Sydney e i miei ultimi giorni down under — agosto 19, 2010

Sydney e i miei ultimi giorni down under

Il piano iniziale prevedeva un’esplorazione capillare di tutti i quartieri, con salto alla famosa Bondi Beach, la spiaggia dei surfisti di Sydney, ed eventuale camminata a Mainly Beach.

Sono partita determinata, con segnati, da bravo Capricorno, giorno per giorno i cerchi sulla cartina. Dopo The Rocks, Newtown e Glebe era la volta di Dalinghurst e Paddington. Poi mi sono fermata. 

Dalinghurst e Paddington

Questi due quartieri si sviluppano intorno a Oxford Street. Una strada lunghissima, che si muove in diagonale a sud-est della City. Appena entrata nella via, larga, trafficata e piena di bar e negozi, due cose mi colpiscono. Le case sono basse, a due piani, costruite tutte tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900. Alcune sono decadenti, altre ridipinte e ristrutturate, tutte portano segni di Art Deco. Non sono tuttavia le case che saltano agli occhi, ma i colori. Mi verrebbe da dire che è tutto rosa e turchese, ma credo sia più che altro un ricordo distorto. Certo è che la prima parte di Oxford Street è decorata con bandiere arcobaleno, che molte case sono colorate e che ci sono tantissimi bar e locali. La prima parte di Oxford Street ospita la comunità gay di Sydney e si vede! Io mi godo il solito soy-latte in un bar su una piazza e semplicemente osservo. Tuttavia la strada non è sovraffollata e tutto è molto tranquillo. Immagino che qui sia soprattutto la sera che i bar si animano.

Continuo la mia esplorazione su Oxford Street e lentamente l’atmosfera cambia. Meno colori, meno bandiere. I negozi stessi diventano via via più raffinati. Sono entrata a Paddington, il quartiere “chic” di Sydney. In realtà non è su Oxford Street che si percepisce quanto più nelle piccole vie laterali. La mia preferita è William Street: una piccola strada leggermente in discesa, sulla quale si affacciano piccole case, splendide, in stile vittoriano. Larghe quanto una stanza, affiancate l’una all’altra, con il balconcino al primo e unico piano in ferro battuto, lavorato come un merletto, simile ai tavolini inglesi da giardino. Le case sono ristrutturate e molte ospitano piccoli negozi. Dai prezzi dei vestiti esposti, mi rendo conto di essere finita in una specie di “Via della Spiga”, che qui è vetrina degli stilisti australiani.

Giardini Botanici

Il giorno successivo, il mio penultimo giorno, me la prendo comoda. Visito l’Art Gallery del New South Wales, ma proprio la sezione di arte aborigena, che mi interessava, è in allestimento. La Galleria si trova a fianco dei Giardini Botanici e così decido di andare in mezzo al verde. Per i miei lettori deve apparire tutto confuso. “Ma come”, direte, “non avevi tanta voglia di andare in città e adesso ti rifugi in un parco?” Avete ragione e questa cosa ha colpito anche me. Per un mese i miei occhi si sono riempiti di orizzonti infiniti e pace e ora, l’orizzonte è delimitato dai palazzi, il traffico è pazzesco e di girare per la città un po’ mi sono stufata.  Non dipende da Sydney, dipende da me, che sono stanca e che non ho più l’ansia del “vedere tutto”. Per questo me ne vado ai Giardini Botanici, per avere un po’ di quiete e riposare gli occhi.

Illusa! Arrivo e vengo letteralmente travolta da un traffico continuo e ansimante. Non si tratta di macchine, ma di runners! È pausa pranzo e credo che tutta la city si sia riversata qui. C’è chi corre da solo, chi in coppia, ma soprattutto ci sono i gruppi da 10 o 20 o anche 30 persone che corrono velocemente, a volte guidati da un trainer che li incita “C’mon, guys!” Io devo appoggiarmi ai tronchi degli alberi per non essere travolta, perché arrivano da destra, da sinistra, dal sentiero dietro di me, … insomma, come se fossi in un incrocio di macchine all’ora di punta, dove le macchine sono persone.  E loro non si spostano, corrono veloci e la sensazione è che se non trovi riparo ti passano sopra. Mi rifugio in una zona apparentemente più tranquilla, ma come nel film Juno, ogni tanto una truppa passa, anticipata dal tonfo dei passi e dal respiro sofferente. Tutto ciò dura un’ora, poi sui Giardini Botanici cala la pace. Mi siedo sull’erba e davanti a me ho la baia, il ponte e l’Opera House. Finalmente un orizzonte armonioso. E finalmente il silenzio.

