Fraser Island, l’isola di sabbia — agosto 10, 2010

Fraser Island, l’isola di sabbia

La mia fermata ad Harvey Bay è solo finalizzata alla visita di Fraser Island, un’isola che è patrimonio dell’umanità.

Sono 120 chilometri di sabbia, sui quali si è sviluppata una fitta foresta pluviale subtropicale. Il Capitano Cook, quando nel 1770 ci navigò a fianco, la nominò “Sand Peninsula”. Il nome Fraser, invece, deriva dalla sciagurata avventura dei signori Fraser, che qui fecero naufragio verso la metà del 1800.

Come andarono davvero le cose ai coniugi non si sa. La Lonely Planet racconta che il capitano Fraser morì, mentre la moglie fu salvata dagli aborigeni che popolavano l’isola. La nostra guida, invece, ci racconta che il capitano era gravemente malato, che insieme alla moglie chiese aiuto agli aborigeni, i quali dissero che avrebbero dato loro del cibo se avessero partecipato alla preparazione del pasto. Il capitano, vuoi perché indebolito dalle ferite, vuoi perché non aveva mai cucinato in vita sua e, direi, per una certa supponenza razzista, pare abbia rifiutato. Gli aborigeni, offesi per tale rifiuto, si dice lo abbiano gettato in un lago, dove morì, infettando l’acqua a causa delle infezioni procurate dalle ferite.  La signora Fraser, raccolta finalmente dai bianchi, provata e sofferente, finì la sua vita in un manicomio in Inghilterra.

Fatto sta che i “coloni” nel tempo scoprirono che questa isola offriva due risorse importantissime: legname adatto alle imbarcazioni e la sabbia, con i suoi minerali. Gli aborigeni fecero resistenza all’aggressione della loro terra, ma, naturalmente, alla fine cedettero. Basti pensare che solo dal 1992 ogni attività estrattiva è stata interrotta.

Storia e aneddotica a parte, la cosa davvero straordinaria di quest’isola è proprio la sabbia. Solo pochi sassi e scogli, hanno fatto si che in 800.000 anni, tra vento e correnti marine, si sia sviluppata l’isola.

La nostra prima tappa è la foresta. Descrivere l’atmosfera del camminare ricoperti da alberi e palme, sottilissimi e altissimi, in una penombra luminosa, per quanto possibile, tra tronchi lucidi, arancioni, quasi come muscoli di animali o tronchi dalla corteccia morbida come il sughero e piena di rughe profonde, o ancora alberi che sembrano ricoperti di lumachine e infine le palme, sottilissime, alla ricerca della luce, altissime verso il cielo, ebbene descrivere tutto questo è difficile, impossibile. Il sottobosco, inoltre, è assolutamente “non curato”, foglie di palme rinsecchite, rami secchi, tronchi morti, liane attorcigliate … davvero sembra la foresta vergine, senza traccia umana.

Noi abbiamo seguito un ruscello, denominato “Whispering River”, il fiume è detto sussurrante, perché è talmente leggero e trasparente e silenzioso che non si sente nemmeno il rumore dell’acqua e, se non fosse per qualche naturale ostacolo nel suo letto, non lo si vedrebbe nemmeno. Un corso di acqua trasparente nella penombra della foresta. Questo, per gli aborigeni dell’isola, era il luogo “privato” delle donne. Qui, infatti venivano a partorire.

Usciti dalla foresta saliamo sul nostro mezzo, una specie di camion-bus simili a quelli della Parigi Dakar. Su Fraser non ci sono strade asfaltate, ma solo tracce sulla sabbia. Solchi profondi, morbidi e diversi ogni giorno segnati dai Range Rover di pescatori e dai mezzi per i turisti. Usciti dalla foresta entriamo letteralmente in spiaggia. Una spiaggia larga, lunga, appunto 120 chilometri, che noi percorriamo con il nostro camion. La spiaggia è di fatto quasi una strada. Da un lato l’oceano, poi la sabbia, poi le dune, poi la foresta. Tutti i mezzi transitano su questa “strada” e non solo le macchine, anche piccoli aerei che da qui decollano per far vedere Fraser dall’alto. Mi rendo conto che i miei lettori potrebbero storcere il naso. Ma la spiaggia è talmente grande e il numero di frequentatori, per quanto possa essere alto, non viene percepito per l’estensione. Il  traffico non disturba, anzi rende molto suggestiva la vista attraverso il parabrezza. Spesso si incrociano pescatori che con i piedi in acqua buttano l’amo tra le due onde, prossime a rompersi sulla spiaggia. Dietro le dune ci sono i loro accampamenti. Nel mare, invece, oltre i pescatori, si vedono gli spruzzi delle balene. Branchi di passaggio con il loro dorso nero e la rapida nuotata.

