Sono sempre più vicina a Sydney.

Noosa

La prima tappa del mio avvicinamento alla metropoli è Noosa. Una cittadina-paese costruita sull’oceano, tra laghi e un fiume che l’attraversano. Dalla cartina si potrebbe pensare ad una specie di laguna, circondata dal verde dei parchi naturali. Noosa è la meta di surfisti, ma anche di un turismo più vario e più raffinato rispetto ai tanti luoghi sulla costa che ho attraversato. Ci se ne rende conto subito: negozi fashion, ristoranti e lounge bar, addirittura uno Sheraton! Ma tutto queste non deve ingannare. Anche un posto che a Milano si definirebbe “fighetto”, non è assolutamente eccessivo e offre spazi e ambienti per tutti. Certo, qui per la prima volta non mi sento in mezzo al mondo backpackers. I viaggiatori da zaino in spalla  si perdono, quasi si diluiscono, in mezzo a famiglie, anziani e giovani più trendy.

Io comunque dormo in un ostello, dove l’atmosfera backpackers è garantita. La stanza è piccolissima, le ragazze hanno tutta la loro roba in giro, letteralmente in giro al punto che non c’è spazio per camminare, la cucina ha il solito odore delle cucine degli ostelli (anche se pulite non profumano mai di pulito) … e intorno, stravaccati sulle poltrone di vimini, ragazzi di tutte le lingue. Nonostante la mia imminente insofferenza (caos in camera, cucina, bagno …), è un bell’ostello. Il proprietario, un uomo sui 60 anni, tatuato ovunque, deve essere stato un frichettone nei suoi anni più giovani. È un ostello yoga, indianeggiante, alternativo.

È la mia penultima notte in camerata e devo dire che sono contenta. Dopo un mese (con pause, ovviamente) di condivisione di camera e bagno, di letti a castello, di zaino sempre aperto e richiuso poco dopo per una nuova partenza, non vedo l’ora di arrivare a Sydney con la mia stanza e il mio bagno e dormire nello stesso letto per ben sei notti. Soprattutto non vedo l’ora di vivere di nuovo un po’ in città. I miei occhi non vedono il mascara da un mese, i miei capelli, asciugati sempre dal vento hanno preso direzioni strane, i miei piedi hanno la sabbia incrostata e lo smalto a macchie. Sento il bisogno, davvero, di rimettermi in sesto!

Noosa, in questo senso, è un’ottima tappa di avvicinamento. Cammino per le strade e respiro aria di quasi città. La colazione la faccio da “Fratellini”, un bar ristorante vicino alla Sunshine Beach, arredato in modo creativo, con quadri, righe, sedie colorate, tavolini, cuscini, fiori freschi, una grande vetrata aperta che fa entrare il vento dall’oceano. Sul mio tavolo: il giornale, un soy-capuccino e pane tostato con marmellata di zenzero. Ho il sorriso del piacere stampato sulla mia faccia. Poi scendo alla spiaggia, lunga, con onde altissime e tantissimi surfisti. Li seguo nei tentativi di scavalcare le onde, nelle attese, tutti insieme, come una tribù, nei momenti di mare piatto e poi, con l’arrivo delle onde, buttarsi sulla tavola con la pancia, sbracciare e alzarsi in fretta prima che la cresta diventi solo schiuma. Li seguo anche mentre camminano sulla spiaggia, guardano l’oceano, commentano, indicano … È l’ora del tramonto. 

Credo, tuttavia, che Noosa me la ricorderò soprattutto per il suo cielo. Immenso, come sempre in Australia, con le nuvole portate via dal vento, ma ancora lì, ancorate nel blu, che diventa viola. Le nuvole dapprima sembrano dipinte con colore ad olio pastoso, come si vede in tanti quadri romantici, poi, con l’allontanarsi del sole, diventano arancioni su un cielo viola e infine, incredibilmente rosa (come il budino alla fragola che mangiavo da piccola) su cielo grigio perla. In venti minuti seguo questo cambio di colori, completamente estasiata. Poi, con il buio, l’ultimo spettacolo me lo regala la luna. Sottilissima, ma invece di essere verticale, è un’esile bocca che ride. Qui sono sotto l’equatore e la luna la si vede da una prospettiva diversa. Il cielo è limpidissimo e si vede questo sorriso sottile luminosissimo, dietro al quale è possibile scorgere l’ombra grigio scura della luna intera.