Opera House: vista, tatto, ascolto

La vera sorpresa, se così si può dire, me la trovo davanti agli occhi quando raggiungo l’Opera House dai Giardini. L’impressione è completamente diversa rispetto alla vista dal molo. Avevo parlato di vele. Ora, mentre mi avvicino, sopra la grande scalinata vedo le figure, che sembrano enormi chiocciole aliene o le maschere di Guerre Stellari. Hanno qualcosa di fantascientifico, dell’immaginario fantascientifico degli anni 70, viste da questo lato. E salire le scale lentamente, avvicinarsi a queste bocche di vetro è come essere dentro un sogno, una visione. Certo, aggiungo che il mio Ipod mi ha fornito la colonna sonora giusta e che l’impostazione sul bianco e nero della macchina fotografica mi ha aiutato a vedere solo le ombre e le luci, solo i tratti essenziali. Rimango quasi due ore a girare intorno e la serenità di questa vacanza si è riappropriata di me. Mi mancavano la suggestione e l’emozione e l’Opera House me le ha regalate.

Ma manca ancora l’ultimo regalo di questa meravigliosa “icona” australiana. 

La mia ultima sera a Sydney e in Australia l’ho festeggiata con Giulio dentro l’Opera House ascoltando Beethoven, Tschaikovsky e un compositore australiano, diretti da Vladimir Ashkenazy.

Quando entriamo all’Opera House, Giulio ed io … siamo emozionati, entrambi. La nostra poltrona si trova a fianco del palco, in alto, con una vista perfetta sull’orchestra e sul direttore. Appena entro nella Concert Hall rimango senza parole dalla bellezza della sala, dalla sua grandezza, dalla fila di poltrone fuxia e crema che sembravano raggiungere il soffitto, dal palco ovale conchiglia, quasi al centro della sala. Il pubblico sta entrando e i musicisti stanno accordando i loro strumenti. Sono bloccata in contemplazione di tutto ciò.

Poi, tutti  ai loro posti ed esce il direttore generale della Sydney Symphony Orchestra e scopro che questa serata è una serata importante perché augura “bon voyage” all’orchestra e al suo direttore Ashkenazy per la tournee di due settimane in Europa. La prima tappa, ho letto sul giornale, è a Stresa, domenica prossima.

La serata è importante anche perché siamo in diretta sulla ABC, perché c’è la governatrice del New South Wales in sala. Insomma, siamo dentro un evento culturale importante per la città.

Arriva Ashkenazy e inizia la musica. Rimango rapita, ipnotizzata e commossa dalla forza e dalla delicatezza, dal seguire il direttore così da vicino, dal sentire la musica salire dal basso ed entrare nel corpo. Sembra di essere lì, in mezzo ai musicisti, dentro il pianoforte, in una sorta di simbiosi con gli strumenti, la sala, il pubblico.

Non potevo concludere in modo migliore i miei 40 giorni australiani. Fra poche ore parto e fra un giorno sarò in Italia. Dentro il mio cuore, oltre a Uluru e White Heaven, dopo questa serata, mi porto anche la musica dell’Opera House.

Finisce qui il mio diario australiano. Ma come commentato con i tanti compagni di viaggio trovati lungo il mio percorso, l’Australia è solo un trampolino, un magnifico trampolino, per esplorare il mondo. Qui senz’altro ci tornerò. C’è chi parla di mal d’Africa, io sento un po’ di mal di outback … e questo male non mi dispiace affatto.

Alla scoperta di Sydney — agosto 15, 2010

Alla scoperta di Sydney

Il mio arrivo a Sydney è sensazionale per me.

Dopo un mese di girovagare, di spazi immensi, di luoghi a grandangolo, con gente diluita, quasi impercettibile, tranne in pochi luoghi, qui mi sono ritrovata in una città piena. Piena di traffico, di strade, sopraelevate, bus, treni, piena di luci, ma soprattutto piena di gente. Il mio albergo si trova vicino al Victoria Building, la “Galleria” dei negozi, affacciata su un incrocio, snodo di gente e di mezzi.

Lasciato lo zaino in hotel esco subito e l’impatto è fortissimo. L’impatto non solo visivo, ma anche fisico. Cammino come se non avessi mai visto una città e la gente, frettolosa, mi viene addosso, tanto sono stralunata. All’incrocio, poi, appena i semafori sono verdi per i pedoni, contemporaneamente da tutti i lati partono decine e decine di persone, non solo perpendicolarmente alla strada, ma anche in diagonale. Per alcuni minuti i pedoni occupano, attraversandolo in tutte le direzioni, quell’incrocio. Una meraviglia! Poi, con il rosso, tutto si ferma e sui marciapiedi inizia l’accumulo di nuove frotte di persone, che poi al verde ripartono. Un ciclo continuo.

