Il piano iniziale prevedeva un’esplorazione capillare di tutti i quartieri, con salto alla famosa Bondi Beach, la spiaggia dei surfisti di Sydney, ed eventuale camminata a Mainly Beach.

Sono partita determinata, con segnati, da bravo Capricorno, giorno per giorno i cerchi sulla cartina. Dopo The Rocks, Newtown e Glebe era la volta di Dalinghurst e Paddington. Poi mi sono fermata. 

Dalinghurst e Paddington

Questi due quartieri si sviluppano intorno a Oxford Street. Una strada lunghissima, che si muove in diagonale a sud-est della City. Appena entrata nella via, larga, trafficata e piena di bar e negozi, due cose mi colpiscono. Le case sono basse, a due piani, costruite tutte tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900. Alcune sono decadenti, altre ridipinte e ristrutturate, tutte portano segni di Art Deco. Non sono tuttavia le case che saltano agli occhi, ma i colori. Mi verrebbe da dire che è tutto rosa e turchese, ma credo sia più che altro un ricordo distorto. Certo è che la prima parte di Oxford Street è decorata con bandiere arcobaleno, che molte case sono colorate e che ci sono tantissimi bar e locali. La prima parte di Oxford Street ospita la comunità gay di Sydney e si vede! Io mi godo il solito soy-latte in un bar su una piazza e semplicemente osservo. Tuttavia la strada non è sovraffollata e tutto è molto tranquillo. Immagino che qui sia soprattutto la sera che i bar si animano.

Continuo la mia esplorazione su Oxford Street e lentamente l’atmosfera cambia. Meno colori, meno bandiere. I negozi stessi diventano via via più raffinati. Sono entrata a Paddington, il quartiere “chic” di Sydney. In realtà non è su Oxford Street che si percepisce quanto più nelle piccole vie laterali. La mia preferita è William Street: una piccola strada leggermente in discesa, sulla quale si affacciano piccole case, splendide, in stile vittoriano. Larghe quanto una stanza, affiancate l’una all’altra, con il balconcino al primo e unico piano in ferro battuto, lavorato come un merletto, simile ai tavolini inglesi da giardino. Le case sono ristrutturate e molte ospitano piccoli negozi. Dai prezzi dei vestiti esposti, mi rendo conto di essere finita in una specie di “Via della Spiga”, che qui è vetrina degli stilisti australiani.

Giardini Botanici

Il giorno successivo, il mio penultimo giorno, me la prendo comoda. Visito l’Art Gallery del New South Wales, ma proprio la sezione di arte aborigena, che mi interessava, è in allestimento. La Galleria si trova a fianco dei Giardini Botanici e così decido di andare in mezzo al verde. Per i miei lettori deve apparire tutto confuso. “Ma come”, direte, “non avevi tanta voglia di andare in città e adesso ti rifugi in un parco?” Avete ragione e questa cosa ha colpito anche me. Per un mese i miei occhi si sono riempiti di orizzonti infiniti e pace e ora, l’orizzonte è delimitato dai palazzi, il traffico è pazzesco e di girare per la città un po’ mi sono stufata.  Non dipende da Sydney, dipende da me, che sono stanca e che non ho più l’ansia del “vedere tutto”. Per questo me ne vado ai Giardini Botanici, per avere un po’ di quiete e riposare gli occhi.

Illusa! Arrivo e vengo letteralmente travolta da un traffico continuo e ansimante. Non si tratta di macchine, ma di runners! È pausa pranzo e credo che tutta la city si sia riversata qui. C’è chi corre da solo, chi in coppia, ma soprattutto ci sono i gruppi da 10 o 20 o anche 30 persone che corrono velocemente, a volte guidati da un trainer che li incita “C’mon, guys!” Io devo appoggiarmi ai tronchi degli alberi per non essere travolta, perché arrivano da destra, da sinistra, dal sentiero dietro di me, … insomma, come se fossi in un incrocio di macchine all’ora di punta, dove le macchine sono persone.  E loro non si spostano, corrono veloci e la sensazione è che se non trovi riparo ti passano sopra. Mi rifugio in una zona apparentemente più tranquilla, ma come nel film Juno, ogni tanto una truppa passa, anticipata dal tonfo dei passi e dal respiro sofferente. Tutto ciò dura un’ora, poi sui Giardini Botanici cala la pace. Mi siedo sull’erba e davanti a me ho la baia, il ponte e l’Opera House. Finalmente un orizzonte armonioso. E finalmente il silenzio.

