Pantelleria #5 — maggio 29, 2015

Pantelleria #5

I sensi e i desideri che tornano a dialogare con il paesaggio.

Con il sole cambia tutto, cambiano i colori, cambiano le luci, cambiano le rocce, cambiano i fichi d’India, cambia la pietra nera, cambia il mare, cambio io.

Barca? Giro dell’isola? Che si fa? Io scalpito, voglio uscire, voglio saltare nel sole e nell’acqua. Direzione nord, il leggero vento sale da sud e oggi vogliamo sentire finalmente l’area ferma.
Il paradiso. Il lago che si forma sopra il mare per le onde che scaraventano acque in una conca naturale di pietra lavica. Acqua fresca, trasparente, come nel giardino dell’eden, come in un luogo che non può esistere per davvero. Eppure esiste e noi siamo li. Per arrivarci passi attraverso tracce di guerra, postazioni di cannoni, odore di spari, di morte e di paura. E ti chiedi come può essere una guerra a due passi dal paradiso. Ti chiedi se i soldati talvolta sono scesi fino al lago per rinfrescare il corpo. O forse lo spirito. Se per un momento qui hanno provato gioia.

Bye bye
Ora: il sole scende lentamente, discreto. L’idea che vada a illuminare altri, altre coste, altri mari e a me invece mi lascia a questa ultima sera pantesca quasi mi fa arrabbiare. Si è fatto vedere tropo poco e ora già se ne va.

Il mare in questo momento sembra una distesa di ghiaccio azzurro, con sopra le linee lievi di slitte che, facendo lunghe curve, lo hanno attraversato. Sembra materia solida il mare in questo momento. Sembra che se scendo e ci cammino sopra, davvero ci posso caminare sopra. È un meraviglioso errore di percezione. Se non avessi mai visto il mare in vita mia, ci vorrei davvero camminare sopra, e farci le giravolte. Ma la mia memoria mi dice che è solo acqua immobile. Dopo giornate di vento e di burrasca anche il mare si gode la pace.
Epilogo dolce e nostalgico di una giornata finalmente perfetta. Di appagamento.

E ora, che si deve partire, vorrei restare. Vorrei andare in giro, sedermi e ascoltare. Vorrei camminare ore e temeraria buttarmi a mare. Vorrei stare nel silenzio semplicemente qui e guardare quell’ombra lontana. La Tunisia? L’Africa? E sognare di quando qui, molto prima dei fascisti, arrivarono gli arabi e trasformarono questo tozzo di pietra in uno splendido giardino. Ora che parto la storia preme e vorrei sapere di più e ascoltare di più.

Sogno la villeggiatura di altri tempi. Quella che ti faceva entrare dentro i luoghi che visitavi, che era viaggio per davvero, viaggio di conoscenza prima di tutto. Il mordi e fuggi, nemmeno per un’isola piccola come Pantelleria va bene. Il mordi e fuggi fa solo assaggiare. Io invece vorrei mangiare. Vorrei nutrirmi. Vorrei divorare.

Pantelleria #4 —

Pantelleria #4

Quando si parla dell’isola qui si sente la spinta del fare, dello spingere, del voler crescere. Dovete far fare qualcosa per i voli aerei, dice il viticultore ai tour operator. I giovani devono imparare dai genitori e dai genitori dei genitori che stavano piegati sui capperi per consentire un futuro migliore, dice l’ex professoressa, autrice di libri. E pensa a chi lascia l’isola e non resta per farla vivere. E pensa a suo figlio, che ora vive al nord. Storie di cicli che vanno e tornano.