Io mi limito a girare per il Victoria Building, che dall’esterno sembra un piccolo Harrods, e all’interno è un edificio raffinato e ben ristrutturato che ospita boutique di ogni tipo, abiti da sera e stilisti internazionali, marchi di design australiano, caffetterie e negozi di gioielli. Giro un po’, mi guardo intorno …  ansiosa di iniziare l’esplorazione della città. Ormai è buio, i negozi chiudono e me ne torno in hotel a preservare energie per il giorno dopo.

Glebe e Newtown

La prima giornata l’ho passata nei due quartieri “alternativi” di Sydney, attratta dal mercatino del sabato di Glebe. Immaginavo un mercato immenso e tanta gente e invece, con un po’ di delusione, trovo un mercatino piuttosto raccolto, vivibile, ma per me poco stimolante. Immaginavo il caos dei mercati di Londra … Le bancarelle vendono abbigliamento creativo di aspiranti stilisti e molto “vintage”: vestiti, cappotti, camicie, borse, scarpe usate. Anni fa sarei impazzita, oggi invece li passo svogliata …

Alla fine Glebe si raccoglie intorno a questo mercato e la vita, sebbene dimessa, è soprattutto fuori. Piccoli bar, qualche negozietto. Io mi fermo alla libreria Sappho, che mi ha consigliato un ragazzo francese conosciuto sulla barriera corallina a Cairns. Contrariamente a ciò che il nome potrebbe far pensare, non è una libreria gay. È un negozio di legno schricchiolante, che vende libri usati e libri antichi, vecchie copertine di libri di fantascienza e spartiti di musica. Ciò che attira qui i clienti, tuttavia, non sono tanto i libri, ma il bar, sul retro del negozio, che si estende in un cortile tra muri di mattoni rossi, ridipinti con graffiti, e qualche piccola palma. C’è una terrazza, ci sono i tavolini e un’atmosfera da colazione  di un sabato mattina. Io mi concedo un soy-latte (caffelatte con latte di soja), che si pronuncia soi-latteii.

Mi dirigo a piedi verso un altro quartiere, sempre consigliatomi dal ragazzo francese: Newtown.  La strada principale questa volta, risponde alle mie aspettative. Delimitata da case a due piani, vecchi laboratori o case operaie, la via è piena di negozietti di abbigliamento fantasioso, di dischi, di cartolerie bellissime, di librerie di ogni genere, dai libri d’arte ai libri usati. Una libreria, ricavata in una vecchia fabbrica, è talmente piena di libri, negli scaffali, negli scatoloni, impilati da terra al soffitto, che mi chiedo come si faccia  a trovare qualcosa. Noto solo un settore, ben indicato : marxismo, trotzkismo e stalinismo.

Lungo strada, sotto un murales che rappresenta Martin Luther King e il suo “I have a dream”, un piccolo gruppo di difensori dell’australianità (sono tutti bianchi, quindi mi chiedo quale australianità difendano) manifesta contro l’immigrazione. Ad un certo punto un altro gruppo di persone (questa volta sono bianchi, indiani, neri …) si avvicina e inizia ad urlare “No Nazi in Newtown”. Scoppia la rissa. I nazi rispondono alle provocazioni, gli altri gli spaccano i cartelli, si menano ed io sono lì in mezzo che scatto qualche foto, ma poi, i “nazi” mi fanno paura, perché sembrano davvero picchiatori. Uno, vestito da militare e tutto muscoli, davvero non scherza. Mentre arriva la polizia, mi allontano pensando che mettersi sotto la frase di Martin Luther King in un quartiere evidentemente multietnico a manifestare a favore dei bianchi è davvero da … nazi!

Insomma, anche questo, credo esprima il carattere di Newtown. Un quartiere alternativo, … vivace, con gente vestita in tutti i modi, ma senza seguire davvero una moda o un trend. Mangio un’insalata al sole e osservo il movimento … ma devo sbrigarmi. Ho un appuntamento all’Opera House.

Opera House, prima visione

Quando mi trovavo ad Airlie Beach, via internet ho comprato due biglietti per un concerto all’Opera House, diretto da Ashkenazy. Ci vado, l’ultima mia sera in Australia, con Giulio, il ragazzo di Castelfranco conosciuto nel Northern Territory. L’appuntamento ce l’ho con lui.

Arrivo dunque a Circular Quay, il molo principale da dove partono tutti i traghetti e le crociere. È il molo a fianco al quale è stata costruita l’Opera House.

