Il dondolare m’è dolce in questo mar, ovvero immagini sparse dalla Dalmazia Meridionale. — agosto 22, 2011

Il dondolare m’è dolce in questo mar, ovvero immagini sparse dalla Dalmazia Meridionale.

I miei occhi sono chiusi e mi lascio dondolare dal dolce basculare della barca. Negli occhi chiusi vedo solo il verde trasparente nel mare. Sono già sveglia e nel dormiveglia so che mi trovo ormai in un letto in terraferma, eppure mi ostino a tenere gli occhi chiusi, a lasciarmi cullare. Perché so con certezza che nel momento in cui li aprirò il mal di terra sparirà e con esso svanirà questa sensazione intensa e avvolgente dello stare in mezzo al mare.

Voglio trattenere ancora un po’ l’incanto del mare calmo al mattino presto, quello che ti coccola con il suo lieve ondeggiare, quello del silenzio di un equipaggio ancora addormentato, quello rotto dal cigolio o dallo sbattere di una cima. Voglio trattenere l’incanto che ha riempito i miei sensi per due settimane nella Dalmazia Meridionale. E mi pare davvero di sentire qualcosa.

Il profumo di pane tostato e di caffè la mattina. Le uova con pancetta preparate da Albi, lo sportivo della ciurma. Il profumo di creme solari e il sapore del sale sulle labbra. I brividi dell’acqua gelida e trasparente. La pelle d’oca della doccia a mare, con il sole ormai dietro il promontorio ed i suoi riflessi, gli ultimi del giorno, all’orizzonte.

E poi i suoni. Il silenzio del motore, lo srotolarsi del fiocco e della randa, il rullare della catena dell’ancora. Le urla negli ancoraggi. Lo scorrere dell’acqua sotto il mio letto a prua. La ninna nanna del plancton, così poetica e sorprendente. E poi le risate. Il mal di pancia dal ridere. O la stupidera soffocata in cabina con Novella, la sera, piano piano, ma irrefrenabile. I “comuuunque” di Niccolò. I suoi improvvisi “aneddoto” che ci hanno accompagnato dentro storie folli e letterarie, come quella  del pendolino che richiama un piduista dall’aldilà per autorizzare il dono di un Codice Napoleonico. Oppure ancora la frase: “Qualcuno vuole ancora formaggio, prosciutto … ?” E al no deciso e collettivo l’ordinaria smentita espressa in una voracità che nulla lasciava sul tavolo apparecchiato in pozzetto. E i budinini golosi alla vaniglia. E le frasi di Novella alla ricerca costante di oggetti perduti. E il dolce lamento di Vania: ”Novella si è messa i miei occhialiiii”. E il “Welcome to Croatia” ripetuto e ripetuto in una notte fredda e autunnale. La vita della barca. Le microtensioni di un microcosmo concentrato nello spazio e nel tempo. E i brindisi bloccati per non dovere fare troppi “cin”. La vita sulla barca. L’operazione di Flavia ai miei piedi martoriati dal riccio di mare. Mauri in versione James Bond sotto il mare. I racconti. Le confidenze. La voce forte di Pino. Il sorriso soddisfatto del nostro skipper in navigazione.

Un diario di viaggio dovrebbe raccontare tutto. Destinazioni, pause, descrizioni di luoghi visitati, ma questa volta ho spento tutti gli interruttori. Poche foto.  Pochi appunti sul diario. E allora, virtualmente, nel letto a terra, tenendo gli occhi chiusi, mi lascio cullare dal mare e in modo confuso riaffiorano le sensazioni più forti. E poi le immagini, quelle che si sono attaccate alle mie viscere, dentro la pancia e che prima che svaniscano davvero cerco di fermare qui, nel mio blog, in ordine sparso, così come emergono in questo dormiveglia forzatamente prolungato.