Si sente tutto un fermento. Tutto un amore, per la durezza e la bellezza, per le trasformazioni. E di nuovo sbuca Mussolini, questa volta con toni più severi, che aveva fatto di Pantelleria una portaerei nel Mediterraneo e gli americani con i loro 35 giorni di bombe hanno distrutto tutto. Non è rimasto nulla.
I giovani se ne sono andati, all’Agro Pontino. I vecchi sono rimasti a occuparsi di capperi e vigne. Allora l’uva pantesca finiva nelle navi e andava a foraggiare i mosti di Marsala. Poi sono arrivati uomini ricchi dal nord, e hanno iniziato a comprare le terre incolte e i dammusi e nel loro modo di rifarle vivere hanno mostrato ai panteschi un modo sostenibile per sviluppare turismo ed economia locale. Ora sebbene agli occhi di turisti come noi molti sono i terreni che paiono incolti, molte le case abbandonate, ci dicono che oggi molti terreni sono tornati all’agricoltura. I prodotti panteschi arrivano nel mondo, pure in Cina e in Australia. Ci sono giovani che tornano alla terra. I capperi Igp sono unici. E i derivati (polvere, capperi secchi, foglie di capperi) vanno a decorare i piatti stellati nel mondo. E poi, ci dice la professoressa, le case sono abitate da gente che ama quest’isola. Ma, ecco che torna il tormentone, si dovrebbe allungare la stagione. Solo 4 mesi sono pochi.

Ascoltiamo queste storie nel suo dammuso di campagna, con il marito erede di un capperificio che oggi produce capperi artigianalmente per tutto il mondo. Il vento si placa. Il tramonto è lunghissimo.

Così è se vi pare

Gli ultimi stralci di sole li vediamo dall’alto sulla strada verso casa. Nell’osteria che fa pesce, bar del rione, un tunnel di pietra nera decorato a festa, gli auguri natalizi ancora esposti, le pareti della pietra lavica con vernici scolorate, le tovaglie con i disegni di peperoni e pomodori. La fine del tunnel totalmente coperta da uno schermo e in diretta un concerto di una radio privata. Dal centro di Milano. Odore di piscio ci accoglie. Kitch e squallore. Ci rifilano sogliole surgelate per fresche. Anche qui ci vogliono vendere una storia diversa da quella reale. E mi chiedo se questa disattenzione sia voluta o percepita. Non fosse che sono tutti cordiali, m’arrabbierei. Non fosse che il pescatore che ci serve è dispiaciuto, m’arrabbierei. E poi questo è l’unico posto in cui ho sentito il dialetto pantesco. E al bar tre pescatori bevono vino fumando, come si faceva nei bar di un tempo finito.

Pantelleria #3 — maggio 28, 2015

Pantelleria #3

Day 4

Mi sveglio carica di tensione come le raffiche del vento. Fuori il cielo è scuro, le nuvole scorrono velocissime, il mare è increspato. Mi avvolgo nel telo da spiaggia a modo di coperta e come un baco me ne sto rannicchiata sul divano che guarda al cielo, con un caffè caldo in mano, ascoltando il vento. Lo guardo, mi attrae (quanta energia e che magnifica violenza!) e mi fa rabbia. Volevo sole, volevo acqua di mare, volevo pelle abbronzata e invece sono rinchiusa per non volare via nel dominio di questo maestrale inarrestabile.

Lavoriamo un po’. Di pigliare la macchina e girare l’isola non ne ho voglia. La mia tensione cresce con il crescere del vento. Poi, finalmente, il sole si fa spazio. Le nuvole passano troppo velocemente per oscurarlo e da nere diventano bianche.

Che facciamo? Andiamo al lago? Facciamo il giro dell’isola nell’altro senso? Andiamo in giro a caso? No, no, dico. Io vorrei stare sdraiata al sole e leggere. E così faccio. Il sole mi passa sopra, lo vedo, e mi tranquillizza. Il libro mi inghiotte. Avevo solo bisogno di questo. Fermarmi, leggere, guardare il mare, sempre meno increspato, sempre più accogliente.

Bent el Rion, figlia del vento, è il nome arabo di questa isola.