Quest’edificio credo sia uno dei più fotografati al mondo, il simbolo di Sydney. Tutti lo abbiamo in mente. Mi ci presento dunque con un immaginario, un’idea che deriva dalle tante immagini viste. E quest’immaginario, nel mio caso, viene sconvolto, viene tradito, positivamente tradito. Immaginavo un’area vuota, libera, lo spazio intorno e sul mare l’Opera House. Invece …

L’Opera House è sul mare, ma prima di arrivarci si passa attraverso un tante cose. Sydney è una città che si è sviluppata in una baia su un terreno collinoso. Oltre al sali e scendi, nella zona dei moli principali (Circular Quay) c’è di tutto, che nemmeno un grandangolo potrebbe raccogliere, ma che nel raggio visivo dei miei occhi, che si muovono frenetici da un lato all’altro, entra completamente: il ponte alle spalle,  la cui presenza è fortissima e imponente, i moli, con traghetti, barche, battelli di ogni genere, le casse e i gli uffici dei vari cruiser, le crociere per la baia, i bar, sopra la testa c’è una strada (sono molte le strade sopraelevate a Sydney) e poi la gente (turisti, ma anche gente che è lì per lavoro, che da lì si muove o torna dal lavoro …). In fondo, infine, vedo lo spazio che si allarga e verso il mare è pieno di bar, con musica dal vivo, pieni zeppi di gente che al tramonto si gode un bicchiere di vino e sopra, si apre la scalinata che porta all’Opera House e dietro vedo, imponenti, le “vele” bianche, splendide. Sono stordita. Per tutti gli “ostacoli” visivi che mi hanno portato lì, ma che non sono ostacoli, sono la vita di questo pezzo di Sydney. In cima alla scalinata vedo Giulio, che alza un braccio e mi saluta. Che bello trovare un amico a Sydney, che bello trovarlo dentro questa ubriacatura di immagini.

Ci abbracciamo, entriamo, ritiriamo i biglietti prenotati e poi ci incamminiamo verso la zona del mio hotel dove lui prende il bus per casa. Nel frattempo mi chiedo come si possa fotografare qualcosa che è stato fotografato così tante volte, come si riesce a far entrare nella foto tutte queste sensazioni?

The Rocks

La mia seconda giornata la pianifico bene, ma poi strada facendo cambierò i programmi. Sydney è così. È una città che sorprende ed è bello lasciarsi sorprendere nella sua esplorazione.

Dall’hotel mi dirigo a piedi verso la Walsh Bay, la baia a ovest dell’Opera House. Questa era una zona di moli e cantieri. I quattro moli sono stati perfettamente ristrutturati, lasciando evidenti le vecchie mura di mattoni rossi, le pareti di legno verniciato e taluni strumenti, quali le carrucole per il carico delle navi. Uno di questi moli oggi è occupato da appartamenti, che immagino siano molto costosi, in cui le aperture sono diventate immense vetrate e con l’accesso diretto alla propria barca ormeggiata. Un altro, invece, è occupato per intero dal teatro di Sydney, con la sala, le sale prove ed i laboratori. Purtroppo non posso entrare, ma riesco a intravedere una sala prova, con i soffitti e travi a vista, un palco grezzo, sedie sparse, costumi appesi ed un grande tavolo a centro. Al fianco di questa sala, c’è un piccolo caffè, che più che altro sembra una cucina. I clienti non ci possono entrare e ordinano da una finestrella e stanno seduti fuori. Da un’altra piccola finestra, che si apre sulla vecchia parete di legno, si vedono dolci golosi su piatti a più piani coperti da una campana di vetro.  È domenica mattina, tutto è calmo e silenzioso e solo intorno ai pochi tavolini di questo bar c’è un po’ di vita. Io mi prendo un caffè, schifoso, ma non importa. Mi godo il mare, la vista sul teatro e alcuni attori e attrici in calzamaglia che escono dalle sale per una pausa.

La mia destinazione, tuttavia, non è questo molo, ma quello vicino all’Opera House, quello al confine con The Rocks, il vecchio quartiere operaio, fatto di case basse in mattoni, quasi soffocato oggi dai grattacieli alle loro spalle. Il mio piano prevede un rapido tour, un salto al mercatino, ma poiché tutto mi sembra molto turistico, l’idea è di fermarmi poco. Giro per le stradine, mi infilo in qualche angusto passaggio che porta sul retro, giro tra le bancarelle, entro nei negozi di souvenir. È pieno di turisti e i bar e ristoranti mi sembrano davvero … finti. Io mangio qualcosa in un bar irlandese, pensando di proseguire la mia esplorazione altrove.

Ma poi …, poi entro nel piccolo museo gratuito che racconta la storia di The Rocks. Il museo è organizzato molto bene, con percorsi su tre piani, brevi e facili, appetibili anche per i bambini. Ma soprattutto questo museo, attraverso la storia di The Rocks, racconta la storia di Sydney e ne rimango affascinata.