Vis, l’isola delle suggestioni

Piccola, incontaminata, un tempo luogo di ritiro di Tito, oggi la destinazione per chi cerca pace. Al molo, una fila di case. Semplicità. Atmosfera rilassata e libera. Scendiamo e ci dirigiamo verso la meta che dal mare per prima ci ha attratto. Mura sul mare e cipressi. Il cimitero. Lapidi assemblate, piccoli rettangoli con nomi croati e italiani, incisi e sbiaditi. Il segno del mare, del vento pieno di sale. Piastrelle che definiscono i confini delle famiglie. E fiori, tanti. Soprattutto di plastica dai colori accesi. Vasi di latta e di plastica. Tanti vasi quante le piccole forme di marmo. Come un rattoppo. Le aggiunte nel tempo di nuovi nomi, nuove vite scomparse. E dietro, sullo sfondo la leggerezza, quasi la gioia urlata dal mare blu luminoso e scintillante. È un tuffo dalla vita alla morte e dalla morte che si estende dentro questa vita. Io mi soffermo sulle foto. Una donna scomparsa negli anni cinquanta, in bianco e nero. Sembra un’attrice. Un maturo soldato, fiero e pieno di medaglie, gli zigomi pronunciati, lo sguardo orgoglioso. Un altro militare o cavaliere in tight, con altre antiche medaglie al petto. Un bastone. I baffi alla Francesco Giuseppe. Novella scova la famiglia Macchiavelli. Niccolò racconta la forza romantica di questo luogo.

Poi usciamo. Un aperitivo lungo la spiaggia e ci sentiamo tutti totalmente e intensamente in vacanza.

Ma Vis ci regala qualcos’altro. La baia più bella. La baia del cuore nella roccia. La baia dei mostri notturni. È una quinta di rocce aperta verso l’orizzonte che si stringe sempre più e sul lato opposto lascia il sipario socchiuso. Dietro vediamo ancora mare, come fosse una piscina naturale e vediamo una casa, un bar che sembra finto. Pareti rosa e grigie, il tetto a patchwork, un ombrellone rosso, di quelli della birra, due sedie, uno stenditoio, intorno solo sassi e dietro una ripida montagna verde che chiude la scena. Il sole scende. E Niccolò indica l’orizzonte: laggiù finisce il mondo. Sale la luna e le rocce prendono forma. Siamo protetti dentro questo gioiello da mostri buoni, facce che nelle ombre taglienti della luna compaiono con l’avanzare della notte: il mostro stanco, il mostro folletto e un cuore enorme. L’aria è fredda ma ciononostante rimaniamo in pozzetto il più a lungo possibile. Coperti da un plaid e berretti, ridiamo e ripetiamo il nostro spot:”Enjoy your summer in Croatia”.

Vis mi è rimasta nel cuore. È l’isola delle suggestioni. Delle briglie sciolte alla fantasia. Della pace. Del silenzio. Del mondo che a un certo punto finisce.

Hvar e Korcula: le piccole Dubrovnik

La prima che visitiamo è Hvar. Improvvisamente vita. Gente. Bar alla moda. Negozietti chic e shops di cianfrusaglie. C’è un caldo torrido. E la pietra ocra, liscia e luminosa sembra amplificare la sensazione del bollore che ci riempie le tempie di sudore e i polmoni di aria calda. Ci accoglie la bocca enorme dell’arsenale veneziano, chiuso purtroppo per ristrutturazione. Mi sembra di camminare in una miniatura, meno nobile e per questo quasi più dolce, della preziosa Dubrovnik.

Mangiamo, vaghiamo, facciamo la spesa e torniamo alla barca con un tassista scafista e scafato che non sa resistere alla madama con il cappello.

La seconda piccola Dubrovnik è Korĉula. Fascinosa e per me, misteriosa. Costruita a spina di pesce con l’angolazione delle strade in modo da fare entrare il maestrale per rinfrescare le case e bloccare la bora, vi si accede salendo una scala e passando sotto una torre. A me si rompe una scarpa e allora cammino, strisciando la pianta del mio piede nudo sul marmo liscio e lucente. La sera, Korĉula è talmente piena di vita da stordirmi. Ristoranti, bar, locali ricavati da ristrutturazioni azzardate come quella su una torre, vetri e scale a pioli fino sopra il tetto, verso le stelle. Musica. Chitarristi in piazza o dj-set nei bar alla moda. Noi ci fermiamo a cenare nella “baita ampezzana”, una sala di legno, soffitti bassi e attrezzi da falegname appesi ovunque. Il mal di terra mi ubriaca.

Di giorno rimane lo stesso fascino. Vediamo leoni veneziani ovunque e tracce inflazionate del passaggio di Marco Polo. Sarebbe bello, come per magia far scomparire tutti o fare una salto nel tempo e camminare su questo marmo, arrotondato da secoli e secoli di passaggi, insieme ai mercanti di allora. O anche solo sarebbe bello camminare per queste strade all’alba, quando tutto tace e le stradine di Korĉula mostrano la loro anima più autentica.