Brisbane

Ora mi trovo a Brisbane, la capitale del Queensland. Mi fermo solo per 24 ore.

Ieri, appena arrivata, ho depositato lo zaino e mi sono buttata in città. Erano le 15.00 e avevo solo due ore e mezza si sole. Ovviamente in così poco tempo non è possibile farsi un’idea di una città. Le mie impressioni, dunque sono superficiali, ma ci provo.

Direi che sembra di essere in una città del Nord Europa. Forse per l’aria e i colori, ma anche per l’ordine, le piste ciclabili, la segnaletica, la pulizia.

Ieri il cielo era blu intenso, un vento fortissimo lo ha tenuto pulito. La temperatura è simile a quella delle nostre giornate di marzo, quando c’è il sole, ma l’aria non è ancora calda. Cammino per la città, verso la zona dei musei, poi prendo un traghetto, attraverso il polo universitario e mi trovo nella zona dei negozi. Sono quasi le 17.30 e stanno chiudendo. Nella zona pedonale è pieno di gente. Non sono abituata a tanto caos, tante luci, tante persone. Nonostante il freddo, molti cenano o si prendono un aperitivo in chioschi-ristoranti, aperti, costruiti nella zona pedonale. Io mi concedo una cena da “Wagamama”, uno dei miei posti preferiti a Londra. Vado sul sicuro, per la mia prima sera, di nuovo, in città!

Leggevo questa mattina sul giornale, che Brisbane sta diventando la città australiana del design. Questo riconoscimento lo deve prevalentemente ad un ponte, costruito  meno di un anno fa, che porta pedoni e ciclisti dalla city alla zona dei musei, della libreria e del teatro. È un ponte sostenuto da un intricato e confuso sistema di cavi. Passa sopra la circonvallazione, che è costruita sopra il fiume, la ciclabile, anch’essa una sorta di pontile sopra il fiume, e il fiume stesso. La parte che sovrasta la strada è coperta da grate che tolgono un po’ la bellezza, ma che sono lì per la sicurezza degli automobilisti. E non solo …

Easy or Heavy Living?

Ieri, in autobus, ho letto un articolo su una rivista australiana che mi ha molto colpito. La prima causa di morte per gli uomini sotto i 44 anni in Australia è il suicidio. L’Australia si trova di fatto in vetta alla classifica a livello mondiale per il numero di suicidi all’anno. Per dare un’idea di ciò, l’articolo cita l’Italia e la Grecia come paesi che hanno al contrario un indice molto basso. In Australia, ogni giorno, in media muoiono 6 persone per suicidio. Ecco allora che la mia impressione di un paese in cui tutto sembra così facile, così fluido, così poco complicato, trova l’altra faccia della medaglia in questa drammatica realtà. L’articolo non spiegava le possibili cause. Tendeva piuttosto a parlare di prevenzione e riconoscimento dei “segnali”. Certo, leggendo queste statistiche, mi è venuta in mente Dorothy Hewett, di cui ho già parlato in un precedente post, quando lamentava la mancanza di radici vere tra gli australiani. Sempre sul giornale, ad esempio, ho letto che a Darwin, la prima città che ho visitato, la gente ci vive generalmente per cinque anni, al massimo dieci, e poi si trasferisce. Allora mi viene in mente quel ragazzo italiano conosciuto a Mission Beach che se ne è venuto in Australia per “sfuggire” da mamma e sorella. E come lui, le tante persone, europee, che si prendono una pausa dalle radici, e vivono la libertà dell’Australia … però poi tornano. Perché probabilmente quelle radici ci servono, danno un senso alla nostra vita. Gli australiani bianchi hanno al massimo 200 anni di radici, ma generalmente molto meno. Spesso solo una generazione, senza la casa, la terra. Non so se siano queste le possibili cause, ma immagino che non avere punti fermi possa creare profondi disagi.