Intanto scopro che Cook non ha “scoperto” l’Australia, perché il primo insediamento è del 1600 da parte degli olandesi nella costa occidentale dove oggi si trova Perth.

A Sydney gli inglesi sono arrivati nel XIX secolo e dapprima hanno tenuto buoni rapporti con gli aborigeni, ma poi, quando hanno iniziato a sfruttare le risorse naturali e gli aborigeni si sono ribellati, la convivenza pacifica è finita. La tribù originaria è stata praticamente decimata, sia con i fucili, sia a causa di malattie portate dall’Europa.

In Inghilterra, nel frattempo, trovano che Sydney (il nome deriva dall’allora governatore delle colonie britanniche) sia una destinazione ideale per i detenuti che in  madre patria non ci stanno più. È come mandarli al confino. Arrivano così navi di prigionieri che in realtà non necessariamente stanno in galera, ma che iniziano attività commerciali, proprio intorno al porto, cioè a The Rocks. Costruiscono case e laboratori e inizia il commercio di grasso di balena, poi la corsa all’oro richiama sempre più gente, inoltre, le mogli ed i figli dei prigionieri raggiungono i loro cari, insomma la zona cresce e si sviluppa.

Nel 1850 a The Rocks c’erano 50 pub. Questo rende l’idea di cos’era davvero questa zona: marinai e prostitute, farabutti e ubriaconi, sporcizia, traffici … un bordello ed una latrina a cielo aperto. La vita del porto, dei mercati, degli scambi, degli imbrogli, delle fughe …

All’inizio del secolo scorso si decise che la zona doveva essere ripulita. La peste, che in quegli anni aveva colpito molti porti del Pacifico, portata dai ratti a bordo delle navi, è l’occasione che serviva. Inizia così lo smantellamento di una grossa parte di The Rocks. Le case vengono abbattute per fare posto a costruzioni “moderne” e per il ponte, il Harbour Bridge, quello che tutti conosciamo per i fuochi d’artificio di Capodanno.

Questo ponte venne inaugurato ufficialmente nel 1932. Il costruttore andò in fallimento per quanto erano lievitati i costi. Basti pensare che gli ultimi conti sono stati saldati nel 1988! Nel museo di The Rocks c’è un video che mostra la costruzione del ponte e racconta le esperienze degli operai. Un’opera immensa, fatta a mano, che avrebbe cambiato per sempre le abitudini della città e la sua fisionomia.

Ma per The Rocks non è finita. Mentre una parte della città alle sue spalle si sviluppa con palazzi alti e grattacieli, queste piccole case di mattoni rossi, quelle non abbattute dopo la peste, resistono. L’ultima battaglia storica del quartiere è del  1973, quando l’amministrazione della città decide di abbattere definitivamente quelle case per costruire appartamenti e uffici su grattacieli e palazzi moderni. È una battaglia tra la conservazione e la speculazione. The Rocks questa volta resiste. In quelle case, infatti, ci abitavano famiglie operaie che erano lì da generazioni, spesso discendenti di irlandesi, arrivati 100, 150 anni prima. Siamo negli anni Settanta e la difesa di The Rocks diventa una battaglia sociale. Alle proteste si uniscono i sindacati, le femministe, gli aborigeni che chiedono più terra … e alla fine vincono. Non gli aborigeni, credo, ma gli abitanti di The Rocks.

Per fortuna, perché anche se è una meta turistica oggi (che sicuramente giova all’economia della città) le case a due piani di mattoni, ristrutturate molto bene e ancora vive, in forte contrasto con i grattacieli di vetro sullo sfondo e al lato il ponte e infine il molo e l’Opera House rendono unica questa città. Inoltre, il progetto degli anni 70 avrebbe snaturato il paesaggio magnifico della baia, lo avrebbe forse banalizzato. Se, infatti ,a Sydney si fanno critiche, sono proprio quelle relative alla mancanza di architetture forti e innovative (Opera House esclusa ed escluso anche un grattacielo progettato da Renzo Piano) e quel progetto mi pare fosse davvero poco innovativo.  Ma soprattutto, The Rock rende speciale questo pezzo di città, perché ne rappresenta un momento storico, quando irlandesi e inglesi, ma anche asiatici e poi italiani e turchi e greci … arrivavano, senza nemmeno saperlo, per costruire una nuova nazione in una terra di cui nulla si sapeva. C’era chi pensava che dietro i colli di Rocks, ci fosse la Cina!