Immerso nella sabbia, tra il mare e la spiaggia, troviamo anche un relitto. Meta preferita di tutti i turisti. Noi per fortuna ci fermiamo quando non c’è più nessuno. Intorno al relitto, trasportate dalla sabbia, ci sono piccolissime meduse trasparenti dai filamenti blu notte.

Percorriamo tutta questa spiaggia e arriviamo a Indian Hill (“Indian” perché Cook, quando vide gli aborigeni, li chiamò indiani). È uno dei pochi tratti di roccia. Saliamo e vediamo tutto lo splendore della spiaggia a sinistra e un altro tratto, identico, a destra. Al largo, balene e delfini. Sotto, in fondo ad uno strapiombo di 100 metri, fatto di rocce da pelle d’oca per le vertigini, l’oceano.

Questo è l’unico punto in cui ci sono parecchi turisti. Sembra quasi il capo di Santorini, dove tutti vanno a vedere il tramonto. Qui siamo tante formichine colorate con lo sguardo verso l’oceano alla ricerca di balene e delfini. Io, rivolgo lo sguardo verso il basso e rimango ipnotizzata dalla forza dell’acqua. Seguo le onde perché è come se una materia unica avanzasse, calma ma vigorosa, un magma turchese. Seguo l’onda che si forma, il colore è blu ottanio, un verde blu corposo e pieno. L’onda cresce e la cresta bianca e spumosa schiarisce i colori con un turchese pieno, quasi artificiale. Poi l’onda si spacca, è solo bianca, ma subito la schiuma scompare, diventa una pellicola luminosa, verde, trasparente. Seguo un’onda, due onde, tre onde e vorrei tuffarmi e esserne parte, ma l’altezza, gli scogli, la violenza dell’oceano e gli squali mi fanno semplicemente sognare il contatto con quel magma.

L’occasione, comunque per bagnarmi mi viene offerta poco dopo, anche se non in mare. Ci fermiamo ad un ruscello che dalla foresta scende nella spiaggia, l’attraversa e si butta nell’oceano. È un ruscello tortuoso, che percorro, non lungo la riva, ma dall’interno, dentro l’acqua. Ci sentiamo un po’ come Rambo nei film d’avventura (zaino in spalla, maglietta, ma gambe nude, con l’acqua fino alle cosce, circondati da una natura minacciosa) oppure come frequentatori di un wellness (camminare rilassati nell’acqua fresca circondati da colori e suoni distensivi). Il punto è che a differenza di un wellness qui siamo dentro qualcosa di reale. È un luogo di pace. È  il luogo dove le donne aborigene venivano con i bambini. E un po’ bambini ci sentiamo: camminare in un fiume è bellissimo. Mentre mi godo questa pace sento urlare il mio nome. Sono Marion e Wil, le due ragazze olandesi del Northern Territory. Loro hanno scelto un’esperienza più dura sull’isola: accampamento “senza bagno né niente”, mi dice un po’ preoccupata Wil. Non fa per me, penso, anche perché questa spiaggia è frequentata dai dingo.

I dingo sembrano cani, ma non lo sono. Hanno il colore delle volpi, l’aggressività dei lupi. Ne abbiamo visti due. Uno aveva scavato una fossa profonda un metro dove i pescatori avevano seppellito le interiora dei pesci. No, decisamente, la natura libera a Fraser non è cosa per me.

Mi godo molto di più il resort dove passeremo la notte. Un posto attrezzatissimo …, che mi ricorda il villaggio del film “Dirty Dancing”. Solo che qui è tutto un po’ più squallido e decadente.

La serata la passo con una ragazza tedesca che ho incontrato per brevissimi tratti nei vari spostamenti (e che rivedrò a Noosa) e tre ragazze francesi. Il gruppo questa volta è molto più grande e “tour operator style”, quindi più dispersivo e meno comunicativo. Si creano tanti piccoli gruppi … il  nostro è quello che dopo cena si butta a giocare a carte!