Chi, invece, aveva la casa e la terra e generazioni e generazioni alle spalle di punti fermi sono gli aborigeni. In un negozio di book crossing (scambio libri) ho trovato un testo che avevo cercato invano in Italia. È la storia, raccontata da una donna per metà aborigena e per metà bianca, di “Nana”, sua nonna, e della sua tribù. Il libro racconta dei molti meccanismi di salvaguardia dell’identità che nei secoli gli aborigeni hanno sviluppato (le donne che insegnano alle bambine, gli uomini ai bambini; le storie della famiglia, della creazione, ma anche le parabole educative raccontate attraverso le pitture, i canti e i balli). Non solo. Hanno sviluppato anche un senso di protezione della tribù e di legame tra i suoi membri. Dal nonno al nipote si definiscono fratello e dalla nonna alla nipote, sorella. I più giovani devono adottare gli anziani (i nonni e i bisnonni) e prendersene cura (in questo modo, occupandosene come fossero proprio figli, non rischiano l’abbandono, grave oltre che per la persona, anche per la comunità in quanto sono loro a trasferire le conoscenze). Il libro, davvero affascinante, si chiude con un misto di speranza e preoccupazione. La speranza deriva dal fatto che Nana, la nonna dell’autrice, nel 2004 ha siglato un accordo di riconoscimento della sua comunità con le autorità del Queensland. Vorrei far notare la data: 2004! Certo, lo sradicamento degli aborigeni dalla loro cultura non è un fatto inedito nella storia dell’umanità. Basti pensare a cosa fecero gli spagnoli in Sudamerica. Il punto è che qui tutto ciò e’ iniziato 200 anni fa ed è ufficialmente terminato solo 18 anni fa. Cioè, in un epoca in cui la carta dei diritti dell’uomo si presume sia acquisita. Lo so, che suono un po’ ingenua … Ma l’Australia, con tutta la sua cultura “eco”, in difesa dell’ambiente, con il suo comportamento tanto civile e rispettoso, con la sua libertà, è in ritardo e ormai è tardi. Questa è la nota pessimista del libro. Fintanto che gli aborigeni stavano nelle missioni (inizio 900) l’alcol non c’era, ma in compenso non c’era la libertà. Per andare da una comunità all’altra gli aborigeni avevano bisogno del permesso, e questo in un paese dove tutti si spostano di continuo. Poi, finita l’era delle missioni, gli aborigeni, privati prima della libertà e della connessione alle loro radici, si sono persi. Secondo l’autrice del libro sono soprattutto gli uomini ad essersi persi. Suo nonno, il marito di Nana, è morto per alcolismo. I giovani non ascoltano, i vecchi non sanno a chi insegnare. Forse, mi dico, l’inserimento rapido e imposto dall’esterno in un mondo diverso non ha permesso agli aborigeni di trovare un equilibrio tra identità e modernità, tranne nei caratteri più forti, che combattono con battaglie o libri, facendo vivere la propria cultura. Perché non si tratta solo di folklore. Quei canti, quelle danze, quella vegetazione, quegli animali, quelle tradizioni nei legami familiari, la lingua (diversa da tribù a tribù), la vita dentro la natura erano tutto ciò che agli aborigeni avevano. Non hanno una storia scritta. Hanno solo gli insegnamenti di generazione in generazione. Se la catena si rompe, e si sta rompendo, non rimane nulla.

Forse questo suona banale, ma il paradosso di questo paese sta tutto qui. Chi gode della libertà assoluta e della mancanza di radici, i bianchi, porta l’Australia ad avere uno dei più alti tassi di suicidi all’anno. Chi, invece, queste radici le aveva, si perde nell’alcol, perchè appunto, l’identità ancestrale è stata pesantemente compromessa.

Non ho strumenti per capire meglio. In fondo mi sono mossa di ostello in ostello con ragazzi come me. In fondo, con il mio zaino in spalla, ero in vacanza. Forse vivendo qui, lavorando qui si riesce a capire meglio e forse il bianco e nero non è così netto, forse, senz’altro, c’è altro solo che io non avuto tempo e modo di scoprirlo. Gli australiani che ho incontrato erano prevalentemente operatori del turismo, professionali e bravi! Quindi mi fermo qui, ma certo queste contraddizioni rendono questo paese più complesso rispetto alla prima impressioni e l’easy living nasconde ombre e luci.

Fra poche ore mi imbarco per Sydney per la mia ultima settimana australiana.