Opera House: vista, tatto, ascolto

La vera sorpresa, se così si può dire, me la trovo davanti agli occhi quando raggiungo l’Opera House dai Giardini. L’impressione è completamente diversa rispetto alla vista dal molo. Avevo parlato di vele. Ora, mentre mi avvicino, sopra la grande scalinata vedo le figure, che sembrano enormi chiocciole aliene o le maschere di Guerre Stellari. Hanno qualcosa di fantascientifico, dell’immaginario fantascientifico degli anni 70, viste da questo lato. E salire le scale lentamente, avvicinarsi a queste bocche di vetro è come essere dentro un sogno, una visione. Certo, aggiungo che il mio Ipod mi ha fornito la colonna sonora giusta e che l’impostazione sul bianco e nero della macchina fotografica mi ha aiutato a vedere solo le ombre e le luci, solo i tratti essenziali. Rimango quasi due ore a girare intorno e la serenità di questa vacanza si è riappropriata di me. Mi mancavano la suggestione e l’emozione e l’Opera House me le ha regalate.

Ma manca ancora l’ultimo regalo di questa meravigliosa “icona” australiana. 

La mia ultima sera a Sydney e in Australia l’ho festeggiata con Giulio dentro l’Opera House ascoltando Beethoven, Tschaikovsky e un compositore australiano, diretti da Vladimir Ashkenazy.

Quando entriamo all’Opera House, Giulio ed io … siamo emozionati, entrambi. La nostra poltrona si trova a fianco del palco, in alto, con una vista perfetta sull’orchestra e sul direttore. Appena entro nella Concert Hall rimango senza parole dalla bellezza della sala, dalla sua grandezza, dalla fila di poltrone fuxia e crema che sembravano raggiungere il soffitto, dal palco ovale conchiglia, quasi al centro della sala. Il pubblico sta entrando e i musicisti stanno accordando i loro strumenti. Sono bloccata in contemplazione di tutto ciò.

Poi, tutti  ai loro posti ed esce il direttore generale della Sydney Symphony Orchestra e scopro che questa serata è una serata importante perché augura “bon voyage” all’orchestra e al suo direttore Ashkenazy per la tournee di due settimane in Europa. La prima tappa, ho letto sul giornale, è a Stresa, domenica prossima.

La serata è importante anche perché siamo in diretta sulla ABC, perché c’è la governatrice del New South Wales in sala. Insomma, siamo dentro un evento culturale importante per la città.

Arriva Ashkenazy e inizia la musica. Rimango rapita, ipnotizzata e commossa dalla forza e dalla delicatezza, dal seguire il direttore così da vicino, dal sentire la musica salire dal basso ed entrare nel corpo. Sembra di essere lì, in mezzo ai musicisti, dentro il pianoforte, in una sorta di simbiosi con gli strumenti, la sala, il pubblico.

Non potevo concludere in modo migliore i miei 40 giorni australiani. Fra poche ore parto e fra un giorno sarò in Italia. Dentro il mio cuore, oltre a Uluru e White Heaven, dopo questa serata, mi porto anche la musica dell’Opera House.

Finisce qui il mio diario australiano. Ma come commentato con i tanti compagni di viaggio trovati lungo il mio percorso, l’Australia è solo un trampolino, un magnifico trampolino, per esplorare il mondo. Qui senz’altro ci tornerò. C’è chi parla di mal d’Africa, io sento un po’ di mal di outback … e questo male non mi dispiace affatto.