La seconda giornata è quella dei bagni. Non in mare, ovviamente, ma ormai sono abituata. In Australia ho soprattutto nuotato nei laghi. Piove, piove molto, ma non ci demoralizziamo.

Il primo lago è il Mckenzie, un bacino immerso nella sabbia bianca, morbida come fosse farina. Tutto intorno c’è la foresta e sopra un cielo grigio e plumbeo. Tentenno, l’acqua è gelida, hmm … non so che fare. Poi, come presa da un raptus, mi spoglio e corro lanciandomi in acqua. È  freddissima, ma (ormai lo so) dopo alcune bracciate, ci si abitua. Quando finalmente esco dall’acqua, sembra quasi caldo. Mi sento tonica e fresca e soprattutto soddisfatta!

Il secondo lago, tuttavia, il lago Wabby, è quello più suggestivo. Per arrivarci si deve seguire un percorso di 45 minuti circa dentro la foresta. È tutta sabbia ed io cammino a piedi nudi, perché mi sembra quasi di farmeli massaggiare dalla sabbia. La strada è tutta in salita. Arrivati in alto ci troviamo di fronte una specie di mare di sabbia. Dune immense. Seguiamo le tracce che ci hanno preceduto in questo paesaggio straordinario e così diverso da tutto ciò che abbiamo visto fino ad ora sull’isola, poi ad un certo punto, la discesa. Siamo sulla vetta di una duna che ripida scende direttamente nel lago. Sul lato apposto l’acqua è quasi invasa dalla foresta. L’acqua è verde bottiglia, scura al centro, ma verde chiaro sulla riva a contatto con la sabbia. Questa volta il bagno non lo faccio. C’è poco tempo a disposizione e poi, il mio costume si è appena asciugato e piove … Mi godo questo paesaggio. Alcuni ragazzi del nostro gruppo si buttano sul pendio di sabbia sprofondando con i piedi, acquisiscono sempre più velocità e finiscono con una capriola in acqua. Peccato non ci sia il sole. Brillerebbe tutto di più.

Insomma, Fraser Island, è di nuovo un’altra sorpresa. Di nuovo paesaggi, colori, atmosfere diverse dentro solo 120 chilometri di lunghezza.

Ora sono rientrata a Hervey Bay, con i piedi pieni di sabbia incrostata e pronta per la mia prossima partenza. Domani dormirò a Noosa.

Superato di nuovo il Tropico del Capricorno — agosto 8, 2010

Superato di nuovo il Tropico del Capricorno

Alle 6 del mattino un pullman carico di passeggeri immersi nel sonno, compresa la sottoscritta, ha passato il Tropico del Capricorno.

Il passaggio è avvenuto in modo traumatico. Non perché passare una linea convenzionale, che ci introduce nel vero inverno, possa causare scompensi chimici o magnetici. Il trauma è di provenienza tutta umana. L’autista (viaggiavo su un bus notturno) alle 6, arrivati a Rockhampton, ha prima acceso la radio a tutto volume e poi le luci. Alcuni passeggeri dovevano scendere e questo gli è sembrato il modo migliore per informarli dell’arrivo a destinazione.

Il viaggio notturno, a parte questo risveglio, è stata tranquillo. Ero stanchissima, perché dopo lo sbarco dalla nostra barca a vela ad Airlie Beach, come una “homeless” ho girovagato tutto il giorno in attesa di partire. Le valige erano custodite, ho passato qualche ora in spiaggia gustandomi degli spaghetti thailandesi, ho fatto un doccia di cinque dollari in un ostello e poi sono andata a cena con i compagni di mare. La serata è stata divertente, ma ad un certo punto ero davvero stanca. Al gruppo si era unito anche Bjorn, il ragazzo tutto fare della barca, che aveva un unico obiettivo per la serata: ubriacarsi. E con lui, molte delle persone intorno a noi.  Molti (non il mio gruppo, per fortuna) bevevano scaricando litri di birra in gola. Non per il gusto del luppolo, ma per il gusto dello stordimento.

Stanca morta e felice di abbandonare gli ubriachi sono, dunque, salita sul bus e mi sono addormentata subito.

