, per i cappelli. È davvero la mecca del campeggiatore. Ci sarei rimasta dentro le ore a guardare ogni singola cosa. Io ho comprato un k-way, una mini sacca superleggera che comprime il materiale (mi serve per legarla allo zaino della macchina fotografica per i prossimi giorni e contenere il necessario, lo stretto necessario) e una zanzariera per il cappello.

Domani la sveglia è all’alba. Si parte alle 6 e immagino che questo diario subirà una pausa di alcuni giorni.

Ci sentiamo appena torno al computer, mi verrebbe da dire, alla civiltà.

Top End: il confine tra i tropici e il deserto — luglio 14, 2010

Top End: il confine tra i tropici e il deserto

Questa mattina il risveglio è stato oltremodo traumatico.

Un allarme violento che partiva da qualche parte della stanza mi ha fatto balzare fuori dal letto. Intontita e senza sapere bene dove mi trovassi ho iniziato a girare per il mini appartamento senza capire cosa stesse succedendo. Poi, individuato l’alto parlante, ho pensato che il cantiere a fianco dell’hotel avesse causato qualche danno.

Il suono è stato solo interrotto da una voce femminile che con vigore ordinava l’evacuazione dell’hotel. Ho aperto la porta e ho visto 3 persone correre verso la stanza di fronte alla mia. Bussavano, ma nessuno apriva, poi finalmente una signora dai tratti asiatici ha aperto “I’m sorry” ha detto. Loro si sono girati, mi hanno guardato e hanno ripetuto la frase “I’m sorry”. Falso allarme. Sono tornata a letto, ma la sirena continuava a suonare e quando finalmente sono riuscita a quasi addormentarmi, la voce femminile, con lo stesso vigore di prima, ha comunicato che l’emergenza era rientrata.

Erano le nove e dormivo da appena 4 ore.

Dopo circa altre tre ore di sonno, ho iniziato l’esplorazione di Darwin.

È una cittadina strana. La guida parla della zona dei negozi e dei bar tralasciando forse la strana atmosfera che c’è. Per capire meglio, bisogna considerare che questa città si trova in una zona tropicale, gli australiani la chiamano Top End e l’idea di una specie di zona di frontiera, oltre la quale non c’è nulla, si percepisce bene. Di fronte c’è il mare di Timor e  intorno ci sono i parchi naturali e poi più giù l’inizio del deserto. Che sia un punto di partenza per i “safari” lo si percepisce subito.

È pieno di macchinoni, pick up, jeep, fuori strada di ogni tipo, rossi di terra, attrezzati per l’avventura. Che, inoltre, l’Australia sia la terra dei viaggiatori in camper, lo si vede, anche in questo caso,  dai tanti mini van, colorati, pieni di scritte, per nulla anonimi che vengono noleggiati.  Le scritte invitano tutte all’avventura, all’amicizia, al non mettersi fretta. Su una bici legata ad uno di questi van ho letto:

“There is no road to peace. Peace is the road”. La frase è di Gandhi, ma esprime bene lo spirito di questo luogo.

Ma c’è un altro motivo che rende Darwin un po’ straniante. O meglio i motivi sono due. Due volte, infatti, questa città è stata devastata. La prima, nel febbraio del 1942 dalla stessa flotta che bombardò Pearl Harbour. Darwin allora era un punto strategico per la guerra nel Pacifico. Il suo porto conteneva navi da guerra, aerei e riserve di petrolio. Subito dopo il bombardamento di Pearl Harbour, la città fu evacuata. Rimasero solo uomini e soldati. Dopo il bombardamento, che nonostante le precauzioni, non salvò la città, gli alleati decisero di proteggere le riserve di petrolio con dei magazzini sotterranei. Iniziarono la costruzione nel 1943, che tuttavia costò tantissimo e fu rallentata da continue infiltrazioni di acqua. I lavori finirono … con la fine della guerra e questi sotterranei non furono mai usati (sic).

Questo bombardamento è IL momento storico. In ogni angolo, nei parchi, lungo la strada ci sono cartelli, fotografie, epigrafi che ricordano la tragedia.

La seconda distruzione avvenne all’inizio degli anni Settanta a causa di un ciclone.

La cittadina oggi è un insieme di brutti palazzi, di case basse a cubo bianco lungo le tre strade principali. Il fatto che sia piena di ristoranti e bar dimostra comunque che il turismo fa tappa qui. Una caratteristica è che molte zone di Darwin sono “alcohol free”, nel senso che si possono bere alcolici solo nei bar. In altre zone è concesso bere, ma solo in certi orari. Le multe sono salate e possono prevedere anche l’essere banditi dal bere alcolici! Nel cartello qui a fianco si legge che bere senza permesso costituisce “a serious offence”. Si tratta di provvedimenti necessari (leggo nel volantino informativo per i turisti), perché evidentemente (deduco io) i problemi di alcolismo e violenza legata all’alcol sono stati significativi. Ho letto che soprattutto gli aborigeni, sradicati e senza lavoro, sono vulnerabili in questo senso.

La zona del porto è stata completamente ristrutturata. Pensavo di trovare al “water front” qualcosa di simile a Città del Capo o a San Francisco (negozi, bar, ristoranti), invece qui è tutto molto calmo e poco “consumistico”. Ci sono una piccola spiaggia, una piscina con onde artificiali, alcuni bar nuovi di zecca, un prato all’inglese perfetto. Stupidamente non mi sono messa il costume, era infatti pieno di gente a sonnecchiare sotto le palme.

Il caffè l’ho bevuto al Cafè Roma, un locale spartano, che prepara i classici capuccini giganteschi frozen aromatizzati e pieni di crema e panna. È un posto piacevole per il disordine creativo, i tanti giornali, un banco dolci incredibile e la frequentazioni di giovani grazie al wi-fi gratuito.

In generale  direi che si respira una sorta di tendenza all’ozio, al “take it easy”, al relax. Forse lo  percepisco in modo particolare perché la mia giornata è stata così. Giravo un po’ senza meta, senza obblighi, senza alcun impegno. Con la fame ho mangiato, con la sete ho bevuto e mi fermavo spesso a guardare pezzetti di Darwin, dettagli, persone…

Per chi mi pensasse qui sola, posso dire che è vero che sono sola, ma non mi sento sola. Ogni volta che ci si ferma in un bar, le chiacchiere vengono da sé. Poi non mi dispiace il fermarmi, sedermi, guardare, pensare, fotografare.

Ho notato, ad esempio, che il cielo è molto simile a quello sudafricano, Forse per i colori della terra a contrasto con il blu. O forse per le nuvole, che sembrano davvero fiocchi di cotone sparsi e sostenuti alla stessa altezza, fino all’orizzonte, da un filo invisibile. Sono ferme, immobili e sembrano disegnate. Sembra il cielo di “Truman Show”.

Qui il sole tramonta presto, è inverno. E le ombre sono lunghissime.

Un inverno che è comunque caldo e umido. Darwin si trova tra il decimo ed il quindicesimo parallelo sud. Sono praticamente attaccata all’equatore. Infatti, oltre a zanzare la sera, ho appena visto un pipistrello enorme, che solo ai tropici, credo, possa avere vita.

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