Vita nelle baie nascoste

Non ricordo il nome dell’isola. Di questo luogo mi è rimasto solo il suono. Tre barchette a motore sono ormeggiate a ridosso di una spiaggia che per noi, fortunatamente è lontana. A guardarla bene è piena di rifiuti. Le tre barche non sembrano di passaggio. È un accampamento nel mare di zigani acquatici. Da lì arriva il suono, canti slavi nostalgici e pieni di sentimento romantico e malinconico. Forse un disco. Forse sono loro. Forse entrambe le cose. A nuoto ci portiamo verso quelle imbarcazioni. Ma ci fermiamo prima. La trasparenza splendida del mare rende ancora più fastidiosa la vista dei rifiuti intorno alle tre barche. Ma invece che indignarmi e disperarmi, cancello questa visione e tornata in barca, sdraiata a prua mi lascio trasportare dai canti che riempiono la baia.

Altra vita la troviamo nella nostra ultima notte in rada. Il luogo ideale per un buen retiro. Il luogo ideale per isolarsi e fuggire dal mondo. Tre insenature. Su un lato una vecchia banchina di pietra e dietro una casa piccolissima con una sola piccola finestra e una pergola rigogliosa affacciata sul mare. Sull’altro lato tre case. Le case dei pescatori o forse solo case in affitto. Una famiglia tedesca si gode la pace sulla spiaggetta di sassi e una nonna croata dai capelli grigi scende una scala. Sono turisti? O figli di immigrati croati in Germania?  E tutto così delicato qui. Così calmo. Quasi struggente nella sua semplice e povera bellezza.

È l’ultima sera. Ultima notte in rada. Ed io non voglio uscire dall’acqua. Mi soffermo a guardare il blu che diventa sempre più scuro verso l’infinito del mare aperto, a sentire il rumore sott’acqua dei sassi che rotolano, a battere le pinne in mezzo ai pesciolini. Non mi sembra ancora finita questa vacanza. Non voglio che finisca.

Il mare

Mi ostino a tenere questi occhi chiusi ancora per un po’, perché prima di svegliarmi, prima di uscire dal mare voglio, devo raccontare com’è questo mare che ho visto e che mi è entrato negli occhi.

C’è  il lago di petrolio. Immobile e scuro, nel quale ogni minimo movimento crea anelli perfetti via via sempre più larghi e dove il sole al tramonto schiarisce l’acqua con riflessi rosati, quasi viola. Il mare di Mjliet, l’isola del fiordo seguito lungo il suo perimetro in bicicletta.

C’è il mare senza vento della navigazione. Quello che mi sembra una gonna di plisset di mia madre. Un tessuto blu scuro e pesante, rotto da regolari e piccole pieghe in diagonale spezzate a loro volta da macchie più scure, tentativi frustrati di increspature troppo deboli per mostrare il bianco della schiuma.

C’è spesso il mare verde trasparente, purificante e accecante. Magnetico per la sua bellezza, un invito all’immersione nonostante il freddo. Oppure il mare turchese, da cartolina. Dentro il quale si vede ogni cosa, come dentro un acquario, ingrandito dagli effetti ottici del vetro, lente d’ingrandimento naturale.  Un mare nel quale centinaia e centinaia di pesciolini si muovono in branchi o stanno fermi, immobili senza nemmeno subire le onde della marea.

Il mare del tramonto. Con i riflessi caldi del sole a disegnarne linee sbiadite e mosse. Con lo sciame di lucciole a nuoto sulla sua superficie. Con le stelle filanti che brillano e accecano la vista.

Il mare, infine, verso l’infinito. Il più magico per me. Che diventa sempre più muto, sempre più buio eppure ancora luminoso e misterioso. Che sembra chiamarti. Che sembra volerti invitare dentro il suo mistero. Un blu cobalto rotto a volte da una catena dell’ancora, rigida e impreziosita dai riflessi del sole o da una cima, che segna i percorsi obbligati dentro questo spazio altrimenti infinito e libero.

Eccoli, questi blu, questi verdi, questi movimenti, queste ombre liquide che riempiono i miei occhi.

Devo aprirli ora, i miei occhi. E sento il magone di quando la nostra barca ha fatto ingresso in marina. Anche se li apro, l’incanto rimane? Si, ne sono certa. Anche se cammino sulla terra.  La forza della bellezza di questo mare, di questa vita a bordo, di queste risate, di queste mangiate, di queste tante parole dette e ascoltate, rimangono.

Grazie ciurma. Grazie capitano. Grazie mare.

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