La destinazione era Agnes Water, un piccolissimo villaggio sulla costa, vicino a Town of 1770, dove Capitano Cook sbarcò scoprendo l’Australia.  Avendo davvero poco tempo a disposizione, visto che il giorno dopo sarei ripartita, non ho nemmeno esplorato la zona, che è descritta come molto bella. Il villaggio, in ogni caso, è semplicemente un incrocio con due supermercati, due bar, un benzinaio ed un negozio per surfisti. A fianco ci sono le Poste, la scuola e qualche altro edificio. Poi le case, prevalentemente nuove, e infine il mare. Una bella lunga spiaggia, come sempre con poca gente, come sempre pubblica e non attrezzata. Insieme a me, per tutta la giornata, c’è stata una ragazza tedesca, conosciuta in pullman, con la quale condividevo anche la stanza. Credo che si tratti il primo caso di walkabout con effetti negativi. Ha appena 21 anni, da 9 mesi gira da sola per l’Australia e si trova in una fase negativa e quasi disperata. Così sono stata con lei, le ho fatto forza, sono stata quasi materna per darle coraggio. Lei alla fine mi ha ringraziato e abbracciato per essere stata con lei tutto il giorno. Speriamo che se la cavi.

Il fatto di aver attraversato il Tropico del Capricorno è evidente la sera più che mai. Ho ripreso il mio berretto di lana, ho indossato tutti i vestiti che avevo e, non essendo il mio bungalow riscaldato, ho dormito vestita. Gli sbalzi sono notevoli, davvero.

Ora mi trovo ad Harvey Bay, località famosa per le balene e per Fraser Island, la mia destinazione (l’ultimo tour) nei prossimi due giorni.

Harvey Bay è una cittadina abbastanza grande, con una strada piena di negozi e ristoranti ed una spiaggia frequentata oggi soprattutto da bambini che saltano come cavallette impazzite nell’acqua fredda. Io provo a stare un po’ in costume, ma alle tre, il sole è già molto invernale e una leggera pelle d’oca mi costringe a rivestirmi. È definitivamente finita la mia permanenza nella fascia tropicale e quindi devo abituarmi al caldo tiepido del giorno e al freddo la notte.

Domani mattina parto di nuovo, per Fraser Island, che, a quanto ho letto, è magica e speciale. Poi Noosa, un piccolo paese e poi Brisbane, dove prenderò un aereo per Sydney. Sto iniziando a sognare la città …

In barca a vela nelle Withsundays — agosto 6, 2010

In barca a vela nelle Withsundays

La ciurma si è trovata nel primo pomeriggio nella nuova, immensa Marina di Airlie Beach. Davanti a noi, due notti nelle isole, si dice, le più belle dell’Australia.

Il nostro mezzo di trasporto è una barca a vela, costruita 25 anni fa come barca da regata, lunga 15 metri. Oggi è una gentile signora, che scorazza piccoli gruppi di turisti nelle isole di Withsunday. Gentile e, all’interno, decadente signora, sia per la sua età sia per una manutenzione non sempre al massimo livello. Ma non importa. Siamo in 12 persone (prevalentemente tedeschi, ma anche olandesi, un francese e un’irlandese) più due persone di equipaggio: il mozzo, cuoco, nostra guida e tuttofare, Bjiorn (un misto di Canada, Norvegia e Svizzera nelle vene) e Marc, il capitano (che generalmente fa regate, ma in questi giorni aiuta il proprietario della barca, assente perché in viaggio di nozze).

Lasciamo Airlie Beach puntuali e appena entriamo in mare aperto, la temperatura scende. Ci sediamo tutti su un lato, la barca si piega e prende velocità. Seduti, con le gambe a mare e frequenti spruzzi di acqua di mare (più calda dell’aria) facciamo conoscenza. I sei tedeschi sono insegnanti,  la ragazza tedesca, viaggiatrice solitaria come me, è educatrice di bambini con disagi (si è presa un anno sabbatico per ritrovare energia dalla durezza del suo lavoro), il ragazzo francese, marocchino di origine, si è buttato nel walkabout perché ha aperto un’azienda di recruting proprio quando è scoppiata la crisi e allora ha deciso di staccare per un po’, i due olandesi sono amici, lui lavora a Sydney, lei è venuta a trovarlo per le vacanze e, infine, la ragazza irlandese è l’unica della quale so pochissimo, è la contemplativa e solitaria del gruppo, con il viso immerso in un romanzo di Ohran Pamuk.