Sono rimasta talmente affascinata che ho camminato ancora per le sue strade, poi sono salita sul ponte e a piedi sono andata sulla altra sponda. Qui mi ha accolto un Luna Park, di quelli antichi, decaduto anni fa, ora ristrutturato e pieno di bambini urlanti. A fianco c’è una piscina olimpica, costruita del 1936, in parte ristrutturata con grandi vetrate, conosciuta per i tanti record battuti nelle sue corsie.

Per tornare verso l’hotel prendo un traghetto che attraversa un bel pezzo di baia al tramonto. Rivedo tutto, l’Opera House, il Harbour Bridge, The Rocks, i moli, il teatro, ma dall’altro lato. Ripasso mentalmente quanto scoperto oggi e provo a immaginare com’era 150 anni fa questa baia.

Per chiudere la giornata, da Darling Harbour, il porto di Sydney, circondato da ristoranti immensi, dall’acquario, edifici e hotel di lusso, prendo il treno su monorotaia che sopraelevato, attraversando diversi quartieri, tra cui China Town, mi riporta al Victoria Building. Speravo di vedere una prospettiva diversa della città, ma il trenino su monorotaia sopraelevato è più “Schein” che “Sein” e un ulteriore elemento nella confusione visiva di alcuni angoli di questa città.

Avvicinamento a Sydney — agosto 13, 2010

Avvicinamento a Sydney

Sono sempre più vicina a Sydney.

Noosa

La prima tappa del mio avvicinamento alla metropoli è Noosa. Una cittadina-paese costruita sull’oceano, tra laghi e un fiume che l’attraversano. Dalla cartina si potrebbe pensare ad una specie di laguna, circondata dal verde dei parchi naturali. Noosa è la meta di surfisti, ma anche di un turismo più vario e più raffinato rispetto ai tanti luoghi sulla costa che ho attraversato. Ci se ne rende conto subito: negozi fashion, ristoranti e lounge bar, addirittura uno Sheraton! Ma tutto queste non deve ingannare. Anche un posto che a Milano si definirebbe “fighetto”, non è assolutamente eccessivo e offre spazi e ambienti per tutti. Certo, qui per la prima volta non mi sento in mezzo al mondo backpackers. I viaggiatori da zaino in spalla  si perdono, quasi si diluiscono, in mezzo a famiglie, anziani e giovani più trendy.

Io comunque dormo in un ostello, dove l’atmosfera backpackers è garantita. La stanza è piccolissima, le ragazze hanno tutta la loro roba in giro, letteralmente in giro al punto che non c’è spazio per camminare, la cucina ha il solito odore delle cucine degli ostelli (anche se pulite non profumano mai di pulito) … e intorno, stravaccati sulle poltrone di vimini, ragazzi di tutte le lingue. Nonostante la mia imminente insofferenza (caos in camera, cucina, bagno …), è un bell’ostello. Il proprietario, un uomo sui 60 anni, tatuato ovunque, deve essere stato un frichettone nei suoi anni più giovani. È un ostello yoga, indianeggiante, alternativo.

È la mia penultima notte in camerata e devo dire che sono contenta. Dopo un mese (con pause, ovviamente) di condivisione di camera e bagno, di letti a castello, di zaino sempre aperto e richiuso poco dopo per una nuova partenza, non vedo l’ora di arrivare a Sydney con la mia stanza e il mio bagno e dormire nello stesso letto per ben sei notti. Soprattutto non vedo l’ora di vivere di nuovo un po’ in città. I miei occhi non vedono il mascara da un mese, i miei capelli, asciugati sempre dal vento hanno preso direzioni strane, i miei piedi hanno la sabbia incrostata e lo smalto a macchie. Sento il bisogno, davvero, di rimettermi in sesto!

Noosa, in questo senso, è un’ottima tappa di avvicinamento. Cammino per le strade e respiro aria di quasi città. La colazione la faccio da “Fratellini”, un bar ristorante vicino alla Sunshine Beach, arredato in modo creativo, con quadri, righe, sedie colorate, tavolini, cuscini, fiori freschi, una grande vetrata aperta che fa entrare il vento dall’oceano. Sul mio tavolo: il giornale, un soy-capuccino e pane tostato con marmellata di zenzero. Ho il sorriso del piacere stampato sulla mia faccia. Poi scendo alla spiaggia, lunga, con onde altissime e tantissimi surfisti. Li seguo nei tentativi di scavalcare le onde, nelle attese, tutti insieme, come una tribù, nei momenti di mare piatto e poi, con l’arrivo delle onde, buttarsi sulla tavola con la pancia, sbracciare e alzarsi in fretta prima che la cresta diventi solo schiuma. Li seguo anche mentre camminano sulla spiaggia, guardano l’oceano, commentano, indicano … È l’ora del tramonto. 