Le viti crescono basse. I capperi crescono bassi. Gli ulivi crescono bassi. I cespugli sviluppano rami nodosi che crescono seguendo il terreno, non il cielo. Il vento, quando osano, li spinge al suolo. Solo le agavi sembrano non sentirlo. Alte, nobili, severe. Immobili. Emergono in un paesaggio chino. E poi ci sono i limoni, che trovano l’altezza solo perché protetti. Il giardino pantesco che li accoglie evoca storie da Mille e una Notte, storie di fiabe e di amori e di nascondigli e di lussi antichi. L’uomo in questo caso ha risposto al vento, e ha creato un recinto di pietra nera che diviene bellezza e grazia.

Le piante si nutrono con l’acqua di una terra vulcanica. Il verde resiste anche nei mesi caldi. Questo ci dice un produttore di vino che ci ospita per una degustazione nell’altopiano di Bukuram. La veranda al tramonto si riempie. Le nubi veloci ci passano sulla testa. Vicini, turisti o amici mettono in volo mille parole.

Parole più o meno stonate

Il tedesco pensionato di Freiburg che arriva con due radici di rafano per la compagna milanese del viticoltore pantesco. Il suo accento spigoloso si mescola alla sua morbida ironia. E al suo amore senza fronzoli per questa isola. Le cicogne migranti, mi dice, si sono fermate proprio li dove siamo noi, per alcuni giorni. Parla anche il cameraman veneto che in inverno lascia la compagna all’umidità di Rakhale per andarsene in Honduras. A fare documentari, dice. Ma ogni inverno? Sempre in Honduras? E mi chiedo se in realtà non vada su quell’altra isola, a filmare i famosi per la televisione. La sua compagna giura che d’inverno qua si diverte molto. Ci vive da tre anni. Ma la risata che ne esce quasi spaventa. È un invito a non crederle. La tour operator, venuta per vendere, dice che questa isola è davvero particolare. E la guardi sperando in una chiosa, che quel particolare detto da lei suona male, suona come quando dici che una ragazza è simpaticissima per non dire che è brutta.

E poi escono altre frasi: l’unico che ha fatto bene a questa isola è stato Mussolini che ci ha costruito le strade. Ti vengono in mente i fasci che hai visto sulla caserma vicino all’aeroporto e lo dici. Che male c’è? Grazie al fascismo qui abbiamo una rete viaria e pure un acquedotto. E senti anche dire che un’etichetta dei vini che stiamo bevendo è stata suggerita dal leader di quel partito che i terroni li voleva tutti staccati dall’Italia. Ma ecco, scopri pure questo: qui, per i panteschi, i terroni sono i siciliani.

Forse è il vento. Forse le giornate fredde. Forse la mia delusione perché quando dal nord vai al sud vuoi il sole, non so … Ma ecco, ripensando ai dialoghi su quella veranda al tramonto, ripensando alle storie e alle parole, di gente di passaggio o di gente che ha deciso di vivere qui o di gente che ci è nata mi rimane la sensazione che piccole, innocue, stonature rivelino un dietro le quinte meno folgorante.

Ognuno si costruisce una propria narrazione e si costringe a crederci. E per farlo ha bisogno che il primo a crederci sia tu, che ascolti. E sulla veranda ci hanno venduto la storia come vorrebbero che fosse, non come è per davvero. Troppi ci hanno voluto vendere, non solo un’isola che non c’è, ma una propria esistenza che non c’è.

E l’unico, è parso a me, in pace con se e con le sue scelte è il tedesco di Friburgo. Tutti gli altri, forse sono in quella fase di vita, che è come la mia, in cui si cammina ancora tanto e lo si fa, talvolta sbandando.

E chissà mi piace pensare che abbiano scelto quest’isola proprio perché il silenzio, il vento, l’isolamento, l’asprezza e la fertilità, e la bellezza non scontata li possano aiutare a sbandare meno e a trovare la pace come il tedesco di Friburgo o come quel vip illustre che ama, forse più dei suoi abitanti, questa isola e che propose di far tinteggiare il capoluogo con armonia, a sue spese, ma gli fu detto di no.

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