Ci avviciniamo alle isole e attraversiamo il Withsunday Passage, un canale che dal mare aperto porta ad Airlie Beach, lo stesso che accolse nel 1770 le navi del capitano Cook lo “scopritore” dell’Australia.

Dopo tre ore di navigazione a vele spiegate, ci fermiamo in una baia. E’ quasi buio, e dobbiamo sistemarci per la cena e per la notte. Quando ormai non si vede più nulla, Bjorn ci porta stuzzichini per un aperitivo, che divoriamo infreddoliti e completamente bagnati, ma contenti.

Siamo in 14 quindi dormiamo davvero ammassati e il “mozzo”, con il tradizionale sacco outdoor dorme in pozzetto.

Il risveglio è stupendo. Esco subito per vedermi il mare e lo trovo un po’ mosso. Sono le 7 e il sole è già alto. La luce è splendida. Eppure, guardandomi intorno rimango colpita. Le isole sono tutte montagnose, simili a Magnetic Island, ricche di vegetazione con sporadiche spiagge. Le immagini, invece, che avevo visto, erano diverse. Mi immaginavo qualcosa di diverso …

Lentamente si svegliano tutti, facciamo colazione, laviamo le tazze e pronti, si riparte. La navigazione questa volta è breve. Arriviamo ad un isola, simile alle altre, e con il gommone veniamo portati a terra. Il programma prevede una camminata sull’isola, lungo un sentiero che l’attraversa. La barca verrà a riprenderci dall’altra parte. Il sentiero è leggero e breve e ci porta ad un “lookout”, una terrazza che si affaccia sulla magia pura. Davanti a noi si apre un paesaggio di una bellezza indescrivibile. I colori predominanti sono il bianco, il turchese ed il blu.

Ci troviamo di fronte ad altre isole e piccoli fiordi, con l’acqua turchese, che sembra colorata, tinta di turchese, ma soprattutto la sabbia è bianca come la neve. Non solo. Nel mare, dall’alto sembra di vedere striature bianche, come quando il latte sul cappuccino viene riversato creando dei baffi, delle scie, solo che invece del caffè sotto c’è un mare turchese. È come se della crema fosse fatta scivolare a pennellate  nel mare. Scendiamo di fretta per poterci camminare sopra. Sembra di trovarsi in un mondo irreale. La sabbia è talmente sottile che sembra di camminare sullo zucchero a velo. La spiaggia è lunga, candida, mossa. Un paradiso vero, l’eden.

Questo è un altro luogo sacro agli aborigeni. Qui gli anziani venivano a morire. E posso immaginare perché. Sembra il ponte verso la bellezza assoluta, la pace immensa, la perfezione. Camminiamo su questa sabbia bianca, entriamo in acqua, raggiungiamo le secche bianche abbaglianti in mezzo al mare turchese, io mi sdraio sul bianco, mi metto a peso morto in acqua, esco, striscio i piedi sullo zucchero a velo. Aggiriamo la nostra spiaggia e alcuni sassi neri, dalle forme quasi umane, arricchiscono i contrasti.

E il bello è che siamo praticamente soli perché il gruppo che ci ha preceduto se ne va. Soli significa camminare su una sabbia senza tracce, vergine. È come essere immersi in una bolla onirica.

L’ultima ora la passiamo semplicemente sdraiati a chiacchierare, abbagliati dai colori che ci circondano. Io ogni tanto mi butto in acqua, perché, anche se fredda, voglio immergermi il più possibile dentro questo incanto e farne parte.

Il gommone viene di nuovo a prenderci e saliamo a bordo. Bjorn ha preparato caffè per tutti. Siamo quasi muti, mentre beviamo il tazzone di acqua scura, muti per l’incanto che abbiamo potuto vivere.

La barca si rimette in moto e andiamo a fare snorkeling. Indossiamo tutti le mute leggere antimedusa, mettiamo la maschera, prendiamo il tubo e “puffff”, tutti in acqua. Io ho comprato una macchinetta fotografica usa e getta e scatto 24 foto in 10 minuti. Sotto, il mare si ripresenta il paesaggio marino di Cairns. Sbaglio a fare tutte queste foto, perché non sapevo ancora che il tardo pomeriggio mi avrebbe regalato visioni ancora più straordinarie.