Credo, tuttavia, che Noosa me la ricorderò soprattutto per il suo cielo. Immenso, come sempre in Australia, con le nuvole portate via dal vento, ma ancora lì, ancorate nel blu, che diventa viola. Le nuvole dapprima sembrano dipinte con colore ad olio pastoso, come si vede in tanti quadri romantici, poi, con l’allontanarsi del sole, diventano arancioni su un cielo viola e infine, incredibilmente rosa (come il budino alla fragola che mangiavo da piccola) su cielo grigio perla. In venti minuti seguo questo cambio di colori, completamente estasiata. Poi, con il buio, l’ultimo spettacolo me lo regala la luna. Sottilissima, ma invece di essere verticale, è un’esile bocca che ride. Qui sono sotto l’equatore e la luna la si vede da una prospettiva diversa. Il cielo è limpidissimo e si vede questo sorriso sottile luminosissimo, dietro al quale è possibile scorgere l’ombra grigio scura della luna intera.

Brisbane

Ora mi trovo a Brisbane, la capitale del Queensland. Mi fermo solo per 24 ore.

Ieri, appena arrivata, ho depositato lo zaino e mi sono buttata in città. Erano le 15.00 e avevo solo due ore e mezza si sole. Ovviamente in così poco tempo non è possibile farsi un’idea di una città. Le mie impressioni, dunque sono superficiali, ma ci provo.

Direi che sembra di essere in una città del Nord Europa. Forse per l’aria e i colori, ma anche per l’ordine, le piste ciclabili, la segnaletica, la pulizia.

Ieri il cielo era blu intenso, un vento fortissimo lo ha tenuto pulito. La temperatura è simile a quella delle nostre giornate di marzo, quando c’è il sole, ma l’aria non è ancora calda. Cammino per la città, verso la zona dei musei, poi prendo un traghetto, attraverso il polo universitario e mi trovo nella zona dei negozi. Sono quasi le 17.30 e stanno chiudendo. Nella zona pedonale è pieno di gente. Non sono abituata a tanto caos, tante luci, tante persone. Nonostante il freddo, molti cenano o si prendono un aperitivo in chioschi-ristoranti, aperti, costruiti nella zona pedonale. Io mi concedo una cena da “Wagamama”, uno dei miei posti preferiti a Londra. Vado sul sicuro, per la mia prima sera, di nuovo, in città!

Leggevo questa mattina sul giornale, che Brisbane sta diventando la città australiana del design. Questo riconoscimento lo deve prevalentemente ad un ponte, costruito  meno di un anno fa, che porta pedoni e ciclisti dalla city alla zona dei musei, della libreria e del teatro. È un ponte sostenuto da un intricato e confuso sistema di cavi. Passa sopra la circonvallazione, che è costruita sopra il fiume, la ciclabile, anch’essa una sorta di pontile sopra il fiume, e il fiume stesso. La parte che sovrasta la strada è coperta da grate che tolgono un po’ la bellezza, ma che sono lì per la sicurezza degli automobilisti. E non solo …

Easy or Heavy Living?

Ieri, in autobus, ho letto un articolo su una rivista australiana che mi ha molto colpito. La prima causa di morte per gli uomini sotto i 44 anni in Australia è il suicidio. L’Australia si trova di fatto in vetta alla classifica a livello mondiale per il numero di suicidi all’anno. Per dare un’idea di ciò, l’articolo cita l’Italia e la Grecia come paesi che hanno al contrario un indice molto basso. In Australia, ogni giorno, in media muoiono 6 persone per suicidio. Ecco allora che la mia impressione di un paese in cui tutto sembra così facile, così fluido, così poco complicato, trova l’altra faccia della medaglia in questa drammatica realtà. L’articolo non spiegava le possibili cause. Tendeva piuttosto a parlare di prevenzione e riconoscimento dei “segnali”. Certo, leggendo queste statistiche, mi è venuta in mente Dorothy Hewett, di cui ho già parlato in un precedente post, quando lamentava la mancanza di radici vere tra gli australiani. Sempre sul giornale, ad esempio, ho letto che a Darwin, la prima città che ho visitato, la gente ci vive generalmente per cinque anni, al massimo dieci, e poi si trasferisce. Allora mi viene in mente quel ragazzo italiano conosciuto a Mission Beach che se ne è venuto in Australia per “sfuggire” da mamma e sorella. E come lui, le tante persone, europee, che si prendono una pausa dalle radici, e vivono la libertà dell’Australia … però poi tornano. Perché probabilmente quelle radici ci servono, danno un senso alla nostra vita. Gli australiani bianchi hanno al massimo 200 anni di radici, ma generalmente molto meno. Spesso solo una generazione, senza la casa, la terra. Non so se siano queste le possibili cause, ma immagino che non avere punti fermi possa creare profondi disagi.