Dopo pranzo, infatti, ci dirigiamo verso uno dei punti più battuti per lo snorkeling. Prima di arrivare, tuttavia, vediamo spruzzi immensi all’orizzonte. Le balene! Le cerchiamo, ma sono velocissime sott’acqua e poi una, abbastanza vicina a noi, ci regala uno sbuffo altissimo e la meravigliosa coda nera che esce dall’acqua.

Per il secondo snorkeling della giornata ci fermiamo alle 17.00. Ormai non c’è nessuno. Noi abbiamo freddo e le tute anti medusa sono fredde e umide, ma non possiamo rinunciare. Di nuovo, come se andassimo a sciare in una giornata nevosa e fredda. Ringrazio me stessa per non aver avuto “paura del freddo”, perché lo spettacolo che mi si apre sott’acqua, appena ci butto la testa, è uguale a “tutti i coralli visti fino ad ora … alla potenza”. I colori sono sempre quelli bellissimi dai gialli, ai verdi ai blu, ai viola, al color lavanda. Qui è tutto più grande, ed è continuo. Non c’è pausa. Nuotiamo sopra un immenso e colorato tappeto di coralli. Non solo. Nuotiamo insieme ai pesci. Io mi intrufolo in un piccolo branco di pesci zebra e davvero, non scherzo, nuoto insieme a loro. Vedo il pesce pagliaccio, coloratissimo e un branco di “Dori”, la pesciolina amica di Nemo. Ci sono anche piccole meduse, ma noi siamo protetti. L’acqua è leggermente torbida per il plancton che galleggia. I coralli hanno dimensioni enormi. Uno, giallo fosforescente, sembra un enorme cervello. È grande come una Cinquecento. Non fosse per il sole che ormai sta scendendo, non uscirei più dall’acqua.

Risaliamo in barca e siamo tutti talmente felici per ciò che abbiamo visto e per la giornata e ci sentiamo quasi amici di sempre. La serata, infatti, passa in grande allegria, con musica da farti ballare, con un anticipo di festa di compleanno del ragazzo olandese … Andiamo a letto tardi, questa volta, stanchi morti e pieni di immagini straordinarie nei nostri occhi.

Purtroppo il risveglio del secondo giorno ci dice una sola cosa: si torna ad Airlie Beach. Vorremmo tutti continuare, immaginiamo di ammutinare la barca e continuare la crociera …

L’unica vera soddisfazione del viaggio di ritorno è il vento. Raggiungiamo i nove piedi e navighiamo costantemente per tre ore. Come colonna sonora c’è il mio Ipod che tra sounds brasiliani, argentini e italiani ci accompagna verso la fine del viaggio.

Ad un certo punto lungo la navigazione un catamarano sembra venirci quasi addosso. O forse siamo noi che stiamo andando verso la collisione. Il capitano sorride. Dal catamarano, piegano all’ultimo istante e noi, sotto, a ridosso  viriamo. Noi assistiamo alla scena pensando a quei pazzi, ma scopriamo poi che i pazzi siamo noi. A guidare il catamarano c’è un amico del nostro capitano che al nostro passaggio ravvicinato ci fa vedere un pesce enorme, appena pescato e noi battiamo le mani, più che per complimentarci per lui, credo, come senso liberatorio per la collisione scampata. Marc, il nostro capitano se la ride, dietro gli occhiali scuri.

Man mano che Airlie Beach si avvicina, la tristezza ci prende. È uno strazio da questo punto di vista questa vacanza. Oltre a tanti incontri, ci sono anche continui commiati, saluti, abbracci, scambi di indirizzi. È incredibile come solo in due giornate si riesca a creare una tale armonia e come la saudade ci avvolga tutti.

Oggi, per fortuna è dilatata. Questa sera ci troviamo a cena, esclusi gli insegnanti tedeschi, e poi di nuovo, ognuno con il suo viaggio, per la sua strada.

Io parto questa notte per 1770, il paese che ha preso il nome dall’anno dell’approdo in Australia del Capitano Cook.

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