Chi, invece, aveva la casa e la terra e generazioni e generazioni alle spalle di punti fermi sono gli aborigeni. In un negozio di book crossing (scambio libri) ho trovato un testo che avevo cercato invano in Italia. È la storia, raccontata da una donna per metà aborigena e per metà bianca, di “Nana”, sua nonna, e della sua tribù. Il libro racconta dei molti meccanismi di salvaguardia dell’identità che nei secoli gli aborigeni hanno sviluppato (le donne che insegnano alle bambine, gli uomini ai bambini; le storie della famiglia, della creazione, ma anche le parabole educative raccontate attraverso le pitture, i canti e i balli). Non solo. Hanno sviluppato anche un senso di protezione della tribù e di legame tra i suoi membri. Dal nonno al nipote si definiscono fratello e dalla nonna alla nipote, sorella. I più giovani devono adottare gli anziani (i nonni e i bisnonni) e prendersene cura (in questo modo, occupandosene come fossero proprio figli, non rischiano l’abbandono, grave oltre che per la persona, anche per la comunità in quanto sono loro a trasferire le conoscenze). Il libro, davvero affascinante, si chiude con un misto di speranza e preoccupazione. La speranza deriva dal fatto che Nana, la nonna dell’autrice, nel 2004 ha siglato un accordo di riconoscimento della sua comunità con le autorità del Queensland. Vorrei far notare la data: 2004! Certo, lo sradicamento degli aborigeni dalla loro cultura non è un fatto inedito nella storia dell’umanità. Basti pensare a cosa fecero gli spagnoli in Sudamerica. Il punto è che qui tutto ciò e’ iniziato 200 anni fa ed è ufficialmente terminato solo 18 anni fa. Cioè, in un epoca in cui la carta dei diritti dell’uomo si presume sia acquisita. Lo so, che suono un po’ ingenua … Ma l’Australia, con tutta la sua cultura “eco”, in difesa dell’ambiente, con il suo comportamento tanto civile e rispettoso, con la sua libertà, è in ritardo e ormai è tardi. Questa è la nota pessimista del libro. Fintanto che gli aborigeni stavano nelle missioni (inizio 900) l’alcol non c’era, ma in compenso non c’era la libertà. Per andare da una comunità all’altra gli aborigeni avevano bisogno del permesso, e questo in un paese dove tutti si spostano di continuo. Poi, finita l’era delle missioni, gli aborigeni, privati prima della libertà e della connessione alle loro radici, si sono persi. Secondo l’autrice del libro sono soprattutto gli uomini ad essersi persi. Suo nonno, il marito di Nana, è morto per alcolismo. I giovani non ascoltano, i vecchi non sanno a chi insegnare. Forse, mi dico, l’inserimento rapido e imposto dall’esterno in un mondo diverso non ha permesso agli aborigeni di trovare un equilibrio tra identità e modernità, tranne nei caratteri più forti, che combattono con battaglie o libri, facendo vivere la propria cultura. Perché non si tratta solo di folklore. Quei canti, quelle danze, quella vegetazione, quegli animali, quelle tradizioni nei legami familiari, la lingua (diversa da tribù a tribù), la vita dentro la natura erano tutto ciò che agli aborigeni avevano. Non hanno una storia scritta. Hanno solo gli insegnamenti di generazione in generazione. Se la catena si rompe, e si sta rompendo, non rimane nulla.

Forse questo suona banale, ma il paradosso di questo paese sta tutto qui. Chi gode della libertà assoluta e della mancanza di radici, i bianchi, porta l’Australia ad avere uno dei più alti tassi di suicidi all’anno. Chi, invece, queste radici le aveva, si perde nell’alcol, perchè appunto, l’identità ancestrale è stata pesantemente compromessa.

Non ho strumenti per capire meglio. In fondo mi sono mossa di ostello in ostello con ragazzi come me. In fondo, con il mio zaino in spalla, ero in vacanza. Forse vivendo qui, lavorando qui si riesce a capire meglio e forse il bianco e nero non è così netto, forse, senz’altro, c’è altro solo che io non avuto tempo e modo di scoprirlo. Gli australiani che ho incontrato erano prevalentemente operatori del turismo, professionali e bravi! Quindi mi fermo qui, ma certo queste contraddizioni rendono questo paese più complesso rispetto alla prima impressioni e l’easy living nasconde ombre e luci.

Fra poche ore mi imbarco per Sydney per la mia ultima settimana australiana.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: